Sharing economy, l'Italia procede in ordine sparso - www.altreinfo.org

Sharing economy, l’Italia procede in ordine sparso

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I big sono avvantaggiati rispetto alle piattaforme nostrane. E, mentre manca un inquadramento generale, si legifera sui singoli settori. Privilegiando gli interessi corporativi. E alimentando il caos.

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Paradossi all’italiana: mentre il mondo scopre – tardivamente – alcuni guai della globalizzazione, dalle nostre parti i colossi internazionali continuano a godere di condizioni migliori delle piccole imprese che cercano di farsi strada. L’ultimo piccolo ma significativo esempio è la legge sugli home restaurant approvata dalla Camera e in attesa di arrivare al Senato, tentativo di indirizzare uno dei più riusciti filoni della cosiddetta sharing economy: aspiranti cuochi che, per piacere o per arrotondare, accolgono sconosciuti in casa propria e cucinano per loro.

PALETTI SUGLI HOME RESTAURANT. La norma approvata, frutto di intense negoziazioni e di altrettanti interessi corporativi, prevede sei punti qualificanti: transazioni solo digitali, l’obbligo di contrarre un’assicurazione che copra anche gli ospiti, comunicazioni al Comune per dichiarare l’attività, il divieto incrociato di ospitalità e home restaurant (cioè, chi affitta anche solo una camera non può cucinare per altri), un numero massimo di coperti che si possono servire all’anno – 500 – e un massimo annuale di incassi, pari a 5 mila euro.

MANCA UNA DIREZIONE UNICA. E se su assicurazioni e transazioni trasparenti nessuno ha niente da obiettare, sono gli ultimi tre punti a lasciare perplessi operatori del settore e appassionati: «Sulla sharing economy c’è una legge quadro nazionale in attesa di essere approvata e sarebbe stato meglio partire da lì prima di regolamentare i singoli settori», spiega Cristiano Rigon, fondatore e amministratore delegato di Gnammo, società torinese che, a fatica, sta cercando di spingere le nuove abitudini in Italia. «La legge quadro stabilisce come limite per l’attività occasionale un tetto di 10 mila euro di incassi annuali e un regime fiscale agevolato: perché non farla valere anche per gli home restaurant? Poi c’è la questione del divieto incrociato: se io affitto una stanza quattro volte all’anno non posso più organizzare cene per altri. Che senso ha?».

Uber Autista App

Il senso, in realtà, è impedire ai bed and breakfast di travalicare quanto loro concesso, diventando anche ristoratori (spesso in nero). Ma il rischio è penalizzare tutti. Specie perché i controlli comunque non saranno semplici: se la legge passasse davvero, toccherebbe alle piattaforme occuparsene, insieme alle autorità locali (a corto di soldi, tempo e addetti). Il condizionale in ogni caso è d’obbligo, considerato che la legge quadro sulla sharing economy – annunciata la scorsa primavera e frutto di un processo di discussione che ha coinvolto anche la società civile – è parcheggiata in attesa trovare una calendarizzazione.

IL RISCHIO DI AZZERAMENTO DEI LAVORI. Certo, tra crisi economica e di governo, scontri con la Ue e tragedie naturali, comprensibilmente l’economia collaborativa non è in cima alle preoccupazioni del legislatore. «Ma il rischio è che non si arrivi a discuterne. E se la legislatura dovesse finire tutto il lavoro fatto sarebbe perso: bisognerebbe riiniziare da capo», spiega Veronica Tentori, deputata piddina e relatrice del provvedimento in commissione Attività produttive. In mancanza di un inquadramento, però, si procede in ordine sparso. E mentre le piattaforme italiane faticano a decollare, un po’ per mancanza di certezze per gli utenti, un po’ – soprattutto – per scarsità di investimenti e agevolazioni adeguati, i giganti del settore corrono su binari paralleli.

LA TASSA AIRBNB CANCELLATA DA RENZI. Basta pensare alla scelta dell’allora premier Matteo Renzi di cancellare per ragioni di immagine la cosiddetta “tassa Airbnb”, che non era in realtà una nuova imposta ma la cedolare secca già richiesta per gli affitti brevi di vecchio tipo: la piattaforma avrebbe soltanto dovuto funzionare come sostituto d’imposta, per abbassare il tasso d’evasione. Ma per evitare di passare come l’uomo delle tasse, Renzi decise di non farne niente: con vantaggi evidenti per i furbetti tra i gli host, e un po’ anche per la piattaforma, costretta a minori impegni.

Airbnb

D’altronde, mentre il numero di appassionati di Airbnb in Italia è cresciuto fino a rendere il nostro Paese il terzo mercato mondiale per il colosso americano, con 235 mile case disponibili, la piattaforma continua a sfruttare una complessa architettura societaria – legale e comune a molte corporation dell’economia digitale, da Amazon ad Apple – che consente di pagare una manciata di tasse rispetto all’incassato (nel 2015, poco più di 45 mila euro).

UBER SALVATA DALL’ALTA CORTE? La fortuna dello straniero potrebbe toccare anche Uber e il servizio Uber Pop, sistema di taxi on demand molto contestato e incautamente bollato come sharing economy (in realtà la condivisione è poca: si tratta più propriamente di gig economy, economia dei lavoretti). In Italia, le operazioni della società sono state fermate da un giudice nel 2014, sotto la spinta delle proteste dei tassisti e di numerosi scioperi selvaggi. Lo stesso è accaduto in altri Paesi, ma un tribunale spagnolo ha infine chiesto alla Corte di Giustizia europea in Lussemburgo di prendere una decisione definitiva: Uber è un sistema di trasporti sottoposto alle leggi nazionali o una piattaforma digitale sottoposta alla disciplina comunitaria del mercato digitale unico?

IL BIVIO DI MARZO. La risposta è attesa per marzo, ma «se la Corte stabilisse che si tratta solo di un marketplace digitale in teoria i i legali di Uber potrebbero decidere di fare un ricorso contro il tribunale italiano, la cui sentenza si basa sulla legge 21/92 che disciplina il trasporto pubblico», spiega Ivan Catalano, deputato M5s che per conto della commissioni Attività produttive segue la vicenda. Col risultato, insomma, che i tentativi flebili di far decollare una sharing economy nazionale – con ricadute positive sul territorio e un arricchimento per tutti – siano scalzati dalle corporation. Repetita non iuvant.

 

di Gea Scancarello

Fonte: lettera43.it

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