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Gibuti, crocevia geopolitico

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La possibile firma entro breve termine di altri accordi cooperazione militare dello Stato africano di Gibuti con l’Arabia Saudita evidenzia il ruolo strategico crescente dell’ex colonia francese nello scacchiere geopolitico regionale.

Il piccolo Stato africano si trova infatti ad ovest dello stretto di Bab el Mandib, punto nevralgico che collega il transito delle merci dal Mar Rosso verso il Golfo di Aden e poi all’Oceano indiano. La sicurezza di questo transito marittimo, una delle vie di navigazioni più trafficate al mondo, è diventata cruciale soprattutto a causa degli influssi della guerra nello Yemen, che si trova sul versante orientale dello stretto di Bab al Mandib. Più volte, infatti, i miliziani yemeniti sciiti Houthi hanno cercato di attaccare i natanti che transitavano lungo lo stretto, innescando la necessità di una maggiore sicurezza dell’area. L’ex colonia francese ha attirato da tempo anche l’attenzione di Pechino, che ha deciso di porre proprio a Gibuti la prima base militare cinese in Africa, nel quadro della cosiddetta “strategia della collana di perle”, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa Nova.

corno d'africa

Corno d’Africa

E’ proprio la minaccia da parte degli Houthi di prendere il controllo di Aden e di tutto lo Yemen che ha spinto la stessa Arabia Saudita ad intervenire nel conflitto. Riad guida la coalizione araba che sostiene il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, che si oppone ai ribelli sciiti fedeli all’imam Abdel Malik al Houthi, sostenuti a loro volta dall’Iran.

Teheran infatti è legata ideologicamente alle varie milizie sciite presenti in Medio Oriente in quanto rappresentante della corrente maggioritaria dell’islam sciita, quella duodecimana. La maggiore vicinanza “militare” tra Gibuti e Riad si è progressivamente rafforzata soprattutto in seguito alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Gibuti e Teheran. Lo scorso gennaio, infatti, in seguito all’assalto dell’ambasciata saudita a Teheran, alcuni paesi del Corno d’Africa, tra cui Gibuti, hanno interrotto le relazioni diplomatiche con l’Iran.

Il nuovo ruolo nel settore della sicurezza del Corno d’Africa e le “storiche relazioni” con l’Arabia Saudita sono state evidenziate dal presidente dello Stato di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, nel corso di un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano panarabo “Asharq al Awsat” e ripresa da Agenzia Nova.

Gibuti sta cercando di assumere un ruolo importante nell’ordine geopolitico mondiale, grazie alla sua posizione strategica dovuta alla vicinanza con lo Stretto di Mandib e dei traffici commerciali che passano per il Corno d’Africa. Lo sviluppo economico, legato agli investimenti stranieri, e l’aumento della sicurezza militare del paese sono tra le priorità dell’ex colonia francese, ha detto il capo dello Stato gibutino. Tra i paesi con cui recentemente il paese africano ha stretto un’alleanza più stretta vi è proprio l’Arabia Saudita, con “rapporti che si basano su fiducia reciproca e comprensione”.

L’Arabia Saudita non e’ l’unica potenza mondiale ad avere intrapreso legami militari con l’ex colonia francese e ad aver espresso l’intenzione di costruirvi una base militare per fronteggiare la “minaccia” sciita nella regione. Dal 2002, infatti, il paese africano ospita l’unica base statunitense nel continente africano, Camp Lemonnier, ed altri contingenti europei, tra cui quelli di Francia, Italia, Spagna e Giappone.

Lo scorso gennaio, anche la Cina ha annunciato la costruzione della prima base oltre il Mare cinese meridionale. In quell’occasione il ministro degli Esteri di Pechino ha fatto sapere che si tratta di una base logistica, destinata all’eventuale esfiltrazione di cittadini cinesi presenti nel continente. A tal proposito Guelleh ha detto che non è preoccupato della presenza di basi militari di paesi non amici tra loro nello Stato di Gibuti perchè intendono combattere il terrorismo e la pirateria marittima, il cui contrasto rappresenta una priorità del paese

n un momento di crisi economica, ha detto Guelleh, la stabilità di un paese strategico come Gibuti è fondamentale. Ritornando al tema delle relazioni con Riad, il capo dello Stato di Gibuti ha ricordato che oltre alla cooperazione militare vi è attenzione verso i rapporti bilateri commerciali, per il cui rafforzamento è previsto un forum economico tra imprenditori sauditi e gibutini nelle prossime settimane. Nell’ultimo anno la presenza di Pechino e Riad nello Stato di Gibuti è passata da azioni di “soft power” ad interventi di “hard power”. Non soltanto a Gibuti, ma in tutto il continente africano, sauditi e cinesi negli ultimi anni avevano infatti investito nelle infrastrutture di questi Stati oppure finanziando progetti umanitari.

In particolare, Riad ha finanziato la costruzione di case, scuole, luoghi di culto, progetti di assistenza per la popolazione più povera, a cui si aggiungono i circa 30 mila profughi yemeniti fuggiti dalla guerra

Da parte sua, Pechino ha investito soltanto nel 2015 circa 14 miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture a Gibuti. Anche altri paesi del Golfo, come Emirati arabi uniti e Bahrein hanno destinato ingenti somme di denaro per finanziare progetti umanitari nell’ex colonia francese. Pertanto il recente rafforzamento della presenza militare cinese e saudita a Riad indica un passaggio da una strategia di soft power ad una più evidente di hard power nella regione, a cui si affianca un leggero indietreggiamento della posizione statunitense, soprattutto negli investimenti destinati a finanziare progetti umanitari. La compresenza di Usa, Cina e Arabia Saudita nella regione sembra lasciar intendere che lo Stato africano potrebbe diventare un luogo di confronto strategico tra Washington e Pechino da una parte, e la lotta tra Riad e Teheran per ottenere l’egemonia regionale.

La strategia perseguita dalla Cina nell’ultimo decennio, e nota con il nome di “filo di perle”, prevede il rafforzamento delle relazioni politico-commerciali con i paesi della fascia costiera asiatica che va dal Mar Rosso fino all’Indocina. Lo strumento utilizzato è la costruzione di opere infrastrutturali che vengono realizzate in compartecipazione tra aziende o capitali cinesi (spesso pubblici) e partner della nazione interessata. Oltre ai risvolti positivi per le proprie multinazionali specializzate nelle costruzioni, il “filo di perle” costituisce per la Cina un’importante rete di punti d’appoggi portuali lungo la cruciale rotta commerciale che si snoda tra il Canale di Suez e lo Stretto di Malacca, da cui passano gli approvvigionamenti energetici necessari al colosso asiatico.

La costruzione di una “via della seta marittima” cinese potrebbe inserirsi nella strategia di lungo termine di Pechino, volta a contrastare nell’Oceano Indiano la superiorità oggi posseduta dalla Marina indiana, sostenuta da quella statunitense.

di Ernesto Iovine

Fonte: katehon.com/it/

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