Dall’Egitto alla Libia: l’autolesionismo geopolitico dell’Italia. Antonello Tinelli - www.altreinfo.org

Dall’Egitto alla Libia: l’autolesionismo geopolitico dell’Italia. Antonello Tinelli

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Ecco come, abdicando al proprio storico ruolo di potenza mediterranea, l’Italia s’è giocata in modo autolesionista l’influenza e la credibilità che deteneva in Nord Africa.

Nuova Libia e rapporti con l'Italia

La gestione italiana della “crisi” libica, e più in generale dell’intero scenario mediorientale, ha del paradossale e del tragico. Una paradossale tragedia che ha inizio nel 2011 quando abbiamo concesso alle truppe anglo-francesi (e americane) – con beneplacito di importanti settori politici nazionali – di intaccare profondamente i nostri interessi strategici rovesciando il governo amico del Colonnello Gheddafi.

Con la “balcanizzazione” della Libia il nostro ruolo nel Mediterraneo è diventato così soggetto agli interessi geostrategici della NATO, e oltre agli errori del passato continuiamo a perseverare rischiando di compromettere irrimediabilmente le nostre relazioni nel Vicino Oriente e nel Nord Africa.

Per capire il perché di determinate e alquanto scellerate strategie italiane in Libia, non possiamo non partire dall’Egitto di al-Sisi e dall’intricata questione che ruota attorno all’omicidio di Giulio Regeni.

Fino ai primi mesi del 2016, l’Italia tentò di ritagliarsi un ruolo da protagonista nella dilaniata Libia post-Gheddafi sostenendo, insieme alla Francia, il governo nazionalista riparato a Tobruk dopo il golpe di stampo islamista avvenuto nel 2014 grazie alla regia occulta di USA, Gran Bretagna e Turchia.

L’unico partner che ci avrebbe consentito di rendere concrete le nostre aspirazioni era l’Egitto del Presidente al-Sisi in quanto acerrimo nemico della Fratellanza Musulmana, e sponsor del Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk. A rendere l’intesa fattibile, c’erano gli importanti accordi commerciali stipulati con Eni per lo sfruttamento del più grande giacimento di gas nel Mediterraneo.

Ma la strategia angloamericana, col sostegno di Turchia e Qatar, puntava a tollerare l’esistenza del Daesh (ISIS) in Libia per affossare il governo laico e nazionalista di Tobruk, e destabilizzare l’Egitto di al-Sisi ormai entrato nel mirino di Washington dopo il golpe militare che aveva rovesciato il regime islamista e filo-occidentale di Morsi. Per l’Italia era giunto il momento di prendere atto dei nuovi equilibri.

Ad interrompere bruscamente i rapporti tra Italia ed Egitto, e portare il nostro Governo sulle sponde tripolitane del governo di Faiez al-Serraj, fu lo strano omicidio di Giulio Regeni al Cairo. Caso intricato e delicatissimo che ha mobilitato l’establishment mediatico italiano e britannico, sin dal primo momento, contro il Governo egiziano. Giulio Regeni era un ricercatore dell’Università di Cambridge che scriveva per “Il Manifesto” e che aveva importanti contatti in Egitto.

Sarà stato solo un caso, ma la vigorosa campagna mediatica che vide in prima fila la Gran Bretagna e Amnesty International indusse il Governo italiano a richiamare in patria il proprio ambasciatore al Cairo compromettendo, di fatto, le nostre relazioni diplomatiche ed economiche con l’Egitto.

La conseguenza della rottura diplomatica con al-Sisi ha significato un ripiegamento sulle posizioni angloamericane di sostegno al fantomatico “governo di unità nazionale” di Tripoli, abbandonando definitivamente i nostri interessi, garantiti dal governo di Tobruk, a Francia e Russia.

È notizia di pochi giorni fa il tentativo di golpe dell’ex premier Ghwell contro il governo di Tripoli che controlla solo alcuni quartieri della città. La fragilità di Tripoli avrebbe dovuto indurre l’Italia a un cambio di strategia per non soccombere ulteriormente e vedere quel che rimane dei nostri interessi venire definitivamente compromessi.

Il nostro Ministro dell’Interno, Marco Minniti, solo poco prima era volato a Tripoli per incontrare il premier al-Serraj ribadendo l’appoggio  dell’Italia al suo governo e riaprendo la nostra ambasciata chiusa dal 2015.

Quella di puntare su al-Serraj riconoscendolo come unico interlocutore libico al punto da riaprire a Tripoli l’ambasciata è stata una scelta autolesionista, che indebolisce ancor di più la nostra fragile posizione nello scacchiere mediterraneo con conseguenze certo non propizie per il nostro paese.

Il dramma che vive il nostro Paese è dato dalla poca avvedutezza di una classe dirigente che poco ha inteso dello stravolgimento in atto nei rapporti di forza vigenti dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. La presenza del Generale Haftar sulla portaerei russa “Kuznetsov”, e l’intesa Trump-Putin sulla Siria, è l’anteprima di quello che avverrà dopo l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca: una nuova politica “isolazionista”, o almeno “non interventista” degli USA, lascerebbe campo libero alla Federazione Russa e ad Haftar in Libia portando ad una “russificazione” del Mare Nostrum.

“Schiacciata” da Trump e da Putin da un lato, e dallo strapotere economico della Cina Popolare dall’altro, l’Unione Europea a trazione tedesca, vicina all’agenda neocon statunitense, è destinata ad un lento ed inesorabile declino che potrebbe condurla a detenere uno scarso rilievo in un Mondo che si preannuncia multipolare.

Il governo italiano – e con lui il grosso dell’apparato politico e militare – continuerà imperterrito sulla linea tracciata da Obama, e la Repubblica Italiana perderà così sempre più posizioni all’interno di un’Europa a sua volta sempre meno influente a livello internazionale.

Com’è noto, difficilmente gli interessi della NATO, ergo di Gran Bretagna e USA,  coincidono con i nostri o con quelli del Vecchio Continente. Solo una classe dirigente genuinamente patriottica potrebbe difendere gli interessi e le ambizioni della Nazione, ritornando nel Mediterraneo e volgendo lo sguardo ad Est.

 

di Antonello Tinelli

Fonte: opinione-pubblica.com

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