L'aggressione NATO alla Serbia - www.altreinfo.org

L’aggressione NATO alla Serbia

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Il 24 marzo 1999, gli Stati Uniti e la NATO dettero inizio agli assalti aerei sulla Serbia, che continuarono per 78 giorni, fino al 10 giugno, infliggendo danni per miliardi di dollari, distruggendo le strutture industriali e dei servizi essenziali della nazione, e causando la morte di  migliaia di civili.

L’ attacco fu preceduto e seguito da un’ imponente campagna mediatica volta a demonizzare la Serbia ed a far credere all’ opinione pubblica mondiale che i Serbi stessero ponendo in atto, scientemente e con premeditazione, una persecuzione ed un tentativo di genocidio ai danni della popolazione kosovara di etnia albanese. La demonizzazione dell’ avversario, la costruzione di prove fasulle, la manipolazione della stampa e dei media in genere per ottenere il consenso nei confronti della politica aggressiva e imperialista, sono una costante nel comportamento degli Stati Uniti.

Gli antefatti in Croazia e Bosnia

Alla fine del 1995 il processo di smembramento e di dissoluzione della ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era praticamente concluso. Sotto la regia USA (vedi la traduzione dell’ articolo di Ramsey Clark “divide et impera”in questo stesso sito) Slovenia, Croazia, Bosnia si erano già separate dal governo federale ed avevano formato stati indipendenti. Questo processo se era stato abbastanza indolore per la Slovenia, più etnicamente compatta, era invece stato tragico e doloroso per le altre repubbliche. In Croazia infatti più del 12% della popolazione era di etnìa serba ed in particolare in Krajina, regione che amministrativamente  faceva parte della Croazia, i serbi erano la stragrande maggioranza. Tra il 1993 ed il 1995 i croati diedero l’ assalto alla regione della Krajina e per la fine del 1995 più di 500.000 serbi si erano visti costretti a lasciare la regione. Ci furono una serie di crimini e di episodi di pulizia etnica e di violazioni del diritto internazionale perpetrati dai croati dei generali Janko Bobetko e Ante Gotovina contro i serbi di Krajina.

Contemporaneamente scontri sanguinosi dilaniavano la Bosnia in cui la maggioranza bosniaco musulmana conviveva con le forti minoranze serba e croata: tutti i gruppi etnici  organizzarono  proprie formazioni militari, le città di Mostar e di Sarajevo furono assediate, Mostar originariamente in mano musulmana si arrese ai croato-bosniaci nel 1993, dopo la distruzione dello storico vecchio ponte che divenne il simbolo della guerra. A sua volta Sarajevo fu assediata dai serbo-bosniaci per 43 mesi: l’ assedio durò dal maggio del 1992 fino alla stipula degli accordi di Dayton del novembre-dicembre 1995. Ciascuno dei tre gruppi etnici si rese protagonista di crimini di guerra e di operazioni di pulizia etnica.

L’ accordo di Dayton prevedeva la creazione di due entità interne allo stato di Bosnia Erzegovina: la federazione croato-musulmana  (51% del territorio nazionale) e la repubblica serba (49% del territorio). Le due entità create sono dotate di poteri autonomi in vasti settori, ma sono inserite in una cornice statale unitaria. Alla Presidenza collegiale del Paese (che ricalca il modello della vecchia Jugoslavia del dopo Tito) siedono un serbo, un croato e un musulmano, che a turno, ogni otto mesi, si alternano nella carica di presidente.

Il Kosovo

Dopo la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina, l’ epicentro delle violenze si sposta in Kosovo.  Il Kosovo era una provincia autonoma della Serbia ed era popolata da una maggioranza di cittadini di etnìa albanese e quindi di religione musulmana. Fino al 1989 il Kosovo aveva goduto di una certa autonomia all’ interno della repubblica Serba: la lingua albanese-kosovara godeva dello status di lingua ufficiale nella provincia, alla pari del serbo; vi erano scuole autonome. Ma con gli eventi che portarono alla disgregazione della Jugoslavia,  nacquero e si rafforzarono in breve tempo formazioni armate (sovente guidate da veterani di quella guerra) con dichiarati intenti indipendentisti.

La guerra del Kosovo si può dividere in tre fasi distinte:

  1. 1996-1999:  i separatisti albanesi dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o KLA, Kosovo Liberation Army, “Esercito di liberazione del Kosovo”) iniziano le ostilità con attentati terroristici ed uccisioni ai danni di cittadini serbi e non albanesi. Nel contempo inizia la demonizzazione della Serbia e di Milosevic ad opera dei media occidentali
  2. marzo 1999: la trappola dei negoziati di Rambouillet e Parigi: le condizioni che si voleva imporre alla Serbia erano così mortificanti e lesive dell’ autorità e indipendenza nazionale che qualsiesi stato di diritto le avrebbe respinte, in questo modo gli USA e la NATO avrebbero avuto un’ ulteriore occasione per accusare la Serbia  e giustificare l’ intervento militare
  3. 24 marzo 1999: ha inizio la campagna militare della NATO contro la Serbia.

La guerriglia in Kosovo tra il 1996 ed il 1999

Tra il 1996 ed il 1999 i separatisti albanesi dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o KLA, Kosovo Liberation Army, “Esercito di liberazione del Kosovo”), finanziati dai traffici di armi e stupefacenti e con l’ appoggio politico degli Stati Uniti,  diedero il via ad una campagna di attentati terroristici ed uccisioni ai danni di cittadini serbi o comunque  non albanesi, nonchè contro le loro proprietà e contro le entità statali. Come conseguenza  ci fu una repressione sempre più dura da parte della polizia e, più tardi, da parte di forze paramilitari ispirate da estremisti serbi. Per tutto il 1998, mentre la guerriglia sul terreno si espandeva e la repressione delle forze di sicurezza serbe si faceva via via più pesante, la NATO adottò una politica di dissuasione e minaccia contro il governo Serbo guidato da Slobodan Milošević.

Intanto veniva orchestrata una pesante campagna mediatica: dalla fine del 1989, la Cnn e altre Tv occidentali, mandavano in onda con frequenza filmati di presunte stragi di civili attuate dai serbi. Venivano trasmesse diverse parti del filmato, che mostravano cadaveri accatastati. Le parti sempre diverse dello stesso filmato davano l’idea che i serbi stessero attuando un genocidio, e inducevano a credere che la Nato dovesse intervenire per impedirlo.

I giornalisti occidentali ripetevano acriticamente le notizie che arrivavano dalle agenzie. Il nuovo Hitler era Slobodan Milosevic, e le autorità dei paesi NATO ergendosi a difensori e paladini dell’ umanità    e dell’ altruismo, criticavano il comportamento del governo serbo. Giornali come il Wall Street Journal e il New York Times scrivevano che “il regime di Milosevic stava tentando di sradicare un intero popolo”.

I negoziati di Rambouillet – marzo 1999

Esercitando forti pressioni, la NATO e i governi europei ottennero l’avvio dei negoziati di Rambouillet. Dapprima i rappresentanti dell’ UÇK furono restii a firmare un documento nel quale era formalmente garantita l’autonomia del Kosovo, ma non la sua piena indipendenza.  Gli USA s’ imposero e, forti della loro politica di sostegno delle ambizioni independiste dei Kosovari, ottennero l’ assenso dell’ UÇK  al documento.

Pochi giorni dopo la conclusione di Rambouillet  avrebbe dovuto tenersi a Parigi una sessione non politica finalizzata a stabilire gli aspetti attuativi e organizzativi dell’accordo, ma la delegazione serba sin dall’inizio  abbandonò  le sedute rimettendo in discussione gli esiti  di tutta la trattativa, dichiarando che non accettava più quella che considerava una indipendenza di fatto mascherata da autonomia. I Serbi si sentivano presi in giro e provocati.  Che cosa era successo?

La parte Serba fu di fatto costretta ad abbandonare il negoziato a seguito di due elementi-chiave introdotti, su input degli Stati Uniti, alla vigilia della firma dell’accordo. In primo luogo, il 22 febbraio, il Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, si impegnò, verso la parte kosovara, a garantire, entro tre anni, il distacco del Kosovo dalla Federazione; in secondo luogo, fu introdotta un’appendice (Appendice o Annex B) alla parte militare dell’Accordo che prevedeva, di fatto, l’occupazione militare dell’intera Federazione Serbia da parte della NATO. L’ articolo 8 dell’ Annesso B infatti recitava:

NATO personnel shall enjoy, together with their vehicles, vessels, aircraft, and equipment, free and unrestricted passage and unimpeded access throughout the FRY [Federal Republic of Yugoslavia] including associated airspace and territorial waters. This shall include, but not be limited to, the right of bivouac, maneuver, billet, and utilization of any areas or facilities as required for support, training, and operations.” (dal testo in inglese)”Le personnel de l’OTAN aura, de même que ses véhicules, navires, aéronefs et équipements, toute liberté d’accès et de passage sur l’ensemble du territoire de la RFY, y compris son espace aérien et ses eaux territoriales. Cette faculté comprendra, de manière non limitative, le droit de bivouaquer, de manœuvrer, de se loger, et d’utiliser toute zone ou toute installation pour des besoins logistiques, d’entraînement ou opérationnels“. (dal testo originale francese)

Tali misure, inaccettabili per qualsiasi stato sovrano, erano tanto più irricevibili, in quanto la Costituzione Federale yugoslava vietava, sin dai primi anni ’70, lo stazionamento di truppe straniere sul territorio Jugoslavo. Si imponeva di fatto l’occupazione militare della Nato sulla Federazione Serba. Lo stesso Henry Kissinger dichiarò che:

“Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe Nato in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma”.“The Rambouillet text, which called on Serbia to admit NATO troops throughout Yugoslavia, was a provocation, an excuse to start bombing. Rambouillet is not a document that an angelic Serb could have accepted. It was a terrible diplomatic document that should never have been presented in that form” – (Henry Kissinger al Daily Telegraph, 28 giugno 1999)

Molto interessante anche il contenuto della: Quarta Relazione del Comitato Ristretto per gli Affari esteri del Parlamento Britannico; che si occupa della crisi del Kosovo. Molto significative sono le note e le testimonianze relative agli sviluppi che portarono al fallimento dell’Accordo di Rambouillet, che confermano come numerosi osservatori – anche autorevoli ed estranei rispetto al conflitto serbo-albanese – abbiano individuato nelle promesse della Albright di tenere un referendum per l’indipendenza del Kosovo e nell’ “Annesso Militare B” aggiunto all’ ultimo momento agli accordi, le ragioni che resero impossibile la firma alla parte serba. Nel documento del Parlamento Britannico si legge tra l’ altro:

Professor Roberts told us that the Military Annex was:
on one level a complete scandal, and it shows an absence of any understanding whatever of Serbian society, because to write into a military agreement that the Yugoslav Government had to accept NATO troop rights, not merely in transit but manoeuvre and goodness knows what else, was outrageous, bearing in mind that Yugoslavia is a country where it had been a constitutional offence, under the Tito constitution, and since 1971 actually, to accept the presence of foreign forces on Yugoslav soil. And it is not correct to say, as has been commonly done, including still today by Wes Clark, that the military agreement was simply a carbon copy of the Dayton Agreement in respect of Yugoslavia. There are provisions in there that were not in the Dayton Agreement.

Lo stesso documento conclude dichiarando quelle che erano le aspettative della NATO:

“…unless Milosevic could be blamed for the collapse of the talks, it would be difficult to justify the use of force against him, and—in NATO’s eyes—without the start of a military campaign, attacks on the Kosovo Albanians could continue unhindered. The next best outcome was therefore that the Kosovo Albanians would sign and Milosevic would not. If neither side signed, the killing would continue, and it would have been difficult for NATO to do anything about it. It was therefore necessary to tilt in favour of the Kosovo Albanians—and as we discuss above, the USA was prepared to tilt further than the United Kingdom-French co-chairs”.
Ovvero: ” A meno che Milosevic non avesse potuto essere accusato del fallimento dei colloqui, sarebbe stato difficile giustificare l’ uso della forza contro di lui e, secondo la visione della NATO, senza l’ avvio di una campagna militare (contro la Serbia), gli attacchi contro gli Albanesi Kosovari avrebbero potuto continuare indisturbati. La conclusione migliore era quindi che i kosovari albanesi firmassero e Milosevic invece non firmasse. Se nessuna delle due parti avesse sottoscritto gli accordi le uccisioni (tra le opposte fazioni in kosovo) sarebbero proseguite e sarebbe stato difficile per la NATO fare qualunque cosa. Era dunque necessario pendere a favore degli albanesi e, come abbiamo detto in precedenza, gli USA erano pronti a prendere le parti degli albanesi più degli altri partecipanti Gran Bretagna e Francia”

Dunque Rambouillet si configurò come una vera e propria “trappola” in cui volutamente gli americani (la NATO) pose ai serbi condizioni così punitive proprio per ottenere il loro rifiuto a sottoscrivere gli accordi ed avere il pretesto per attaccare

In effetti  non era mai esistita alcuna “negoziazione”:  il governo U.S.A. – ed in particolare il Segretario di Stato Madeleine Albright avevano  in pratica presentato al Governo Yugoslavo un diktat, prendere o lasciare:

  1.  al Kossovo doveva essere garantita l’autonomia
  2. per difendere questa autonomia, la NATO doveva stanziare sue truppe di terra in Yugoslavia
  3. entro tre anni, si doveva tenere un referendum sull’indipendenza del Kossovo dalla Yugoslavia (direttamente pilotato dalla NATO)

Il governo Yugoslavo aveva accettato la parte dell’accordo che riguardava l’autonomia, ma non poteva rifiutare le altre in quanto evidentemente lesive dell’ autonomia, sovranità ed indipendenza nazionale. Ma gli  aspetti chiave dell’accordo furono praticamente occultati dai media.

Il giornalista inglese Robert Fisk (corrispondente del Time e dell’ Independent) in un articolo del 26 novembre 1999 sull’ Independent testimonia la sorpresa della delegazione serba di fronte a questi ultimatum posti all’ ultimo minuto dei negoziati ed a quanto pare all’ insaputa persino degli alleati degli americani:

“The Serbs say they denounced it at their last Paris press conference – an ill-attended gathering at the Yugoslav Embassy at 11pm on 18 March”. Serb dissidents who took part in the negotiations allege that they were given these conditions on the last day of the Paris talks and that the Russians did not know about them. These provisions were not made available to the British House of Commons until 1 April, the first day of the Parliamentary recess, a week after the bombing started (The Independent 26 novembre 1999).

Tra l’ altro nei negoziati che seguirono agli attacchi ed al bombardamento della Serbia queste condizioni impossibili da accettare non furono più imposte alla Serbia e non vi fu più menzione di esse nel trattato di pace finale. Per cui si deve registrare l’ assurdità che le condizioni che furono imposte alla Serbia prima dell’ attacco NATO – americano erano molto più pesanti di quelle che dopo i bombardamenti furono imposte ad una Serbia semidistrutta e vinta. Con ragione Fisk si chiede:

“What was the real purpose of NATO’s last minute demand? Was it a Trojan horse? To save the peace? Or to sabotage it?” 

24 marzo 1999 iniziano i bombardamenti

La NATO iniziò quindi una escalation di bombardamenti aerei su tutto il paese che sono durati oltre due mesi (operazione Allied Force). I jet della NATO partivano soprattutto da basi militari italiane, come quella di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia. Il governo D’ Alema autorizzò l’ uso delle basi italiane ed allo schieramento partecipò anche una squadra navale italiana comprendente l’ ammiraglia incrociatore portaerei Giuseppe Garibaldi ed il suo gruppo aereo. In media, la Serbia subiva almeno 600 raid aerei al giorno. L’ intervento non colpì solo obiettivi militari, ma furono effettuati anche interventi “dissuasivi” ed intimidatori nei confronti della popolazione allo scopo di esercitare una pressione su Milošević; tra questi il bombardamento delle centrali elettriche (soprattutto con bombe alla grafite, ad effetto “psicologico”, che non provocano danni permamenti ma prolungati blackout),  il bombardamento della sede della televisione serba a Belgrado, il bombardamento di colonne di profughi, anche di etnìa kosovara, il bombardamento di industrie chimiche con successive pesanti ricadute ambientali. Il numero esatto di vittime della guerra, sia serbe che albanesi, militari e civili, non è ancora oggi conosciuto con esattezza, ma è presumibile sia dell’ordine di qualche migliaio.  Lo stesso presidente francese Jacques Chirac rivolgerà un messaggio sarcastico al generale americano: “bisogna ringraziarlo (Clark) per il fatto che sul Danubio c’è ancora un ponte integro”

Nella sezione “Fonti – approfondimenti” in fondo a questa pagina è riportato, tra gli altri,  il link ad un rapporto di Amnesty International che un anno dopo la fine dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale della Jugoslavia riconosceva: “La NATO ha in piu’ occasioni violato i principi umanitari da applicare in ogni conflitto armato”.

Il treno sul ponte di Grdelicka

Tra i tanti episodi si riporta  quello relativo al bombardamento del ponte ferroviario vicino il villaggio serbo di Grdelica, episodio in cui morirono almeno 14 persone. L’ attacco fu portato il 12 aprile 1999 quando un bombardiere dell US Airforce attaccò un ponte ferroviario vicino il villaggio serbo di Grdenicka proprio mentre un treno passeggeri stava attraversando il ponte.

Il treno sul ponte di Grdelicka

Il treno sul ponte di Grdelicka

Dopo un primo attacco il pilota effettuò un secondo passaggio sul ponte che bruciava e sganciò una bomba su un vagone che non era stato colpito nel primo passaggio.

Il treno era carico di pendolari. La NATO definì  il bombardamento  come un tragico incidente e fu organizzata una conferenza stampa con la proiezione di un video, ripreso dallo stesso aereo, per dimostrare all’ opinione pubblica che si era trattato di una fatalità.  Ma la presentazione, si scoprì quasi subito, era basata su un filmato manipolato ed una falsa descrizione di ciò che era accaduto a bordo dell’ aereo.

I giorno dopo l’ attacco, nel tentativo di dimostrare che l’ attacco stesso fosse un ennesimo, involontario caso di “danni collaterali”, il generale Wesley Clark, il capo delle forze NATO, indisse una conferenza stampa e mostrò due video registrati dalle telecamere alloggiate nell’ ogiva delle bombe teleguidate che avevano colpito il treno. Secondo Clark le immagini mostravano che il treno passeggeri stesse procedendo verso la zona del ponte dove erano dirette le bombe, ad una velocità troppo alta per permettere al pilota, che oltretutto era impegnato nel difficile compito di guidare la traiettoria delle bombe stesse, di accorgersi dell’ arrivo del treno e reagire. Il pilota aveva “meno di un secondo” per far abortire l’ attacco, asserì Clark.

Naturalmente questa versione dell’ accaduto non spiega perchè l’ aereoplano fosse tornato indietro e avesse sganciato una seconda bomba, ma la versione ufficiale NATO data da Clark era fuorviante per due ulteriori aspetti

Innanzitutto il filmato mostrato da clark era accelerato almeno del triplo rispetto la velocità reale dell’ azione. In secondo luogo il cacciabombardiere usato nell’ attacco era un F15 che aveva un equipaggio di due persone, un pilota ed un addetto ad i sistemi d’ arma. Il pilota non aveva alcun ruolo nel dirigere le bombe e quindi non avrebbe potuto essere impegnato nel “difficile compito” di dirigerne la traiettoria. In quel tipo di velivolo le bombe si dirigono automaticamente sull’ obiettivo non appena l’ ufficiale addetto al puntamento dei sistemi d’ arma setta le coordinate dell’ obiettivo, questi può comunque intervenire per deviare o far abortire le bombe.

Festerling, il giornalista del Frankfurter Rundschau che in un articolo del 6 gennaio 2000 svelò la macchinazione, puntualizzò inoltre che le informazioni tecniche sempre riportate a margine dei filmati tra cui un orologio che ne indica la velocità, furono omesse nei video mostrati allastampa da Clark. Festerling spiegò:

“According to the video 2.3 seconds elapse from the time the train clearly enters the field of vision to the time the bomb strikes home. This implies the train was travelling at 300 kilometres per hour. If one assumes, for the purpose of making calculations, that the train was actually travelling at 100 kilometres per hour (a figure which is probably far too high, bearing in mind the antiquated state of the Serbian rail system) the video [shown by Clarke] is running at least three times faster than real time. This means the weapons systems officer had at least 6.9 seconds to react, instead of 2.3 seconds—which Clark, in his presentation, had reduced to ‘less than a second’.“NATO therefore showed a film which was totally unreliable with regard to the crucial question of when the attack took place. On the basis of these unreliable videos and a misleading choice of words, the NATO Supreme commander in Europe led the public to believe that the attack on the train was unavoidable because of time pressure.”

Attualmente la NATO ha di fatto ammesso che in effetti ciò è quello che è realmente successo.

Festerling ha riportato la dichiarazione di un ufficiale del comando NATO in Europa che ammise: “Yes, the video ran considerably faster.” Il comando dell’  US Air Force in Europa, nella città di  Ramstein, in Germania, pure ha confermato quanto accaduto, ma attribuendone la causa ad un  deplorevole errore  hardware della  Sun Microsystems.

Secondo la loro interpretazione, l’ accelerazione della velocità del filmato avvenne durante la conversione del filmato in formato mpeg e non fu rilevata. La causa principale sarebbe stata la fretta con la quale si voleva rendere il materiale pronto per la divulgazione al pubblico e quindi fu tralasciato di effettuare una più rigorosa e si supponeva complicata conversione. Inoltre, sempre secondo le spiegazioni del comando NATO,  alcune informazioni tecniche non apparivano nel filmato in quanto, per qualche  ragione non resa nota, il filmato proveniva dal velivolo d’ appoggio e non da quello che aveva effettuato l’ attacco. Il video dell’ aereo che aveva realmente effettuato l’ attacco non era più disponibile.

L’ intera ricostruzione appare estremamente dubbia. si può ragionevolmente assumere che persone che avevano un’  esperienza continua di questo tipo di tecnologia avrebbero dovuto immediatamente accorgersi dell’ accelerazione della velocità del filmato (del triplo!). Inoltre la tecnologia necessaria per effettuare la conversione del video in formato mpeg non appare certo particolarmente sofisticata e nel 1999 era già perfettamente disponibile su PC per coloro che manipolavano video.


Fonte: http://www.nonsolobush.it/kosovo2.php


Fonti – approfondimenti:

http://www.iacenter.org/bosnia/balkans.htm (la pagina del sito dell’ International Action Center dedicata ai Balcani)

ANTONELLA RANDAZZO – I Crimini NATO in Kosovo

MASSIMO CAROTA – NATO e KOSOVO

Sintesi del Libro Bianco sui crimini della NATO in Jugoslavia

Sito del Coordinamento Romano per la Jugoslavia

NOAM CHOMSKY – “Another way fo Kosovo” – Le monde Diplomatique  14 marzo 2000

“DANNI COLLATERALI” O UCCISIONI ILLEGALI? Violazioni del diritto bellico da parte della NATO durante l’Operazione Forza Alleata.

GIANCARLO CHETONI – “Kosovo: la nostra Europa” – Italia Sociale – Geopolitica 2007

COORDINAMENTO NAZIONALE PER LA JUGOSLAVIA – “Documentazione
tm

http://www.pasti.org/milodif.html

http://www.cnj.it/MILOS/testi.htm

un articolo di Fulvio Grimaldi

***

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

You may also like...

error: Alert: Content is protected !!