Putin preannuncia nuove false flag in Siria, tana al Deep State? E Roma si mobilita per il gay ceceno. Mauro Bottarelli - www.altreinfo.org

Putin preannuncia nuove false flag in Siria, tana al Deep State? E Roma si mobilita per il gay ceceno. Mauro Bottarelli

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Il G7 di Lucca è terminato con almeno un risultato degno di nota: la proposta britannica di ulteriori sanzioni contro la Russia è stata respinta, quantomeno per ora. In compenso, la risoluzione finale parla chiaramente di un futuro della Siria che potrà essere soltanto nel segno della discontinuità rispetto al regime attuale, tanto che prima di imbarcarsi per Mosca, il segretario di Stato USA, Rex Tillerson, ha pontificato: “La Russia deve scegliere da quale parte stare, se con noi o con Iran e Siria. Comunque sia, il regno di Assad volge al termine”. Qualcuno gli dica che gli ultimi leader che hanno pronunciato queste parole, non hanno fatto politicamente una bella fine. Ma se Tillerson pensava in questo modo di innervosire Vladimir Putin prima del suo arrivo in Russia, diciamo che il presidente russo ha voluto mettere un carico da novanta su questo appuntamento diplomatico.
Nel corso di una conferenza stampa dopo l’incontro con il presidente Sergio Mattarella, anch’esso in visita per tre giorni, Putin ha messo in fuorigioco qualsiasi possibile nuovo mezzuccio statunitense per alzare la tensione in Siria: “Abbiamo informazioni da fonti varie e accreditate che quel tipo di provocazioni – non saprei come altro chiamarle – sono state preparate in altre regioni della Siria, inclusi i sobborghi a sud di Damasco, dove i ribelli intendono piazzare alcune sostanze per poi accusare le autorità siriane del loro utilizzo”. Preannunciando poi la richiesta russa e iraniana di un’indagine indipendente sull’attacco chimico di Idlib presso le Nazioni Unite a L’Aja, Putin è andato oltre, quando ha raccontato ai cronisti che “abbiamo discusso della situazione con il presidente, Sergio Mattarella e gli ho detto che questi eventi mi ricordano fortemente quelli del 2003 che portarono alla guerra in Iraq, compresi gli attacchi false flag”. Della serie, uomo avvisato.

Ma la pesante dichiarazione del presidente russo non è figlia di una provocazione a se stante, bensì la reazione a quanto dichiarato ieri dal portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, nel corso della conferenza stampa con i giornalisti. Facendo il punto sulla situazione siriana, un cronista ha chiesto a Spicer quali potrebbero essere, oltre alle armi chimiche, gli attraversamenti di linee rosse che potrebbero portare a un nuovo intervento USA e questa è stata la risposta: “Penso che il presidente sia stato molto chiaro nel dire che la scorsa settimana sono state superate parecchie linee rosse. Non ha intenzione di sedersi e restare a guardare, come ha fatto la precedente amministrazione. La risposta è che se usi i gas contro un bambino o “bombe barile” contro gente innocente, penso che vedrai una risposta da parte di questo presidente, perché è inaccettabile”.
Per chi non sapesse cosa sono le “barrel bombs”, basti sapere che sono l’ordigno più diffuso nel conflitto siriano, da entrambe le parti in causa. Usati per la prima volta negli anni ’90 in Sudan e da un paio d’anni utilizzati anche in Iraq, questi ordigni devono la loro fortuna alla facilità di costruzione e ai costi molto contenuti. In genere, le bombe sono fatte con grandi barili di petrolio, gas in bombole e serbatoi d’acqua pieni di esplosivi ad alto potenziale e rottami metallici per migliorarne la frammentazione: solitamente sono di produzione locale e la mancanza di un dispositivo direzionale, impedisce di indirizzare la bomba, provocando stragi di civili. E qui sorge il dubbio: una red line dovrebbe essere qualcosa di estremo, da cui non si torna indietro dopo aver superato il limite dell’accettabile. Come mai ora si mettono in questo novero anche le “barrel bombs”, visto che solo lo scorso anno ne sono state utilizzate oltre 13mila in Siria? Di fatto, se Trump intendesse davvero bombardare Assad ogni volta che viene usata una bomba barile, dovrebbe prepararsi a sganciare Tomahawk tutti i giorni, festivi e domeniche inclusi.
Un segnale nemmeno troppo in codice che gli USA intendono comunque intensificare il loro impegno bellico in Siria, ponendosi come obiettivo la rimozione di Bashar al-Assad? La risposta indiretta fornita da Vladimir Putin sembrerebbe confermare questa ipotesi, anche se qualcuno avanza un’altra tesi: ovvero che il buon Spicer non sappia esattamente cosa sia una “barrel bomb” e intendesse una bomba incendiaria al fosforo, tanto per preparare il campo a quanto denunciato domenica da Al Jazeera. Tanto più che, in un secondo tempo, Spicer avrebbe sottolineato che la sua menzione alle barrel bombs come un potenziale detonatore di nuove azioni statunitensi “non riflette un cambio nella nostra posizione”. Solo un po’ confuso? Magari con qualche drink di troppo in corpo, tanto per stemperare la tensione?

C’è poi una terza ipotesi che sta prendendo piede, la quale vedrebbe Donald Trump sempre più pressato dalle mire belliche e russofobe del Deep State e, quindi, costretto a un non si sa quanto concordato gioco di sponda con Vladimir Putin, stile messaggio in bottiglia. A conferma di questa tesi non ci sarebbe solo la strampalata e un po’ troppo esplicita minaccia di Spicer, oltretutto trattandosi del portavoce della Casa Bianca e non di un membro del Pentagono o del Dipartimento di Stato ma anche e soprattutto l’accelerazione mediatica della crisi tra USA e Corea del Nord, con Pyongyang che oggi ha evocato anche la guerra come possibile reazione all’arrivo della portaerei statunitense nell’area e lo stesso presidente che ha twittato come proprio i coreani del nord “stiano cercando guai”, tanto che gli USA sarebbero pronti a intervenire, con o senza l’aiuto della Cina.
Cortina fumogena, insomma, per distogliere l’attenzione da un campo che è davvero di battaglia, soprattutto dopo che l’esercito siriano ha dato vita a una nuova offensiva che lo ha portato a soli 40 chilometri di Raqqa? Vladimir Putin ha fatto indirettamente un favore al presidente USA in chiave di contenimento della mire belliciste dei vari McCain, garantendogli così ora un valido argomento da spendere, prima di dare vita a false flag o, peggio, nuovi attacchi contro Damasco? Ormai ogni ipotesi sembra plausibile ma soltanto l’esito dei colloqui fra Rex Tillerson e Sergei Lavrov potranno chiarire, se possibile, un pochino di più il quadro. Un particolare sembra però smontare questa narrativa collaborazionista, visto che quando Rex Tillerson atterrava a Mosca, Donald Trump ratificava l’ingresso del Montenegro nella NATO dopo il voto plebiscitario del Congresso di due settimane fa, ulteriore tassello dell’allargamento ad Est dell’Alleanza, oltretutto dopo la vittoria degli europeisti alle elezioni in Serbia dell’altra domenica. Dubito che al Cremlino abbiano stappato per festeggiare.

E mentre nel mondo succede tutto questo e la NATO tira un sospiro di sollievo per il fatto che Angelino Alfano non abbia fatto scoppiare nessun ulteriore conflitto a causa del suo inglese zoppicante, cosa succede in Italia? PD, Radicali e Sinistra Italiana si lanciano in interrogazioni parlamentari e appelli proprio ad Alfano e a Federica Mogherini per denunciare l’ultima emergenza democratica nella Russia di Putin, quella che ieri ha liberato senza un graffio Alexei Navalny: la caccia al gay nel Caucaso. Stando al settimanale “Novaya Gazeta”, il quale cita le testimonianze di alcune vittime, in Cecenia sarebbe in atto una persecuzione contro gli omosessuali con arresti e torture che avrebbe provocato la morte di almeno tre persone. Come hanno fatto le vittime a raccontare l’accaduto? Sarebbero state rilasciate dopo il pagamento di un riscatto elevato da parte dei familiari.
Di più, il mese scorso, decine di persone sono state fermate e detenute in una “prigione segreta” nella località di Argun, non lontana da Grozny, dove sarebbero avvenute le torture. Per contrastare il fenomeno e renderlo noto al mondo, il gruppo basato a San Pietroburgo “Rete LGBT” a fine marzo ha attivato un numero di emergenza, in cui ha raccolto la richiesta di aiuto di oltre dieci persone che chiedono di poter lasciare la regione. Conferme? Riscontri? Ora, io capisco che in un mondo dove “L’Espresso” e il consorzio editoriale di cui fa parte a livello europei ha vinto uno dei 21 premi Pulitzer in palio (non è uno scherzo) per l’inchiesta sui Panama Papers, ovvero per aver svelato al mondo che Carlo Verdone avrebbe un conto offshore, il concetto stesso di notizia sia diventato opinabile ma qualche testimonianza di scampati tramite riscatto e la campagna di un’associazione pro-LGBT, casualmente finanziata e supportata da Freedom House, ovvero una delle associazioni che la CIA usa per destabilizzare soprattutto all’Est, non paiono proprio prove incrollabili (ricordano quelle di Israele sulle responsabilità dirette di Assad nell’attacco chimico, le stesse che stiamo ancora aspettando con ansia).
Il ministero degli Interni ceceno, da parte sua, ha liquidato come “un pesce di aprile mal riuscito” l’inchiesta di Novaya Gazeta sulla prima ondata di fermi, mentre il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, si è limitato a invitare le vittime a usare i canali ufficiali per denunciare alle autorità.

Più colorito il commento del portavoce del presidente ceceno, Ramzan Kadyrov, il quale ha sottolineato che in Cecenia non ci sono omosessuali, poiché se ci fossero, non sarebbe necessario arrestarli, dato “che i loro stessi familiari li invierebbero in posti da cui non potrebbero fare ritorno”. Poco male, l’Italia non ha dubbi e vede alcuni suoi zelanti parlamentari e attivisti chiedere conto alla Russia di Vladimir Putin per questa ennesima nefandezza, scomodando addirittura l’Alto rappresentante per la politica estera UE. Dal canto mio, non posso che dire loro due cose. Primo, al netto che accusare Vladimir Putin anche per la puzza di fritto nella tromba delle scale condominiali sia ormai sport nazionale, mi sorge un dubbio: pochi giorni fa è stato presentato a Milano il “Diversity Media Report”, la più grande ricerca sulla rappresentazione di tematiche e persone LGBT nei media italiani, condotta con dieci università e centri di ricerca italiani, oltre alla collaborazione dell’Osservatorio di Pavia.

Il risultato? Negli ultimi dieci anni solo 147 notizie all’anno dei principali telegiornali riguardavano le persone LGBT, mentre nel 2015 sono state 320 e nel 2016 sono triplicate, arrivando a quota 1037. Non è che la tematica porta consenso e visibilità? Secondo, al netto che non vi piacciano Vladimir Putin e Razman Kadyrov e che dobbiate frantumare per forza gli zebedei con i diritti civili anche quando una zanzara dal dubbio orientamento sessuale viene uccisa da uno zampirone, provate a immaginarvi lo scenario opposto. Ovvero, l’espansione di potere nel Caucaso e in particolare in Cecenia di chi, come voi, odia a morte Putin e Kadyov: si chiama Califfato e, in Siria, i gay li lanciava vivi dai tetti dei palazzi, tanto per intrattenere la gente in strada, tra una decapitazione e l’altra. Quindi, siate clementi. E smettetela di rompere i coglioni per due gay spariti in Cecenia, quando c’è il mondo che rischia di andare in fiamme. Sul serio.

 

Mauro Bottarelli

Fonte: rischiocalcolato.it

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