Dopo Babbo Natale e il cinese, salta pure la pista kirghisa per la strage di Istanbul. Ora, i rettiliani? Mauro Bottarelli - www.altreinfo.org

Dopo Babbo Natale e il cinese, salta pure la pista kirghisa per la strage di Istanbul. Ora, i rettiliani? Mauro Bottarelli

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Premessa doverosa: questo articolo rischia di diventare vecchio e anacronistico da un momento all’altro. Le versioni “ufficiali” sulla strage di Istanbul di Capodanno, infatti, cambiano con la velocità con cui cambia fidanzati Belen Rodríguez o allenatori il Palermo di Zamparini. Prima era l’uomo vestito da Babbo Natale, decisamente l’abbigliamento perfetto per chi voglia compiere un attentato la notte di Capodanno nel blindatissimo quartiere europeo di Besiktas e passare inosservato.
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Poi è stato il cinese dello Xinjiang, identificato tramite delle riprese delle telecamere talmente poco nitide da farlo sembrare chiunque, da un pizzaiolo egiziano e un postino portoghese.
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Poi, finalmente, il giallo – non è una battuta razzista – è stato risolto, con tanto di documenti dell’attentatore (altro classicissimo). Ad uccidere una quarantina di persone, tra cui 24 stranieri, al Reina Club è stato il 28enne Iakhe Mashrapov, cittadino con passaporto del Kirghizistan. E sempre dalla Turchia la corrispondente della britannica ITV (ma guarda un po’), Sally Lockwood, riporta – citando fonti della polizia – che la moglie del presunto autore della strage è stata arrestata. La donna, chiarisce invece il quotidiano Haberturk, è stata fermata nella provincia anatolica conservatrice di Konya, dove il killer sarebbe giunto anche con i due figli a fine novembre dal Kirghizistan, dopo aver fatto scalo ad Ankara il 20 novembre. Le fonti citate dal giornale confermano inoltre che si tratterebbe di un uiguro, originario della regione cinese dello Xinjiang, mentre la donna avrebbe detto alla polizia turca di “aver saputo dell’attacco dalla tv. Non sapevo che mio marito fosse un simpatizzante dell’Isis”.
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Bene, in compenso chi sapeva della sua affiliazione era l’Isis stesso, visto che ieri ha rivendicato l’attentato: “In prosecuzione delle operazioni benedette che lo Stato islamico sta conducendo contro il protettore della croce, la Turchia, un soldato eroico del califfato ha colpito uno dei più famosi nightclub dove i cristiani celebrano la loro festività apostata”. Il tutto mentre poco prima era trapelata l’ipotesi della polizia turca, stando alla quale l’autore della strage poteva essere legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, provocando 47 morti e gli inquirenti stavano indagando se è stato lo stesso gruppo a condurre entrambi gli attacchi. Per finire, stando ai media turchi, l’attentatore sarebbe stato addestrato dallo Stato Islamico in Siria.
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E poi, colpo di teatro: pochi minuti fa si scopre che il kirghiso è stato rilasciato, dopo essere stato fermato dalle autorità del suo Paese e aver negato il suo coinvolgimento nell’attentato. Non c’entra un cazzo nemmeno lui, così come Babbo Natale e il cinese: prende corpo la pista rettiliana. L’uomo ha infatti raccontato di essere arrivato all’aeroporto di Manas, a Bishkek, capitale del Kirgizistan, alle 7 di questa mattina dalla Turchia. E poi di essere partito alle 9 per Osh, nel sud del Paese. Stando a Akipress, Mashrapov sarebbe stato in Turchia per affari tra il 28 e il 30 dicembre e poi di nuovo tra il primo gennaio e oggi, mentre era in Kirghizistan la notte della strage.

Ora, mettiamo in fila quattro riflessioni per dimostrare come l’intera impalcatura di questa vicenda non regga e stia tramutando la morte di 40 innocenti e il ferimento di altri 70 in una farsa. Mettiamo che il kirghiso non fosse stato scagionato, prendiamo per buona la versione turca di questa mattina, sposata in pieno da quella “autorevole” italiana – che già pontificava con analisti geopolitici di fronte del Caucaso per l’Isis, mentre accusava i blog di fake news e bufale – e analizziamola. Il presunto attentatore, kirghiso ma di origine dello Xinjiang, tanto per non sputtanare del tutto l’identità precedente che suonava così esotica e pareva brutto smentire del tutto, sarebbe arrivato in Turchia a fine novembre ma avrebbe atteso fine anno per colpire. A fine novembre Aleppo non era caduta ed Erdogan non aveva ancora siglato la pax russa in Siria con Mosca e Teheran, cosa doveva fare in Turchia? Perché colpire Istanbul? Un mese di ricognizioni per attaccare a Capodanno? Perché non Natale, festa cristiana da molti osteggiata in Turchia, piuttosto che un laicissimo veglione di San Silvestro? Non si sa. Non solo si sposta dal Kirghizistan alla Turchia, un bel viaggetto ma lo fa con la moglie e i figli: ora, con tutto il rispetto, quando mai si è visto un attentatore spostarsi verso la meta dell’attacco, portandosi i congiunti come stessero andando in vacanza a Viserbella?
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La donna non sapeva che il marito fosse un simpatizzante dell’Isis: era a conoscenza della sua preferenza per il petto di pollo e di una tiepida simpatia per la Sampdoria ma gli era sfuggito non solo che fosse un estremista islamico ma che, come dicono i media, abbia passato qualche mese in Siria a farsi addestrare dall’Isis. Era anche lei in Siria coi bambini o non si è accorta dell’assenza un po’ prolungata del marito? Certo, i tabaccai sono distanti in Kirghizistan ma difficilmente Daesh riesce ad addestrarti in un weekend, soprattutto se abiti dall’altra parte del globo. Già, perché l’Isis non ha abbastanza uomini già presenti in Turchia, visto l’acclarato passaggio di miliziani lungo il confine siriano che Erdogan ha coperto fino all’altro ieri. Oppure nella vicina Siria.
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No, per colpire il Reina il Califfato ha voluto usare lo straniero del Caucaso, quasi a voler mandare un messaggio al mondo di come riesca a calamitare simpatie in tutto il mondo. Insomma, al-Baghdadi avrebbe la stessa logica delle squadre di calcio cinesi che acquistano giocatori a cifre folli per impressionare tutti. Comunque, l’hanno addestrato bene: ha sparato 180 colpi in 7 minuti di blitz, ammazzando 39 persone (altre stime dicono 44) e utilizzando un fucile d’assalto, pare un kalashnikov. E come è andato al Reina per compiere la strage? In taxi! E stiamo parlando d Istanbul e della zona europea oltre il Bosforo, dove non passa uno spillo dallo sventato golpe dello scorso 15 luglio: da quella data, in Turchia sono state arrestate – a vario titolo e con varie e variopinte accuse – 41mila persone, i controlli sono stringenti e si vive in una sorta di stato di polizia. Ma questo kirghiso indomito prende il taxi e va a fare la strage: queste due immagini
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sono tratte dalla ricostruzione della dinamica fatta l’altro giorno dal Corriere della Sera on-line, uno dei quotidiani più in prima linea nella lotta contro le bufale e le fake news. Non solo c’è la conferma dell’arrivo in taxi ma, subito dopo, ecco il camuffamento per entrare in azione: un cappello di colore chiaro con pon pon! E perché non una bella camicia con le paillettes? O un passamontagna con la renna?
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E poi, due giorni prima di andare ad ammazzare 40 innocenti, non vuoi farti un selfie a piazza Taksim durante una fiera letteraria? Eccolo qui, con tanto di video anche, reso disponibile della polizia turca e confermato nella sua autenticità dalla NBC.
Turkey: Turkish police release ‘selfie’ video of Istanbul nightclub attack suspect

Ed è normale farlo, visto che sei in viaggio d’affari e in un momento di relax puoi anche sbizzarrirti con lo smartphone. Insomma, avrebbe fatto tutto da solo e sarebbe riuscito a far perdere le sue tracce, salvo farsi fregare dal fatto che le autorità hanno scoperto chi è da un documento: rabdomanti? Sfera di cristallo? Colpo di culo? Più che altro perché un successo di intelligence del genere mal si sarebbe conciliato con il fatto che questo sia arrivato nel Paese da oltre un mese, abbia fatto tutte le sue belle ricognizioni, si sia fatto il video-selfie, abbia compiuto una strage nel locale più da vip e controllato di Istanbul e se la sia data a gambe. Ovviamente, dopo aver abbandonato il cappello con il pon pon usato per camuffarsi. Poco fa, poi, è arrivata la conferma dell’arresto di due presunti complici dell’attentatore, fermati alle partenze internazionali dell’aeroporto Ataturk di Istanbul. Bene, calcolando loro e la moglie del kirghiso, siamo a 16 arrestati dal 1 gennaio a oggi: tutti collegati al latitante? Quale latitante, però, visto che il kirghiso non c’entra una mazza?
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Una cosa pare certa, almeno dalle immagini delle telecamere che abbiamo visto: il vero attentatore avrebbe agito da solo, quindi dobbiamo presumere che gli arresti compiuti finora siano legati all’accusa di fiancheggiamento e appoggio dell’azione. Strano, però, perché il presunto killer kirghiso – stando alla versione dei media turchi – sarebbe arrivato a Istanbul dall’Anatolia soltanto tre giorni prima di entrare in azione, un qualcosa che non depone a favore di una rete di supporto logistico così necessaria e ampia. Stando all’esperto di anti-terrorismo Abdullah Agar, citato dal quotidiano turco Hurriyet, “l’attentatore si muoveva come un professionista che ha ricevuto addestramento militare. Era determinato e sapeva come ottenere i risultati. Non ha avuto esitazione nello sparare su gente innocente, è assolutamente un killer e ha sparato contro le persone già in passato”. Sempre stando alla ricostruzione di Hurriyet, l’uomo ha sparato mirando alla testa, al petto e alle spalle con precisione e avrebbe finito le vittime ferite a terra.
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La stessa dinamica e tecnica usate al Bataclan e nel café colpito a Parigi il 13 novembre del 2015, stando alle dichiarazioni di un testimone oculare in Rue de la Fontaine al Guardian nell’edizione del giorno seguente all’eccidio. Ecco cosa disse, tra l’altro, il 43enne psicoterapeuta Mark Colclough al quotidiano inglese: “Sembravano soldati o mercenari, hanno eseguito la cosa come un’operazione militare.. L’uomo che sparava portava abiti stretti, attillati, pantaloni e la felpa erano stretti senza zip o collo. Tutto era sul tono del nero. Ha cambiato il caricatore con calma molte volte, ha sparato alle vetrine verso la strada, per assicurarsi che nessuno filmasse niente o facesse foto. Tutto è durato sei minuti”. A Istanbul, sette. E, a parte l’immagine della telecamera del Reina Club, nel quartiere più vivo della zona europea della città, la notte di Capodanno, nessuno ha filmato o fotografato niente. Il killer è in fuga, sparito nel nulla. In compenso, di lui volevano farci credere – fino a quando il castello di balle non è crollato miseramente – di sapere addirittura nome, età e nazionalità. Oltre al fatto che si confidasse poco con la moglie riguardo il suo hobby da jihadista.

di Mauro Bottarelli

Fonte: rischiocalcolato.it

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