Israele: il Quarto Reich. Fulvio Grimaldi - www.altreinfo.org

Israele: il Quarto Reich. Fulvio Grimaldi

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La palma degli affossatori di ogni diritto, decenza, morale, umanità, spetta a Israele, ai superatori dei nazisti che dirigono il paese e proclamano il “più morale del mondo” un esercito che va alla partita di caccia contro donne uomini e bambini inermi e, dispiace dirlo, caccia condivisa dall’incirca 80% della sua popolazione che con tale banda di licantropi si schiera nell’occasione di ogni bagno di sangue, da 70 anni a questa parte. Per farsi sparare come uccelli di passo da energumeni i cui cervelli grondano sangue e cinismo, i palestinesi di Gaza, in trentamila e mani nude alle soglie delle terre loro rubate, hanno preteso di ricordare il diritto al ritorno a dove erano stati spossessati.

Un diritto decretato innumerevoli volte dalla comunità internazionale, l’ONU, quella ufficiale, vagamente più titolata di un’altra sedicente “comunità internazionale” che pretende di prevalere su quella che comprende 193 nazioni, mentre non è che il decimo NATO dell’umanità. Titoli dell’ONU manomessi nel tempo dalla protervia degli Usa e che un segretario sguattero ha definitivamente sotterrato con la sua patetica equiparazione tra assassini seriali e di massa e loro vittime.

Io quelli del ritorno li ho visti, conosciuti, frequentati. Ci ho vissuto insieme nei campi, da Tel Al Zataar in Libano a Dheisheh sotto Betlemme. Ho visto dare loro la caccia, seconda ondata di profughi, nella guerra dei Sei Giorni, 1967, su per la Galilea e sopra al Golan, villaggi bruciati, gente in fuga con le masserizie caricate su carri e asini, i carri con la Stella di Davide appresso, con i cingoli e le cannonate.

La “Grande Marcia del Ritorno” è stata fatta nella ricorrenza della Giornata della Terra, quella di un altro 30 marzo, 1976. I morti ammazzati dall’esercito “più morale”del mondo” erano stati sei, i feriti un centinaio. E una buona parte di mondo civile ha protestato, manifestato, detto ai killer quello che gli era dovuto. Il vittimismo che Israele e buona parte della comunità ebrea internazionale utilizzano come arma-fine-del mondo per asfaltare chiunque osi alzare sopraccigli sulle nefandezze dello Stato etnico-confessionale sionista, ne rimase incrinato per un po’.

Stavolta la mattanza è di 17 morti (finora) e di 2000 feriti e la stampa ciancia di “reazione sproporzionata” alle “minacce di Hamas”. Il New York Times, standard aureo del giornalismo per la nostra comunità di presstitute, nasconde i laghi di sangue e i campi della morte e delle mutilazioni sotto l’insegna “Il diritto di Israele di difendersi”.  Niente di sorprendente: è l’house organ degli antrpofagi di tutte le guerre, di tutte le rapine, di tutte le devastazioni.

Israeliani contro la strage di Gaza

Ma qui non dovremmo esimerci dal tributare riconoscenza e onore a quei pochi ebrei che hanno manifestato contro il massacro dei propri moralissimi carnefici. Basterebbe uno solo di questi manifestanti coraggiosi, o un solo Pappè, un solo Finkelstein, un solo Atzomon, per impedirci di generalizzare.

Come per i migranti, tutti “rifugiati”, nessuno parte mai dal primo anello della catena, l’espulsione coatta o necessitata da interventi occidentali – bombe, multinazionali, Ong – nel quadro dell’appropriazione di terre e risorse, così sono bastati pochi lustri perché l’opinione pubblica, quella vigile e agguerrita, si adagiasse nella comoda sdraio dell’oblio. Oblio del primo anello, il crimine, vero male assoluto, contro un popolo titolare millenario della sua terra, invaso, espropriato, sradicato, massacrato, tenuto in ceppi. Un rigurgito del più feroce colonialismo dei secoli precedenti, salutato come bastione di civiltà e unica democrazia in un Medioriente popolato da selvaggi.

Quanto i cari rifugiati stanno sulle palle

A tale bastione di civiltà e diritti umani accorrono ora coloro che, ove incorsi nella rete criminale di trafficanti e Ong nel Mediterraneo sono profughi da accogliere senza se e senza ma, da Israele vengono messi davanti all’alternativa: o il carcere, o l’espulsione verso Ruanda e altri paesi (che non li vogliono). Sono quei circa 30mila cui è riuscito di penetrare in Israele sfuggendo alle fucilate delle guardie di frontiera nel Sinai.

Si urla sulle terribili condizioni in cui i migranti sono tenuti nei campi libici e, alla luce di racconti non strumentali si esagera alla grande al solito scopo di incrementare il traffico, lo sradicamento, l’operazione di spostamento di popolazioni. Andassero a vedere come sono trattati quelli che finiscono nei campi israeliani in mezzo al deserto del Negev. Con una sfrontatezza degna di coloro che a certi fondatori dello Stato canaglia dissero “O Auschwitz, o la Palestina”, il plurindagato per ladrocinio e corruzione Netanyahu concorda con i gaglioffi dell’ONU di scaricare sull’Italia parte dei primi 16mila da cacciare.

Avete udito anche solo un flebile fiato di sconcerto e riprovazione da parte di quella lobby, israelita per buona parte, con a capo gli umanitaristi da Nobel Erri De Luca e Furio Colombo, che si sdilinquisce h24 sulla disperazione dei migranti, la nobiltà dei soccorritori, l’infamia di chi ne denuncia e indaga il malaffare e gli occulti  mandanti?

 

di Fulvio Grimaldi

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.it

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