Ma Alan Friedman paga come spazi pubblicitari i suoi comizi contro Mosca oppure è tutto gratis? Mauro Bottarelli - www.altreinfo.org

Ma Alan Friedman paga come spazi pubblicitari i suoi comizi contro Mosca oppure è tutto gratis? Mauro Bottarelli

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Signori, la sciarada sta per cominciare. Donald Trump, la sua società e i suoi partner si sono rivolti ripetutamente a ricchi cittadini e oligarchi russi – molti dei quali presumibilmente legati alla criminalità organizzata – per espandere negli anni le loro attività immobiliari. Lo sostiene il quotidiano Usa Today che cita casi giudiziari, documenti legali e governativi e un’intervista a un ex procuratore federale: sono emersi legami con almeno 10 uomini d’affari dell’ex Unione sovietica presumibilmente collegati ad organizzazioni criminali o al mondo del riciclaggio. Ciò, afferma Usa Today, “solleva preoccupazione sulla possibilità che le politiche siano influenzate”. Ora, in quale stato di diritto si parte dal presupposto che un uomo d’affari, siccome è russo, è presumibilmente legato o collegato con attività criminali? Mistero.
In compenso, ecco la granitica prova avanzata dal “Usa Today”, primo giornale per diffusione in America ma portatore di una credibilità pari a quella di “Corna vissute” o “Il tromba”: lo scorso febbraio, Trump ha dichiarato quanto segue, “Io non ho affari con la Russia, non ho contratti che si devono realizzare in Russia perché mi sono tenuto lontano e non ho debiti in Russia”. Ovvero, essendo stato in corsa per la Casa Bianca, ho evitato contatti che potrebbero essere ritenuti poco consoni. E cosa tirano fuori i segugi del quarto potere? Un incontro con alcuni investitori a Mosca nel 2013, nel quale Trump si vantava del suo patrimonio immobiliare e di conoscere russi ricchi e potenti: “Ho un ottimo rapporto con molti russi e quasi tutti gli oligarchi erano nella mia stanza”.

Ora, è un reato essere mitomane? Perché se così fosse, almeno gli ultimi cinque presidenti USA dovrebbero essere messi sotto impeachment ex post ma resta un fatto: nel 2013 Donald Trump era un privato cittadino e un imprenditore immobiliare, non il candidato alla Casa Bianca. Tant’è, il Russiagate è tornato prepotentemente in auge negli Usa e, di riflesso, nelle colonie dell’Impero. Il tutto, con un ciliegina sulla torta non da poco. A detta del repubblicano Richard Burr, capo della Commissione intelligence del Senato americano, Mosca starebbe infatti tentando di influenzare le elezioni francesi e tedesche con azioni coperte e aperte: “Penso sia ragionevole dire, in base a ciò che tutti pensano, che i russi siano attivamente implicati nelle elezioni francesi”, estendendo poi l’ipotesi anche a quelle tedesche (a favore di chi, di grazia, stante il crollo di Alternative fur Deutschland? Del filo-atlantista a oltranza Schulz o della cameriera del Pentagono che risponde al nome di Angela Merkel?) e mettendo in guardia – udite udite – anche dai collegamenti tra il Cremlino e il Movimento5Stelle. Levateje er vino.
E, infatti, Vladimir Putin, il quale di intelligence non capisce un cazzo essendo stato solo a capo del KGB, è talmente preoccupato di non far scoprire le sue azioni coperte da aver ricevuto al Cremlino la scorsa settimana Marine Le Pen, con tanto di fotografie e servizi nei tg. Mosca trama nell’ombra! D’altronde, parliamo dello stesso Richard Burr che non più tardi del 15 marzo scorso dichiarò che “non c’è alcuna indicazione che la Trump Tower sia stata oggetto di sorveglianza da parte del governo Usa tramite intercettazioni, sia prima che dopo l’Election Day del 2016”. E non si trattava di sentori, come nel caso dell’implicazione nel voto francese, bensì delle conclusioni della commissione intelligence del Senato americano. Di uno così, ci si può fidare. O forse no, perché il 21 marzo si scoprì che Donald Trump fu intercettato davvero. E a confermarlo fu il capo della commissione d’indagine parlamentare sul Russiagate, Devin Nunes.
Tutto legale, per carità, visto che si tratterebbe con ogni probabilità di intercettazioni ambientali o comunque avvenute in maniera non deliberata, nell’ambito della legittima – anzi obbligatoria – attività del controspionaggio per accertare o prevenire azioni da parte di potenze straniere come la Russia, pericolose per la sicurezza nazionale. Resta il fatto che Trump fu intercettato. Obama? Per Nunes non c’entra nulla: crediamoci ma resta un fatto, ovvero che quando Trump viene sbugiardato diventa notizia di prima pagina, quando sono gli apparati di intelligence a fare una brutta figura, si copre.

Per carità, nulla che ci sorprenda ma fare un po’ di chiarezza su quanto sta accadendo attorno alla Commissione d’intelligence del Senato Usa, passata da organo dormiente a iperattivo nell’arco di pochi giorni, è importante. Soprattutto per evitare che passino messaggi distorti come quello che da giorni il giornalista americano Alan Friedman sta veicolando a reti unificate in qualità di ospite onnipresente nei talk-show di ogni rete televisiva. La ragione ufficiale è la presentazione del suo libro “Questa non è l’America”, viaggio nel suo Paese per capire le ragioni della vittoria di Donald Trump ma ufficiosamente il nostro si occupa di ogni aspetto dello scibile umano – dalla legge elettorale ai vitalizi, dall’immigrazione ai voucher -, il tutto per la gioia dell’uditorio, visto che la narrazione si sostanzia e si conclude sempre in una demonizzazione a 360 gradi della nuova amministrazione statunitense, cui vengono associati di default altri diavoli da combattere come Marine Le Pen e Matteo Salvini. Oltre a lui, ovviamente, il grande satana: Vladimir Putin.
Ieri sera Alain Friedman ha gettato la maschera a La7, durante un faccia a faccia con Gulietto Chiesa a “La Gabbia”: quello andato in onda non era un giornalista che raccontava i fatti e forniva la sua visione delle cose in maniera imparziale (Giulietto Chiesa non ha mai fatto mistero di come la pensa, a differenza di Alain Friedman) ma un agit prop del Deep State il cui unico scopo è quello di convincere gli spettatori che la Russia abbia manipolato le elezioni statunitensi e che ora lo farà con quelle francesi e tedesche, essendo un soggetto politico pericoloso che tende a colonizzare l’UE in chiave anti-americana. Dopo essersi inventato che 17 servizi segreti Usa sono giunti alla conclusione che la Russia ha interferito con il voto Usa, peccato che il capo della CIA di fronte al Congresso abbia detto che un’indagine al riguardo è in atto e non che si siano le prove (altrimenti ce le avrebbero spiattellate h24 si tutti i canali, esattamente come per i famosi hacker russi mai saltati fuori) e che quindi l’argomento della destabilizzazione non va messo i discussione, Friedman si è lanciato con successo nell’opera di demolizione del concorrente, aiutato in questo da un Giulietto Chiesa che invece di ribattere con gli argomenti di cui è in possesso, l’ha buttata sul personale, lamentando la delegittimazione della sua persona e la maleducazione dell’interlocutore. Guarda caso, in perfetta contemporanea con la panzana d Richard Burr riguardo le azioni coperte e aperte della Russia nei confronti del voto francese e tedesco. Solo un caso?

Al di là di questo, sarebbe interessante chiedere conto del perché Alan Friedman sia perennemente presente ovunque e sempre con la scusa di presentare il suo libro? La marchetta televisiva è diventata un nuovo genere di reality per caso e nessuno ci ha avvertito? Perché va bene tutto, vanno bene i buoni rapporti tra lo scrittore e i programmi ospitanti e anche quelli tra la casa editrice e l’editore televisivo ma una settimana di tour promozionale è la norma in questo Paese del “una mano lava l’altra”, oltre un mese pare un’occupazione dell’etere. Oltretutto, parlando anche di argomenti per nulla attinenti con quello del libro: perché Alan Friedman gode di un trattamento particolare? E, soprattutto, perché non lo si mette mai a confronto con qualcuno in grado di ribattere alle sue argomentazioni degne di un convegno del senatore McCain, ancorché ammantate di liberalismo, essendo formalmente il buon Friedman un uomo di sinistra e quindi credibile e rassicurante?
Serviva la versione presentabile di Edward Luttwak per dar corso alla grande campagna di primavera contro Mosca? Per carità, io vedrò il marcio anche dove non c’è ma appare quantomeno strano il fatto che, di colpo, il cosiddetto Russiagate sia tornato in auge. E’ bastato che Donald Trump creasse un gabinetto ad hoc per il genero, Jared Kushner, le cui priorità includerebbero ambiti sensibili come infrastrutture, addestramento della forza lavoro e tecnologia dei dati perché il New York Times rilanciasse la notizia che lo stesso Kushner sarà sentito proprio da Comitato sull’intelligence del Senato per i suoi rapporti con uomini russi, tra cui il vituperato ambasciatore Sergei Kislyak, la cui frequentazione è costata il posto a Michael Flynn. Al centro delle accuse, due incontri, di cui uno con Sergei Gorkov, capo della Vnesheconombank, entità sanzionata dall’Ue dopo il caso ucraino, cui Kushner nemmeno partecipò, inviando un suo delegato.

Insomma, la pista russa è quella vincente. Tanto più che lo ha confermato l’altra sera lo stesso Alan Friedman, il quale sul finire dell’intervento ha detto chiaramente, quasi preannunciando qualcosa di già deciso, che il Russiagate sarà una bomba, pur negando l’impeachment per Trump. Per forza, al Deep State fa più comodo un’anatra zoppa al potere che la grana di una nuova amministrazione da insediare, con il bailamme internazionale che un addio anticipato del tycoon da Pennsylvania Avenue creerebbe. Quando Giulietto Chiesa ha fatto notare che negli Usa è in atto una guerra tra agenzie d’intelligence proprio legata al destino di Donald Trump, la reazione è stata quella di una grassa, sguaiata e molto teatrale risata: lo spettatore deve sapere che certi argomenti non vanno nemmeno trattati, tanto sono ridicoli e frutto di “complottismo provinciale”, accusa mossa da Friedman a Chiesa in continuazione.
C’è del metodo nell’agire di Friedman, non va in tv a caso e non parla a caso: recita un copione. O, forse, svolge un ruolo. Non sta promozionando un libro, sta promozionando il nuovo secolo americano in lavorazione, lo sta rendendo digeribile per il pubblico italiano. E farlo dai talk-show cheap, dove dopo aver parlato di Trump si parla del guanciale come elemento fondamentale dell’amatriciana, è strategia per curata. Altrimenti, se fosse davvero un giornalista libero con a cuore unicamente i destini della sua nazione e del mondo libero, dovrebbe anche dar conto della notizia per insabbiare la quale il Comitato del Senato è partito a forza quattro contro Trump e la sua Russia connection negli ultimi giorni. Sapete infatti chi si scordato di rendere nota la propria la ricezione e la detenzione di titoli azionari dell’azienda legata al Cremlino, Joule Unlimited Technologies, violando così le leggi federali? John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton e uomo le cui mail sarebbero state violate dagli hacker russi, dando vita alla grande manipolazione del voto statunitense, attraverso Wikileaks.
Già, il buon Podesta quando nel 2014 entrò nel team della Casa Bianca, si scordò di menzionare quelle 75mila azioni ricevute dall’azienda russa come buonuscita, così come scordò di parlare delle 100mila azioni sotto forma di stock options ottenute nel 2010 quando cominciò la sua collaborazione. E sempre nel 2010, Podesta si unì alla Joule, azienda che accettò 1 miliardo di rubli (35 milioni di dollari) dalla Rusnano, azienda statale con forti legami diretti con il presidente Vladimir Putin. E chi lavorò fianco a fianco con Podesta al tavolo degli amministratori della Joule? Un pezzo da novanta come Anatoly Chubais e altri due dirigenti bancari russi, con i quali Podesta si incontrò sei volte l’anno per i consigli di amministrazione.

Come mai il Comitato intelligence del Senato Usa vuole sentire Jared Kushner per due incontri con un ambasciatore (cui uno nemmeno partecipò) e non sente il bisogno di chiedere a Podesta perché non abbia dichiarato i proventi della sua collaborazione con aziende russe molto vicine allo Stato? Non è Podesta l’uomo che ha, di fatto, scatenato il Russiagate? Come mai il buon Alain Friedman, per completezza d’informazione, non racconta tutto di quanto sta accadendo attorno ai rapporti tra Washington e Mosca? Anche perché c’è dell’altro, visto che l’agenzia TASS, non smentita da alcuno finora, ha confermato che la più grande banca russa, Sberbank, ha ingaggiato attraverso la sua filiale di New York il Podesta Group per un’azione di lobbying contro le sanzioni imposte contro Mosca. E cos’è il Podesta Group?

La potentissima agenzia di public relations di John e Tony Podesta, la quale agì come consulente esterno al fine di sensibilizzare sulle tematiche relative alle sanzioni verso il sistema bancario russo: non solo John Podesta è registrato come principale lobbysta di Sberbank presso il Senato USA ma è stato pagato 170mila dollari per sei mesi di consulenza. Di più, nel solo 2016 più di 24 milioni di dollari in commissioni, la maggior parte delle quali provenienti da governi esteri, stando a dati del Center of Responsive Politics: un vero patriota. Ma come, la Russia è il nemico che vuole destabilizzare la democrazia statunitense e il capo della campagna elettorale di Hillary Clinton lavorava per entità russe? Di più, l’azienda di consulting di famiglia addirittura faceva attività di lobbying contro le sanzioni imposte dal governo di Obama a favore del principale istutito di credito russo? Nessuno vuole risposte da John Podesta, l’uomo che ha fatto esplodere il Russiagate? Nemmeno Alan Friedman, il quale magari queste sciocchezzuole potrebbe inserirle nel suo copione anti-Cremlino, ogni tanto.
E le trasmissioni ospitanti, non si sentono in dovere di invitare ogni tanto un interlocutore in grado di smentire la narrativa del signor Friedman, il quale non si limita a presentare un’opera letteraria quando va in onda, bensì una versione di parte e senza contraddittorio di fatti di fondamentale importanza per l’attualità politica? E poi, domanda ancor più interessante: Alan Friedman o chi per lui pagano come spazi pubblicitari le continue comparsate televisive o gli sono anche generosamente offerte, magari insieme a un caffé? Intendiamoci, La7 (visto che è la rete con il record di presenze di Friedman) è un’azienda privata che non mi impone il pagamento di un canone come la Rai, quindi può scegliere la linea editoriale che preferisce: vuole essere l’house organ del Dipartimento di Stato Usa? Liberissima, io agirò di conseguenza facendo ricorso a quello strumento di democrazia diretta chiamato telecomando. Detto questo, però, AgCom se ci sei batti un colpo: forse, seguendo Alan Friedman qualche fake news potrebbe saltare fuori. Sicuramente, si potrebbe scrivere una tesi sull’informazione politica monodirezionale spacciata come promozione di un libro. Lo facesse un filo-russo, avremmo già i tribunali speciali e le interrogazioni in Parlamento.

 

Mauro Bottarelli

Fonte: rischiocalcolato.it

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