Nemmeno Gandhi è immune alla furia iconoclasta. In Africa si chiede la rimozione delle sue statue. Omar Minniti - www.altreinfo.org

Nemmeno Gandhi è immune alla furia iconoclasta. In Africa si chiede la rimozione delle sue statue. Omar Minniti

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Mentre negli Usa i gruppi liberal e radical attaccano i monumenti confederati (e non solo), in Ghana e Sudafrica si accusa il Mahatma di razzismo verso i neri. Chi sarà la prossima vittima dei moderni Savonarola?

Su nessun personaggio della storia antica, moderna e contemporanea pende un giudizio oggettivo ed univoco. Attila l’unno, il “flagello di dio”, è l’eroe nazionale degli ungheresi ed il suo è, ancora oggi, tra i nomi maschili più comuni. I romeni, invece, celebrano Vladislav III di Valacchia, meglio noto come “Vlad l’impalatore”, colui che ha ispirato la leggenda del conte Dracula: a Bucarest viene considerato un paladino della cristianità ed un baluardo contro l’invasione turca.
Stalin è odiatissimo tra polacchi, baltici ed ucraini ed è la “bestia nera” delle destre e della “sinistra critica” occidentali. Ma tutti gli ultimi sondaggi condotti tra i russi lo elevano a leader più importante ed amato della loro storia, considerato l’artefice della vittoria sul nazifascismo e della modernizzazione del paese. Lo stesso giudizio esprime la maggior parte dei cinesi nei confronti della figura di Mao.

Negli Usa oggi va di moda rimuovere e vandalizzare le statue. Una furia iconoclasta crescente, che non risparmia nessun personaggio: dopo i monumenti in memoria dei capi confederati, ora si è passati a quelli di Cristoforo Colombosanti cattoliciaviatori italiani (anche se legati al regime fascista). Ormai si comincia a discutere pubblicamente dell’opportunità di far fuori anche le opere che ricordano George Washington e Thomas Jefferson. Tra i novelli Savonarola, che stanno egemonizzando le forze progressiste ed i movimenti per i diritti civili Usa, ora qualcuno fa notare come entrambi fossero schiavisti, suprematisti bianchi, fanatici protestanti e fautori dello sterminio dei nativi americani. Tutto vero e provato, ovviamente. Ma il punto non è questo. In pratica, secondo la loro visione, tutta la (breve) storia degli Stati Uniti è da resettare, da azzerare. Non si parla di analizzarla criticamente e contestualizzarla, di prendere esempio dagli errori e gli orrori del passato per guardare al presente ed al futuro, per ripensare il ruolo del loro paese e contrastare sua politica imperialista e guerrafondaia, bensì di far tabula rasa, per far finta che tali crimini non ci siano mai stati e poter vantare un’immacolata verginità politica.
Quello dell’iconoclastia è un vaso di Pandora che, una volta aperto, è molto difficile da ritappare. Chi avrà la capacità dialettica e l’autorevolezza di far tornare sui loro passi i mostri scatenati che ne sono venuti fuori, versione liberal e radical dei talebani e dei tagliagole dell’Isis?

Nessuno è immune a questa deriva cieca. Paese e continente che vai, iconoclasti ed obiettivi da abbattere che trovi. Non esistono tabù e figure storiche non a rischio.

Nemmeno il Mahatma Gandhi. Sì, perché c’è chi considera uno scempio le statue che lo celebrano e da tempo si sta attivando per deturparle e rimuoverle. Succede in Africa. In occidente il nome di Gandhi per molti è sinonimo di non violenza e pacifismo assoluti. Il suo volto ed il suo pensiero (vero o interpretato) vengono abusati da parti politiche anche molto distanti tra loro, dai radicali pannelliani alla sinistra vendoliana e Rifondazione comunista. Però poi vai a scoprire che per certi africani il padre dell’indipendenza dell’India è stato un bieco razzista e difensore dell’apartheid. La pensano così in Sudafrica e Ghana.

Sebbene lo stesso Mandela abbia citato qualche volta il Mahatma come fonte d’ispirazione per una fase della lotta contro il segregazionismo (che fu pure armata), tra i suoi eredi non tutti condividono questo giudizio. Una statua che svetta nel centro di Johannesburg è stata sfregiata con vernice bianca nel 2015, al termine di una manifestazione indetta proprio da attivisti dell’ANC, il Congresso nazionale africano, partito fondato da Mandela che dalla fine dell’apartheid guida il paese. Per l’occasione venne lanciato un hashtag su Twitter, #Gandhimustfall. Gandhi deve crollare.

Il leader indiano visse per 21 anni in Sudafrica, dal 1893 al al 1914, dove lavorò come avvocato e si interessò dei diritti dei numerosi migranti indiani. Secondo i suoi detrattori africani, in quella fase Gandhi – per difendere la sua comunità – stipulò dei compromessi con il governo coloniale britannico, tutti a discapito dei neri. Secondo un libro scritto da due noti docenti , era solito etichettare i gli africani come “kaffir” e “selvaggi”. Inoltre, si batté per ottenere accessi separati per gli indiani negli uffici postali, proprio per non “contaminarsi” coi neri.

Proteste contro una statua di Gandhi hanno avuto luogo anche in Ghana. Dopo una petizione online lanciata da un gruppo di intellettuali, firmata da migliaia di persone, il governo si è dovuto impegnare a rimuovere il monumento collocato in pompa magna in un’università della capitale. Alla sua inaugurazione aveva partecipato perfino il presidente indiano Pranab Mukherjee e l’opera, negli intenti originari, avrebbe dovuto suggellare il rafforzamento dei legami di amicizia ed economici tra i due paesi. Ma la voce degli iconoclasti del posto è stata, stavolta, più forte del richiamo degli affari con il gigante asiatico.

Chi sarà la prossima vittima di questa furia? Toccherà ai castelli medievali ed alle chiese cinquecentesche, colpevoli di essere un retaggio del feudalesimo e dell’Inquisizione? O ai monumenti per l’omofobo e misogno Dante Alighieri? Oppure ai templi degli schiavisti greci e romani? C’è da temere che, di questo passo, qualche fine attivista arriverà ad invocare l’abbattimento del Colosseo, dove esseri umani in catene venivano indotti a combattere con animali sfruttati e torturati. Aspettiamo le sentenze postume dell’associazione per i diritti umani, del collettivo queer femminista o del gruppo antivivisezione di turno.

 

di Omar Minniti

Fonte: lantidiplomatico.it

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