La Germania va a lignite. A quando la procedura d’infrazione? Maurizio Blondet - www.altreinfo.org

La Germania va a lignite. A quando la procedura d’infrazione? Maurizio Blondet

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Ricordate quando Donald Trump annunciò che  avrebbe fatto uscire gli USA dagli accordi di Parigi, che obbligano gli aderenti a impedire che la temperatura globale si alzi più di 2° sul livello dell’era pre-industriale? Era l’estate 2017. Ricordate sicuramente l’indignazione scandalizzata  di tutti i governanti virtuosamente ecologisti, contro il selvaggio che “non crede al  cambiamento climatico per opera dell’uomo”.

E nessuno era più virtuosamente indignato di Angela Merkel,  che col ditino alzato letteralmente sgridò il selvaggio indifferente ai destini del pianeta.

Berlino ha esibito come modello che il resto di noi doveva imitare la sua Energiewende, transizione energetica, il passaggio alle energie rinnovabili dove, sussidiandole,  la Germania ha adesso un terzo della sua produzione di elettricità in energie “vento e  sole”,  dove ha creato  300 mila posti di lavoro mentre contemporaneamente chiudeva le sue centrali nucleari, e il tutto mantenendo il potente afflusso energetico nelle sue prospere industrie, più prospere che mai con il ben noto super-attivo commerciale.  Non a caso il segretariato Onu per il Clima ha preso sede a Bonn, città-modello del paese-guida che tutti ci ammaestra in fatto di energia pulita  ed alta moralità ambientale.

In realtà, pochi mesi dopo l’Agenzia tedesca per  l’ambiente ha ammesso che, nell’ultimo decennio, la Germania non ha diminuito le  emissioni di CO2, ed anzi  la produzione di questo inquinante colpevole dell’effetto-erra stava aumentano: da 902 milioni del 2015, si era  passati nel 2016 a 960, il dato più alto d’Europa, e tutte  le riduzioni  che  il Paese aveva annunciato per il 2020 e 2030 sarebbero  fallite.

Scopro così quasi per caso che la Germania è, in Europa, il paese che produce e brucia più carbone di tutti; che viene dal carbone il 40,3 per cento della sua energia elettrica: e quale  carbone, poi!  Non tanto l’antracite  (che pesa per il 15,5%), ma  per quasi il 25% brucia  la lignite altamente inquinante, umida e  inefficiente  energeticamente. Non stupisce che l’elettricità  prodotta in questo modo sia responsabile di oltre un terzo delle emissioni in C02  del Paese.

Orrore orrore: il carbone è ritenuto dagli ecologisti una delle peggiori fonti di inquinamento atmosferico,  particolati e  polveri sottili che insidiano i polmoni, come ci spiegano  gli ecologisti ;  la lignite è infinitamente peggio dell’antracite da miniera, perché viene estratto in miniere a cielo aperto di cui il paese abbonda,  dato che i giacimenti sono superficiali, essendo il legno di antiche foreste ancora non completamente carbonificato.

E benché il paese abbia un robusto partito “Verde” (resso-verde)   che prende sull’8 per cento  dei voti, questi ecologisti di sinistra non sembrano eticamente mobilitati contro l’inquinante nazionale. Se lo  fanno,  questi allarmati per la foca monaca  lo fanno educatamente a bassa voce. Del resto, a volte sono anche determinanti per la tenuta del governo  Merkel.

E’ invece un’agenzia ONU per l’Ambiente a lanciare, il 18 settembre, l’allarme per la foresta di Hambach,  antica di 12 mila anni, di querce e carpini, con animali selvatici protetti dalle “normative europee”:  ne sono rimasti solo 300 ettari, e la RWE, Rheinisch-Westfälisches Elektrizitätswerk AG, la principale produttrice di elettricità  in Germania, ne vuole abbattere la metà per ampliarvi la limitrofa miniera di lignite – la più grande d’Europa a cielo aperto – che sfrutta per le sue centrali a carbone.  La foresta di Hambach sta, tra l’altro, quasi ai confini di Francia e Belgio, i cui cittadini godranno – perché l’Europa non ha confini – delle polveri sottili e orribili particolati della centrale a carbone bruno (così chiamano la lignite) che la RWE opera nelle vicinanze. La ditta ne ha  altre due  del genere, molto antiquate (risalgono agli anni ’60-70),  che sono comunemente note come responsabili del peggior inquinamento.

La foresta di Hambach

La foresta di Hambach

“L’accordo di Parigi sul clima ha un articolo che specificamente protegge le foreste, e la Germania è  il paese-guida nell’aiutare gli stati sottosviluppati ai Tropici a salvare le loro foreste”, dice Tim Christophersen, l’esperto Onu per il patrimonio forestale e paesaggistico; “se in patria distrugge le foreste per trasformarle in miniere di carbone all’aperto, manda il segnale sbagliato a quei paesi”. Non ci stupiamo, conoscendo bene lo zelo di istitutrice che la Germania si assume  verso di noi anche nel campo delle finanze, sgridandoci e poi punendoci per i nostri deficit mentre nulla fa per il suo surplus, parimenti contrario alle regole.

Ora scopriamo che la Virtuosa sta chiudendo le sue centrali nucleari solo perché le sostituisce con le centrali a lignite, materia prima discutibile ma che è di produzione nazionale, non deve importare, e quindi contribuisce potentemente la sua competitività. Giunge a spostare le popolazioni di antichi villaggi per lasciar libero il terreno allo sfruttamento della RWE.

Antichi castelli in pericolo per la lignite. (Foto Krusnohorsk)

Ed anzi, ne scava di sempre nuove a cielo aperto, e sovvenziona con aiuti di Stato questa industria (come quella del carbone nero) benché abbia giurato che entro dicembre 2018 smetterà di usare il carbone per produrre energia elettrica; e dobbiamo crederlo, perché Berlino ha creato addirittura una Commissione apposita, Kohleausstiegskommission (Coal Exit Commission). Subito, Smettiamo subito, giura la altamente morale Kohleausstiegskommission.  Per  intanto però le sue centrali elettriche a lignite, che funzionano 24 ore al giorno,  producono tanta energia che la RWE e le altre ditte vendono all’estero l’eccedenza.

Ma per  adesso bisogna, asseriscono i produttori tedeschi di carbone, perché l’industria  sta riempiendo i vuoti provocati dalla chiusura successiva delle centrali nucleari;  senza contare che la possente industria germanica deve pur contare sull’elettricità a flusso  sicuro, quando il vento cala e il sole non brilla: ma dal 2030, tutta l’elettricità della federazione sarà prodotta da vento, sole e  biomasse di gelsomini.

Ma Foreign Policy ha scoperto invece che  l’ostinazione a servirsi di un’industria energetica così inquinante  ha un prevalente motivo politico-clientelare:  l’estrazione della lignite dà  lavoro a  almeno 20 mila addetti, nelle provincie della Renaniaa Occidentale e nella Lusazia orientale, non solo regioni relativamente sottosviluppate, ma dove i socialdemocratici  hanno le loro basi elettorali,  e uno dei loro sindacati più forti: la IG Bergmau Chemie Energie. Insomma il partito di Schulz fa quello che fa Trump : difende i suoi minatori, parte influente del suo elettorato, mantenendo una attività economica “arretrata  e non-competitiva”. E siccome i socialdemocratici sono il partito alleato della Merkel nella Grande Coalizione il gioco è fatto.

Germany Is a Coal-Burning, Gas-Guzzling Climate Change Hypocrite

La conferma della Cancelliera anche stavolta è  salutata come un trionfo dalla lobby del carbon fossile, commenta R.Andreas Kremer, dell’Istituto di Studia Avanzati di Sostenibilità con sede a Postdam. Il governo, infatti, è giunto ad appioppare una tassa sui generatori solari usati nelle case private ed uffici, ciò che ha rallentato immediatamente le nuove installazioni.

L’attento lettore troverà in questa ipocrita finzione  di ecologismo qualche analogia col “Dieselgate”, il cartello con cui Audi, BMW, Daimler, Volkswagen e Porsche  si sono accordate sottobanco per dichiarare emissioni false dei loro motori a gasolio,  cosa che ha fatto infuriare Trump e aperto una causa in Usa che è e sarà molto costosa per gli ipocriti.

Ma niente paura: il costo sarà coperto da noi europei. L’anno scorso, la Volkswagen ha ottenuto con le dovute pressioni a Bruxelles un ammorbidimento degli standard di emissione di CO2 nell’Unione Europea.

Si tenga conto che già sette paesi  (fra cui  il nostro), in obbedienza alle normative  UE, si astengono dal bruciare anche un etto di carbon coke, mentre Germania, Francia e Regno Unito continuano, promettendo riduzioni nel 2030;  che persino  l’Austria, il Belgio, l’Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, il Portogallo, la Slovenia e la Svezia hanno scritto alla Commissione europea, esortandola ad adottare  una linea più severa nel settore automobilistico, ma hanno visto le loro richieste  ignorate.

https://climateanalytics.org/media/eu_coal_stress_test_report_2017.pdf

eu_coal_stress_test_report_2017

Ora, dunque, se il primo gennaio 2019 la Germania continuerà a bruciare carbonella nonostante le promesse della sua Kohleausstiegskommission, siamo sicuri che Bruxelles avvierà  la procedura d’infrazione contro Berlino per inquinamento delle popolazioni circonvicine. Siete sicuri? Noi si. Ma se la sciatica di cui Juncker soffre gli impedisse di agire a difesa di valori europei, ci permettiamo di suggerire al professor Paolo Savona, ministro appunto agli affari europei, di esigere l’apertura della procedura d’infrazione verso Berlino. Causa in cui,  siamo certi, avrà l’appoggio pieno e totale del capo dello Stato, tanto intransigente in europeismo da non riconoscere  come legittimo il vigente governo  in quanto  meno devoto ai dogmi di Maastricht.

Mattarella, da europeista, fremerà di sdegno ad apprendere che la Germania, per recuperare il terreno e adempier agli Accordi di Parigi  come ha promesso di fare e per cui ha sgridato l’inadempiente Trump, dovrebbe spendere 2,3 trilioni di euro, ossia 2300 miliardi, da qui al 2050. Cosa su cui persino Die Welt esprime una certa incredulità.

Perché,  guardiamoci in faccia:  a cosa si riduce l’egemonia tedesca? Come sta operando la sua leadership?

  • Sulle emissioni inquinanti, ha violato i suoi stessi impegni.
  • Per rendere l’Europa a prova di crisi finanziarie e monetarie, nessuna iniziativa ha preso.
  • Nessuna idea  ha concepito per combattere le  ineguaglianze sempre più scandalose.
  • Nessun piano per affrontare la crisi demografica ed educativa, per la quale in Europa (a cominciare proprio dalla Germania) i giovani sono meno istruiti dei loro genitori, ricetta sicura di arretramento della civiltà.
  • L’accoglienza agli immigrati, vogliamo parlarne? Dopo averli invitati a milioni ed aver preteso sanzioni contro tutti i paesi vicini che non li accolgono come dice  lei, la Merkel – constatato che la questione migranti toglieva voti alla CDU e ne portava alla AfD – ha emanato successivamente tre leggi , sempre più regressive e meno accoglienti, e sempre più limitanti i diritti degli immigrati e volte a scoraggiare i nuovi arrivi.
  • https://www.newstatesman.com/world/2018/01/how-germanys-refugee-dream-soured
  • Alla fin fine, la leadership, ossia la funzione-guida, della Germania sembra ridursi alle sue ossessive  lezioni  minacce e sanzioni sul debito dell’Italia e della Grecia.

Il presidente Mattarella avrà certo modo di contestare questo scarso europeismo di Berlino – ci vuole Più Europa, perdio! – ed esigere che almeno, la Germania copra le sue miniere a cielo aperto come l’Ilva copre le montagne di carbone e  ferrite nei suoi piazzali, per volontà dei nostri ecologici 5Stelle. Sono costi, si sa. Ma per questo meritano sanzioni  gli inadempienti. Anche i nostri no-Tav e No-Tap dovrebbero muoversi.  Altrimenti  cosa resta dei valori europei ? Ah sì, le sfilate del gay pride.

L’Europa

di Maurizio Blondet

Fonte: www.maurizioblondet.it

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