MOAB, quell’avvertimento a Russia e Cina risoltosi in un buco nell’acqua. Filippo Bovo - www.altreinfo.org

MOAB, quell’avvertimento a Russia e Cina risoltosi in un buco nell’acqua. Filippo Bovo

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Il lancio della “madre di tutte le bombe”, il MOAB, è servito a Trump più per questioni di politica interna che esterna, anche se gli ha permesso di lanciare un importante messaggio in codice ai cinesi impegnati nella lenta “ripresa” dell’Afghanistan.

Il MOAB, la “madre di tutte le bombe”, come qualcuno negli Stati Uniti s’è divertito a definirla, alla fine ha dimostrato d’essere soltanto e soprattutto un grande bluff. In quest’articolo non ci soffermeremo sulle sue varie caratteristiche tecniche, dato che quest’ultime sono già state ampiamente sciorinate dalla stampa tra ieri ed oggi, quanto piuttosto sul significato politico e geopolitico del suo utilizzo e, più estesamente, anche della sua esistenza. Un significato, come vedremo, piuttosto deludente per chi l’ha creata e infine voluta sfoderare, cercando di dare al mondo chissà quale immagine di potenza.

Come sappiamo, quest’ordigno, contenente undici chili di materiale esplosivo e lungo quindici metri, è stato testato fin dal 2003 ed è stato adottato dagli arsenali statunitensi fin dal 2008, ma è stato utilizzato soltanto ieri. Perché sono passati quasi nove anni tra la sua adozione da parte delle forze armate statunitensi ed il suo utilizzo, considerando i vari scenari di guerra presentatisi nel frattempo e in cui gli Stati Uniti si sono visti coinvolti (si pensi in primo luogo alla Libia e all’Iraq, ma pure lo stesso Afghanistan)? Certo, non sempre vi erano le condizioni e le motivazioni ideali per il suo utilizzo; ma molto probabilmente già negli stessi ambienti militari americani si conoscevano i limiti di questa “super arma”.

Il MOAB, infatti, proprio in virtù della sua stazza, può essere trasportato soltanto da aerei cargo, notoriamente ed intuibilmente più lenti in velocità ed in manovra rispetto ad un comune cacciabombardiere. Non è quindi ipotizzabile il suo uso contro un paese dotato di una contraerea efficace e moderna, come ad esempio la Siria o la Corea del Nord; può per l’appunto essere usato solo su un paese spoglio di qualsiasi difesa come l’Afghanistan, che un cargo militare può sorvolare tranquillamente ed impunemente. Già questo basta ed avanza a farci capire come il MOAB non possa costituire un monito, uno spauracchio o un avvertimento verso Damasco o Pyangyang, e men che meno verso la Russia e la Cina, che nei propri arsenali hanno armi anche più temibili e che non permetterebbero mai a nessun aereo d’avvicinarsi al loro territorio senza conseguenze. Se già un caccia statunitense avrebbe grosse difficoltà ad entrare, per esempio, in Russia, figurarsi un ben più grosso e lento cargo militare!

Pertanto la manovra di Trump, a livello di esteri, si può tranquillamente dire che si sia risolta in un bluff, in un buco nell’acqua. Ha funzionato solo in un dettaglio, comunque di non poca importanza: con quest’azione, ufficialmente dovuta alla lotta a settori dell’ISIS presenti in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro capacità di poter ingerire ancora nello spazio e negli affari interni del paese centroasiatico, potendone così anche compromettere i tentativi di pacificazione e stabilizzazione dietro ai quali la diplomazia e i capitali cinesi agiscono da anni con grande attivismo. La Cina vede nell’Afghanistan un importante soggetto da integrare nel suo progetto di Nuova Via della Seta e di Nuova Cintura della Seta, un disegno che attraverso tutta l’Asia Centrale ex sovietica le permette di stabilire un contatto anche con l’Europa. Gli americani possono dunque inserire più di una spina nel fianco a questo progetto, e con quella bomba l’hanno voluto dimostrare.

Sul fronte interno, invece, il lancio del MOAB ha avuto risultati più confortanti: Trump ha dato totale “carta bianca” ai militari, accorciando le distanze che inizialmente dividevano la Casa Bianca dal Pentagono. Anzi, in questo modo Trump punta a farsi vedere dai militari come il migliore dei Presidenti possibili, migliore persino dei suoi predecessori che col Pentagono erano più o meno sempre stati abbastanza comprensivi e generosi. L’operazione MOAB, quindi, è da leggersi soprattutto in chiave di politica interna.

 

Filippo Bovo

Fonte: opinione-pubblica.it

***

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You may also like...

error: Alert: Content is protected !!