Washington alza le tensioni in Estremo Oriente. Salvo Ardizzone - www.altreinfo.org

Washington alza le tensioni in Estremo Oriente. Salvo Ardizzone

Dietro il continuo crescere delle tensioni in Estremo Oriente, c’è l’attività di Washington; la Corea del Nord è solo l’ennesimo paravento dietro cui si muovono gli Usa e gli altri attori, impegnati a posizionarsi in quello che è divenuto il quadrante più strategico del globo.

James Mattis, il Segretario alla Difesa americano reduce da un viaggio nelle Filippine e in Thailandia, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Seul col suo omologo sud coreano Song Young-moo, ha dichiarato senza mezzi termini che gli Stati Uniti non potranno mai accettare che Pyongyang divenga una potenza nucleare e, malgrado il canale diplomatico resti preferibile, gli Usa hanno molte opzioni militari per la “denuclearizzazione” della Penisola, ovvero per l’eliminazione della Corea del Nord. Un evento paventato da Seul, che ha ben chiaro come un conflitto sarebbe in ogni caso disastroso per il Paese, che ne uscirebbe comunque a pezzi anche da un confronto puramente convenzionale.

È questa preoccupazione che, nell’ambito dell’annuale Meeting consultivo sulla Sicurezza fra i due Paesi, ha fatto avanzare a Seul la pressante richiesta di riacquistare il controllo delle proprie Forze Armate in caso di guerra. Come noto, i trattati vigenti prevedono che in caso di ostilità, esse passino sotto il comando Usa, un’eventualità che nell’attuale situazione rende sempre più inquieto il Governo di Seul, ma a cui difficilmente gli Stati Uniti rinunceranno; fede ne fa l’evasiva risposta di James Mattis.

Il fatto è che nel mirino di Washington, più e prima di Pyongyang c’è Pechino; nel grande gioco per la supremazia in Estremo Oriente, da anni divenuto il quadrante cruciale del pianeta, per gli Usa è imperativo trovare il modo di contenere la crescente aggressività cinese. Con la definitiva incoronazione ricevuta al 19° Congresso del Pcc, Xi Jinping ha lanciato ufficialmente la sfida del Dragone per l’egemonia globale; una sfida a cui gli Usa, sia pur in evidente affanno, sono obbligati a rispondere pena la loro emarginazione dall’area.

La presenza di tre Carrier Battle Group (Cvbg) Usa, ovvero tre portaerei con i loro gruppi da battaglia, nella zona di competenza della VII^ Flotta, responsabile dell’area fra l’Oceano Indiano e le Hawaii, è difficile che possa essere una semplice coincidenza.

In Corea del Sud, nel porto di Busan, c’è la Uss Ronald Reagan; nel Pacifico Occidentale naviga la Uss Theodore Roosevelt, salpata da S. Diego e destinata sostituire la Uss Nimitz nel Golfo Persico; lungo la rotta è previsto che effettui manovre congiunte con la Reagan al largo delle coste coreane. Da ultima la Nimitz, che ha lasciato la V^ Flotta ed è in rotta per la costa occidentale Usa, farà uno scalo in un porto non precisato in Estremo Oriente.

La presenza contemporanea di tre Cvbg nel medesimo teatro è quanto meno inusuale; qualcosa di analogo si è verificato a maggio, con la Nimitz, la Vinson e la Reagan nella stessa area, ma in ogni caso è significativo: spostare un Carrier Battle Group non è un gioco e in ogni caso attira l’attenzione di tutti; per concentrarne tre senza far scattare l’allarme rosso occorre una lunga programmazione che lo giustifichi, come in parte sta avvenendo adesso, dando modo agli strateghi dello Zio Sam di disporre di decine di unità e oltre 200 velivoli, conferendo a Washington finestre di opportunità offensiva e mezzi di pressione fatti su misura per incrementare la tensione nella regione.

Uno dei primi risultati di questa escalation in Estremo Oriente, è stata la vittoria a valanga del premier giapponese Shinzo Abe, e il conseguente progressivo cambiamento della tradizionale postura pacifista del Giappone. Dopo il lancio dei Hwasong-12 nord coreani, che il 29 agosto e il 12 settembre hanno sorvolato l’isola di Hokkaido, Abe ha colto l’occasione sciogliendo la Camera Bassa (vedi caso, al rientro dai suoi colloqui a Washington) e facendo l’en plein alle elezioni.

Il successo al di là delle previsioni, 281 seggi su 465 per il Partito Liberaldemocratico, non solo assicura al Premier una larghissima maggioranza, ma con i 32 seggi degli alleati gli conferisce l’agognata maggioranza dei due terzi necessaria a cambiare la Costituzione. A parte misure economiche per finanziare azioni di contrasto alla drammatica crisi demografica, questo sì un reale problema del Giappone, Abe intende troncare i vincoli posti dall’articolo 9 della Costituzione pacifista, ed avviare massicci programmi di riarmo del Paese giustificandoli con il supposto pericolo nord coreano.

Tokio ha tutte le risorse economiche e tecnologiche per farlo, stravolgendo gli equilibri della regione e preoccupando Pechino, che è il vero obiettivo del confronto aperto in Estremo Oriente. Per dare il via ai suoi progetti, Abe ha bisogno della maggioranza dei due terzi anche alla Camera Alta, e superare le radicate convinzioni pacifiste della maggioranza della popolazione; la crisi con la Corea del Nord, continuamente enfatizzata dai media, è fatta apposta per suscitare quel senso di pericolo e di urgenza che vinca le remore dei giapponesi.

La crisi coreana è la cortina di fumo dietro cui si gioca la partita per l’egemonia in Estremo Oriente, che è poi quella di contenere anche militarmente la Cina. E lo è più che mai adesso che, con il trionfo di Xi Jinping, Pechino ha lanciato la sfida per la supremazia globale. In questo quadro è improbabile che venga trovato un equilibrio che non sia momentaneo e strumentale, nel cozzo fra il vecchio imperialismo Usa e il nuovo cinese; della pace in Estremo Oriente e nel resto del mondo ad essi assai poco importa.

 

di Salvo Ardizzone

Fonte: ilfarosulmondo.it

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