Quindici anni dopo la guerra, l’Iraq è un Paese ancora distrutto. Andrea Muratore - www.altreinfo.org

Quindici anni dopo la guerra, l’Iraq è un Paese ancora distrutto. Andrea Muratore

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Il 20 marzo 2003 una pioggia torrenziale di missili Tomahawk segnò l’inizio dell’invasione dell’Iraq da parte della coalizione a guida statunitense e di una fase infinita di caos per il Medio Oriente. L’attacco allo “stato canaglia” di Saddam Hussein fu motivato dall’amministrazione Bush con i riferimenti alla pericolosità dell’arsenale di armi di distruzioni di massa irachene, rivelatosi esistente solamente sulla carta, nei rapporti falsificati dei servizi segreti occidentali e nelle dichiarazioni dei leader  della “crociata per la democrazia”, George W. Bush e Tony Blair.

A quindici anni di distanza, lo possiamo affermare nettamente e senza ambiguità: la guerra all’Iraq fu insensata e rovinosa per la posizione dell’Occidente in Medio Oriente. La brutalità del regime di Saddam, spazzato via dall’invasione, era innegabile: tuttavia, la guerra fu portata contro un intero popolo, che dopo aver sofferto enormemente per l’embargo imposto all’Iraq negli anni Novanta vide il suo Paese completamente smantellato e sostituito dapprima da un para-Stato gestito dagli americani, che come ha documentato Naomi Klein in Shock Economy puntavano a edificare un modello ideale di “regime neoliberista”, e in seguito da un buco nero di caos, sulla scia del frazionamento tribale dell’Iraq e dell’ascesa dei gruppi terroristici che hanno avuto nel sedicente Stato islamico la loro più temibile manifestazione.

Lo smantellamento dell’Iraq e il caos mediorientale

La destrutturazione dello stato iracheno aprì la strada a un vortice di violenza e caos che, sul lungo termine ha inghiottito l’intero Medio Oriente: lo sdoganamento della faida confessionale tra sunniti e sciiti pone tutt’oggi dubbi sulla futura tenuto dell’Iraq post-Isis e sul destino della comunità cristiana stanziata nel Paese, mentre al tempo stesso gli Stati Uniti hanno finito per avviare, con l’attacco del 20 marzo 2003, un meccanismo che ha portato al riflusso della loro influenza della regione a scapito del rivale iraniano e di una rediviva Russia tornata protagonista con il sostegno al governo siriano di Bashar al-Assad.

La guerra delle menzogne

A tanti anni di distanza, è a dir poco triste ricordare la guerra contro l’Iraq come la “guerra delle menzogne”: una guerra coltivata giorno dopo giorno dai governi di Stati Uniti e Regno Unito attraverso il mascheramento dei reali obiettivi di fondo (dal rafforzamento della posizione strategica di Israele alla volontà di usare l’Iraq post-Saddam come base per il rovesciamento dei regimi di Siria e Iran) con una serie di giustificazioni ipocrite e completamente menzognere (le armi di distruzione di massa, i legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda, il suo ruolo negli attentati dell’11 settembre).

Nel suo straordinario saggio del 2006, Gli stregoni della notizia (da poco uscito in edizione aggiornata), Marcello Foa ha spiegato in maniera completa ed esaustiva il lungo processo attraverso cui i governi di Bush e Blair riuscirono a compattare l’establishment mediatico e politico in sostegno alla loro rovinosa avventura. Centinaia di migliaia di morti dovuti all’invasione e alle sue conseguenze di lungo corso sono stati nuovamente vilipesi in seguito allo svelamento della loro ipocrisia attraverso inchieste politiche (come il Rapporto Clichot britannico) e mediatiche (dai reportage di Sigfrido Ranucci da Fallujah rasa al suolo dagli statunitensi alla serie di documentari Iraq – La grande menzogna realizzata da History Channel).

La voce ignorata di chi disse no alla guerra all’Iraq

Pensando alla guerra in Iraq, non è solo la luce abbagliante dei Tomahawk nella notte di Baghdad che deve venirci istantaneamente alla mente: vista col senno di poi, la fase che condusse dalla preparazione del terreno all’attacco del 20 marzo 2003 può essere vista come la prima parte di una battaglia d’attrito tra i governi occidentali e le rispettive opinioni pubbliche che ha dato il via alla progressiva perdita di credibilità di concetti come l’esportazione della democrazia e l’imperialismo umanitario.

Lo scorso 15 febbraio Emily Thornberry ha ricordato sul Guardian le immense manifestazioni di piazza che, esattamente quindici anni prima, andarono in scena in tutto il mondo, segnalando l’esistenza di una rete globale di oppositori al conflitto di Bush e Blair. 110 milioni di persone manifestarono in tutto il mondo nella più grande protesta contro la guerra della storia umana: il più imponente raduno fu quello che a Roma coinvolse, secondo gli organizzatori, tre milioni di persone (sicuramente non meno di un milione e mezzo). 

Il giorno prima, il Ministro degli Esteri iracheno Tarek Aziz, cristiano caldeo, vero e proprio “volto umano” del regime, aveva fatto visita alla Basilica di San Francesco ad Assisi, inscrivendo sul registro dell’ingresso il suo personale auspicio: “Possa Dio Onnipotente concedere la pace al popolo dell’Iraq e a tutto il mondo. Amen”. Un augurio che, oggi, a quindici anni dall’inizio di un conflitto insensato, attende ancora di realizzarsi pienamente.

 

di Andrea Muratore

Fonte: occhidellaguerra.it

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