Formazione e sviluppo della comunità ebraica di Roma durante l'Impero Romano. Curzio Nitoglia - www.altreinfo.org

Formazione e sviluppo della comunità ebraica di Roma durante l’Impero Romano. Curzio Nitoglia

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Lo storico ebreo/tedesco Abraham Berliner, nella sua Storia degli Ebrei di Roma. Dall’antichità allo smantellamento del ghetto (Milano, Rusconi, 1992), scrive:

“Non siamo assolutamente in grado di precisare con certezza storica quando gli Ebrei si siano stabiliti nell’Urbe. Possiamo tuttavia documentare la loro prima apparizione a Roma” (p. 11).

Il Berliner cita, quindi, il I Libro dei Maccabei (cap. VIII) e Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XII, 10; XIII, 5-9), che ci narrano di tre ambascerie ebraiche dalla Palestina a Roma. La prima nel 159 avanti Cristo, a nome di Giuda Maccabeo; la seconda nel 144, a nome di suo fratello e suo successore Gionata ed infine nel 138 la terza, a nome di Simone, il terzo dei fratelli Maccabei.

Giustino Martire cita lo storico latino originario della Gallia Narbonense, Trogo Pompeo, il quale afferma che “gli Ebrei furono la prima popolazione orientale che avesse concluso una siffatta alleanza con il potente popolo romano” (cit. in A. Berliner, Storia degli Ebrei di Roma, p. 11 e 339).

Quindi, stando a quel che scrive il Berliner, se ne deduce che la prima apparizione di alcuni singoli Giudei a Roma risale al 159 avanti Cristo, ma non si può affermare con certezza quando gli Ebrei, come popolazione, si siano stabiliti a Roma.

Tuttavia lo storico ebreo/tedesco azzarda una congettura, secondo cui sarebbe lecito supporre che dopo l’alleanza tra Roma e la Giudea (159-138 a. C.)

«gli Ebrei non abbiano tardato a guardare all’amica Urbe come a loro meta e luogo di fissa dimora. Pur ammettendo una certa lentezza nel flusso di immigrazione, è certo che a Roma il numero degli Ebrei crebbe rapidamente, sicché non possiamo che consentire con lo storico ebreo/polacco Heinrich Graetz (Storia degli Ebrei dai tempi antichi sino al presente,1884, III, p. 142) quando scrive: “Senza dubbio già prima dell’intervento di Gneo Pompeo (63 a. C.) alquanti Ebrei erano presenti a Roma e nelle altre città italiane, dove si erano stabiliti forse provenendo dall’Asia Minore e dall’Egitto per ragioni commerciali. I primi Ebrei romani non furono sicuramente prigionieri, bensì gente di commercio che trattava con notabili romani l’approvvigionamento di grano e l’appalto delle tasse e vivevano da liberi cittadini”» (A. Berliner, cit., p. 12).

L’Abate Giuseppe Ricciotti nella Storia d’Israele (Torino, SEI, 1933, 2° vol., pp. 220) fa astrazione dalle “semplici ambascerie dei Maccabei del II secolo a. C.”, su cui Berliner insiste non poco, e scrive che “a Roma la Diaspora s’insediò stabilmente assai più tardi che ad Alessandria d’Egitto”, fondata nel 322 a. C. da Alessandro Magno.

Ora “ad Alessandria, sin dall’inizio della sua fondazione (322 a. C.), i Giudei palestinesi furono attirati da Alessandro Magno con la concessione degli stessi diritti dati ai Greci (G. Flavio, Guerra Giudaica, II, 18, 7; Id., Contra Apionem, II, 4; Id., Antichità Giudaiche, XIX, 5, 2); altri Giudei, subito dopo, parte per amore parte per forza v’immigrarono ai tempi del generale di Alessandro Magno, Tolomeo I (nominato satrapo d’Egitto nel 323 a. C.), che confermò loro la stessa parità di diritti” (G. Ricciotti, Storia d’Israele, cit., p. 211).

“La prima sicura notizia di un insediamento ebraico a Roma l’abbiamo subito dopo il 63 a. C., allorché Pompeo, conquistata in quell’anno Gerusalemme, ne trasportò a Roma molti prigionieri e li vendette schiavi (Filone d’Alessandria, Legatio ad Caium, 23; Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, I, 7, 6).

Molti di costoro, liberandosi dalla schiavitù con vari mezzi, ma soprattutto grazie all’oro offerto in loro riscatto dai loro connazionali, rimasero stabilmente nell’Urbe in qualità di liberti.

Ma furono cotesti i primi Giudei di Roma? Non sembra.

Se si pensa che già nel 59 a. C., mentre Cicerone recitava la sua arringa in difesa di Flacco, scorgeva tra i suoi uditori molti Giudei, rilevandone la numerosità, la coesione morale e lo spirito d’intraprendenza; se si notano poi le sue parole circa l’aureum Judaeorum portato a Gerusalemme da tutta l’Italia e soprattutto da Roma (Pro Flacco, 28), si avrà ogni ragione di ritenere che nel 59 a. C. la colonia giudaica di Roma doveva essere parecchio più antica dell’importazione di schiavi fatta da Pompeo, appena 3 anni avanti. Questa ne avrà accresciuto di molto il numero; ma anche da prima dovevano esservi dei Giudei giunti per ragioni commerciali dai vari porti del Mediterraneo, e specialmente da Alessandria, da Cirene e dall’Africa proconsolare, che costituivano il granaio di Roma” (G. Ricciotti, Storia d’Israele, cit., p. 221).

Il Ricciotti spiega anche che i Giudei a Roma furono ben protetti da Giulio Cesare († 44 a. C.), che concesse loro ampi privilegi. Anche Augusto († 14 d. C.) si mostrò benevolo e durante il suo regno, nel 4 a. C., a Roma sono segnalati incidentalmente più di 8 mila Giudei, ma non erano certo l’intera comunità ebraica (G. Flavio, Antichità Giudaiche, XVII, 11, 1; Id., Guerra Giudaica, II, 6, 1). Invece sotto Tiberio, nel 19 d. C., alcuni Giudei derubarono i beni della matrona Fulvia per inviarli al Tempio di Gerusalemme, ma li stornarono e li impiegarono per loro tornaconto.

Ora il marito di Fulvia, Saturnino, era amico dell’Imperatore Tiberio, che adirato espulse tutti i Giudei da Roma e ne deportò 4 mila in Sardegna (G. Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII, 3, 5; Tacito, Annales, II, 85; Svetonio, Tiberius, 36). Tuttavia la punizione fu breve, infatti 12 anni dopo, nel 31, Tiberio riconfermò ai Giudei i privilegi concessi loro da Giulio Cesare e da Augusto, ed essi poterono ritornare a Roma.

Claudio in un primo tempo fu loro favorevole, ma poi tra il 49 e il 50 li espulse da Roma (Atti degli Apostoli, XVIII, 2), poiché nella colonia giudaica di Roma, allora esistevano almeno 2 partiti, in violenta contrapposizione, uno seguiva il Messia Cristo e l’altro lo avversava. Di qui i tumulti dei secondi contro i primi, che irritarono l’Imperatore spingendolo ad espellere tutti (Ebrei e Cristiani) da Roma, ma il provvedimento di Claudio fu applicato con poco rigore (Dione Cassio, Storia Romana, XL, 6). Quel che è certo è che sotto Nerone, il successore di Claudio, i Giudei erano nuovamente in Roma, numerosi e più potenti di prima (Atti, XXVIII, 17). Poppea era una giudaizzante ed era loro protettrice presso l’Imperatore (G. Flavio, Antichità Giudaiche, XX, 8, 11).

La rivolta giudaica in Palestina contro Roma (66 – 70 d. C.) non provocò particolari misure di repressione contro i Giudei della Diaspora, fu solo imposto il “fiscus Judaicus / tassa giudaica” ai Giudei di tutto l’Impero, di modo che pagassero al tempio di Giove Capitolino in Roma, le due dracme che già versavano al Tempio di Gerusalemme, oramai distrutto (G. Flavio, Guerra Giudaica, VII, 5, 2).

Abraham Berliner scrive: “Nella capitale la popolazione ebraica originaria non era formata da Ebrei palestinesi, ossia da quelli che arrivarono in massa a Roma immediatamente prima e dopo la catastrofe della distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. La componente più antica era costituita da Ebrei provenienti dall’Asia Minore, da Alessandria d’Egitto e dalle Isole, i quali oltre tutto erano di mentalità ellenistica ed usavano il greco per il culto e la lettura della Bibbia. È precisamente in contrapposizione a questi che sorse la ‘sinagoga degli Ebrei’, ovvero la comunità di coloro che, nelle adunanze, mantenevano la lingua ebraica” (A. Berliner, p. 68).

Quindi, per il Berliner, gli esordi di un insediamento di Ebrei in vasta scala a Roma risalgono esattamente ai patti di amicizia stretti dai fratelli Maccabei con Roma (dal 159 al 138 a. C.) per garantirsi da Antioco IV Epifane re di Siria e dai suoi successori, mentre non è possibile risalire con precisione alla data esatta dell’insediamento massiccio di Ebrei a Roma e occorre fermarsi approssimativamente ad un’epoca che precede la conquista di Gneo Pompeo della Palestina  (63 a. C.) ed è posteriore al patto di alleanza stretto con Roma dall’ultimo dei tre fratelli Maccabei (138 a. C.).

Cicerone – nella sua Oratio pro Flacco del 59 a. C. – scrive che a Roma, nella zona al di là della parte destra del Tevere, vivevano molti Ebrei, che erano stati fatti prigionieri dai Romani nelle loro guerre in Medio Oriente e deportati in Italia e che essi erano una massa potente.

Non si può parlare di un vero e proprio Ghetto o Quartiere (Bor-ghetto) ebraico nella Roma pagana. Tuttavia gli Ebrei per facilitare la pratica della vita religiosa  e del culto amavano stabilirsi nella zona della sinagoga, così da dar vita ad una specie di quartiere ebraico in senso largo, ossia abitato non esclusivamente, ma da una certa moltitudine di Ebrei, la quale però data la sua rilevanza e il suo potere aveva portato Cicerone a parlarne con preoccupazione nella sua difesa di Flacco, in cui narra pure che il Senato aveva proibito agli Ebrei, che erano soliti organizzare collette per il Tempio di Gerusalemme, di trasferire oro a Gerusalemme (cfr. A. Berliner, p. 13 e 339).

Lucio Valerio Flacco era stato accusato di aver sottratto il denaro pubblico e di avere incamerato le offerte per il Tempio di Gerusalemme. Cicerone lo difese in qualità di avvocato e durante la sua arringa disse esplicitamente che la causa di Flacco fu celebrata nei pressi del Tribunale Aurelio ove vi era una “gran folla di Ebrei, di cui si conosce il grande numero, il grande affiatamento e la grande influenza nelle assemblee”, egli qualifica la loro religione come “barbara superstizione” (anche se siamo ancora nell’Antico Testamento, prima del deicidio e della nascita del Giudaismo talmudico o deviato) e ci informa che

“la turba degli Ebrei, talora, si scatena furiosa nelle nostre assemblee popolari” (M. T. Cicerone, Arringa in difesa di Lucio Flacco, Torino, Utet, 1981, II vol., pp. 1093-1095).

Come non pensare al processo contro Gesù, in cui il Sinedrio di Gerusalemme riuscì a piegare Ponzio Pilato, minacciando di appellarsi a Cesare in Roma, ove evidentemente avevano molti agganci? (cfr. F. Spadafora, Pilato, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1973).

Da queste pagine ciceroniane sappiamo che gli Ebrei si erano organizzati a Roma con molta celerità, formando una comunità ben separata dai Pagani, molto influente, composta da numerosissimi elementi, che potevano diventare pericolosi se le sentenze pronunciate nei Tribunali non li soddisfacevano.  D’altronde se un avvocato del calibro di Cicerone doveva fare i conti con il potere materiale e il peso politico della comunità ebraica di Roma nel 59 a. C. significa che essa era realmente assai potente economicamente, socialmente e politicamente.

Il filosofo ebreo Filone d’Alessandria (20 a. C. – 50 d. C.), che difese la causa dei suoi connazionali e correligionari dinanzi all’Imperatore Caligola (37 – 41 d. C.), fu il primo ad affermare che gli Imperatori romani predecessori di Caligola avevano rispettato la nazione ebraica ed il suo culto e che Augusto (63 a. C. – 14 d. C.) non aveva condotto a Roma gli Ebrei come schiavi, assegnando loro la zona di Trastevere, ma che non ignorava come gli Ebrei fossero stati portati quali  schiavi a Roma e come avessero ottenuto la libertà e la cittadinanza romana e avessero vissuto a Roma sotto la tutela della legge sino ai tempi di Caligola.

Dalle parole di Filone si deduce che prima della conquista della Siria da parte di Pompeo (64 a. C.) gli Ebrei erano abbastanza presenti a Roma.

Il Berliner (p. 15) ipotizza che dopo l’occupazione della Giudea da parte di Pompeo (63 a. C.) si fosse verificato un grande movimento migratorio verso Roma, la quale essendo una città politeista, aperta, cosmopolita, tollerante verso le diverse religioni e le diverse divinità non aveva problemi ad accogliere anche i Giudei, i quali a Roma erano protetti dalla legge, potevano esercitare la loro religione senza timore di essere perseguitati (una breve fase di persecuzione antiebraica avvenne dall’81 al 96 sotto Domiziano, ma poi cessò; mentre il Cristianesimo – da Nerone sino all’Editto di Costantino – contò innumerevoli persecuzioni).

Quel che colpisce è la “rapidità con cui gli Ebrei si organizzarono all’interno della società romana […] impegnandosi a procurare la libertà agli Ebrei portati nell’Urbe come prigionieri. Ogni volta che i Romani vincitori portavano a Roma prigionieri Ebrei, questi avevano la certezza d’incontrarvi la massima partecipazione dei loro correligionari liberi e benestanti già residenti nell’Urbe. Infatti nulla impediva che un prigioniero o uno schiavo riacquistasse col denaro la libertà” (A. Berliner, cit., pp. 15-16).

Una volta affrancati (liberti), gli Ebrei, godevano della cittadinanza romana, sicché potevano partecipare a tutte le assemblee politiche e agli affari pubblici, facendo sentire il loro peso, tuttavia era loro interdetto l’accesso alle cariche superiori (funzionario, senatore, cavaliere).

Se Cicerone nel 59 a. C. era preoccupato della potenza della comunità ebraica di Roma, ai tempi di Giulio Cesare († 44 a. C.) e di Augusto († 14 d. C.), come scrive Teodoro Mommsen (Storia di Roma antica, III, p. 549), essa si era accresciuta notevolmente ed era mal vista dalla plebe romana. Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XVII, 11, 2; Guerra Giudaica, II, 6, 1) ci dice che quando giunse a Roma una delegazione di 50 anziani Ebrei dalla Palestina dopo la morte di Erode il Grande (4 a. C.), essa fu accompagnata all’udienza con l’Imperatore da una folla di 8 mila Ebrei. Quindi la comunità ebraica era assai estesa a Roma.

Quando Tito, dopo la distruzione di Gerusalemme, portò a Roma alcune migliaia di prigionieri Ebrei, si mise in moto la macchina della solidarietà e “la benestante comunità ebraica romana si mobilitò per riscattarli in grande numero, accogliendoli poi nel proprio seno come liberti o libertini” (A. Berliner, cit., p. 30).

L’obolo di mezzo siclo al Tempio, che tutti i Giudei (anche coloro che non abitavano in Palestina) dovevano inviare una volta l’anno a Gerusalemme, fu cambiato da Vespasiano nella tassa da pagare a Giove Capitolino (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, VII, 6, 6). Questa fu l’origine del Judaicus fiscus, l’imposta giudaica”, che nel corso dei primi tre secoli dell’era cristiana gli Ebrei dovettero pagare a Roma.

Tirando le somme si può dire che la comunità ebraica a Roma appare circa nel I secolo avanti Cristo (grosso modo dopo il 138 a. C. e prima del 70 a. C.). Essa praticava la religione dei padri, il culto monoteistico, in mezzo ad una moltitudine di culti pagani politeistici, che non vedevano di mal occhio un altro culto aggiungersi alla miriade di pratiche religiose già esistenti nell’Urbe.

“Gli Ebrei attingono alla fede comune una coesione interna, che tuttavia non li trattiene dal partecipare attivamente alla vita civile e pubblica nei limiti tracciati dalla Legge di Mosè. Essi religiosamente restano Ebrei, ma diventano politicamente anche Romani. Ebrei romani. Non parteggiano per l’ideale ipernazionalistico che muove migliaia di correligionari della madrepatria a imbracciare le armi; perciò abbandonato di proposito tale ideale, non appoggiano in alcun modo la guerra nazionalistica della Giudea contro Roma (66 – 70 d. C.; 132 – 135 d. C.)” (A. Berliner, cit., p. 61).

La maggioranza degli Ebrei di Roma fece come Giuseppe Flavio, passò da una forma di rigido Giudaismo farisaico ad un Giudaismo mitigato e in un certo senso ellenizzante, aperto alla vita politico/economica di Roma, ma senza rinnegare la propria religione monoteistica.

Se il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto, il Sacerdozio e il Sacrificio erano finiti, il popolo ebraico e la Legge talmudica erano rimasti. Gli Ebrei di Roma si accontentarono e ringraziarono Jaweh di aver preservato il popolo affinché rispettasse la Legge e di aver mantenuto la Legge affinché custodisse il popolo unito.

Il Berliner riconosce che gli Ebrei romani come Giuseppe Flavio furono mossi a “romanizzarsi”, pur restando Giudei, non solo dalla pietà religiosa, ma anche da un certo calcolo egoistico e di convenienza (p. 62).

Da parte sua “Roma combatté la Giudea non i Giudei, la nazione non la religione. Gli Ebrei di Roma furono perseguitati solo in poche eccezionali occasioni. […]. Non mancarono sicuramente agli Ebrei romani le occasioni di recarsi a Gerusalemme, spesso di soggiornarvi a lungo. Almeno una fonte talmudica (meghillàh, 26b) conosce l’esistenza di una sinagoga di Ebrei romani in Gerusalemme. Anche i libertìnoi menzionati negli Atti degli Apostoli (VI, 9) non dovrebbero essere altri che i liberti romani e i loro discendenti” (A. Berliner, cit., p. 63).

L’afflusso dalla Palestina a Roma contò anche diversi eruditi Ebrei che spontaneamente si recavano nell’Urbe, la quale era la città dove si tolleravano facilmente i culti più disparati; vi furono anche non pochi commercianti della Giudea che si recarono a Roma e di lì nella Gallia, la Spagna e le zone del Reno e del Danubio. “Tuttavia fu nell’Urbe che gli Ebrei trovarono le condizioni migliori per il loro commercio […] da quei piccoli inizi crebbero i banchieri, che curavano le operazioni finanziarie dei membri della famiglia imperiale [i Rothschild non hanno inventato nulla di nuovo, ma hanno continuato una vecchia e consolidata abitudine, ndr] (cfr. Bruno Bauer, Vierteljahrschrift fur Volkswirtschaft, 1875, p. 107). […]. D’altronde non si pensi che la popolazione ebraica di Roma fosse composta esclusivamente o in prevalenza di grandi mercanti” (A. Berliner, cit., p. 64).

 

di Curzio Nitoglia

Fonte: https://doncurzionitoglia.wordpress.com

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