Trump respinge il Jcpoa e punta a nuove sanzioni. Salvo Ardizzone - www.altreinfo.org

Trump respinge il Jcpoa e punta a nuove sanzioni. Salvo Ardizzone

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Trump ha annunciato che non certificherà l’accordo sul nucleare iraniano e proporrà al Congresso nuove sanzioni a Teheran e alla Guardie della Rivoluzione.

L’atteso discorso del Presidente Usa è stato un’inverosimile invettiva per mascherare un improbabile equilibrismo: Trump non certifica, come deve fare ogni tre mesi, il rispetto dei termini dell’accordo da parte dell’Iran, ma non denuncia neanche il patto, lasciando la questione al Congresso, per il semplice fatto che l’Aiea ha dichiarato in tutti modi che Teheran sta rispettando l’accordo.

Adesso il Congresso ha 60 giorni per stracciare l’intesa, e con essa la residua credibilità internazionale di Washington, introducendo nuove sanzioni che nessun partner sarà intenzionato a seguire, ad eccezione di Israele (Netanyahu si è immediatamente congratulato con Trump) e dell’Arabia Saudita (che ha assicurato il suo immediato sostegno).

In un inusuale comunicato congiunto diramato da Downing Street, Germania, Francia e Regno Unito hanno dichiarato di rimanere impegnate al Jcpoa in quanto la sua piena attuazione è comune interesse di Berlino, Parigi e Londra; una posizione a cui fa eco il ministro degli Esteri russo Lavrov che sostiene che la mossa di Trump non avrà alcuna conseguenza sull’implementazione dell’accordo, e che Mosca rimane impegnata al patto.

La misura dell’isolamento di Trump è data dalla durezza mostrata da Federica Mogherini, impensabile se non fosse in linea con la Ue che conta; essa, dopo aver dichiarato che il Jcpoa funziona benissimo ed è stato controllato otto volte dall’Aiea, ha rinfacciato agli Usa che un solo Paese non può rompere un’intesa internazionale e che il Presidente Usa non ha alcun diritto di rescinderla.

Una valanga di reazioni negative che ha fatto dichiarare a Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera, che il passo di Trump minaccia la sicurezza degli Stati Uniti. Dal canto suo, la Repubblica Islamica ha dichiarato, per bocca del Presidente del Parlamento Ali Larijani, che è pronta a far fronte a qualsiasi eventualità; in realtà, ha già cominciato a raccogliere il dividendo politico dell’ennesimo errore commesso da Washington.

Ma in questa vicenda, concentrarsi sul mantenimento o meno dell’accordo svia dal cuore della questione, perché il patto è destinato comunque a sopravvivere e la cortina di polemiche alzate da Trump attorno ad esso distoglie dalla natura vera dello scontro fra Washington e Teheran, assai più importante di quanto lo stesso Presidente Usa possa comprendere e che l’establishment a Stelle e Strisce fa in buona parte passare sulla sua testa.

In realtà, in gioco c’è la crescente area d’influenza iraniana sul Medio Oriente allargato, ovvero l’affermazione dell’Asse della Resistenza, con le enormi conseguenze politiche che ne derivano.

A parte le motivazioni di carattere squisitamente interno (la popolarità di Trump è in caduta libera e l’aver messo nel mirino l’Iran serve a rinsaldarla in una parte di elettorato che l’ha votato) nella realtà il Presidente Usa vorrebbe che Washington si attivasse per contrastare l’espansione dell’Iran in Medio Oriente, ovvero di una potenza che non solo è autonoma dagli Usa ma che ne avversa le politiche imperialistiche. La stessa enfasi usata contro le Guardie della Rivoluzione, le Irgc, che sono o spirito della Resistenza e della Rivoluzione Islamica, mostra quale sia il vero obiettivo degli Usa, che Trump comprende a mala pena ma che è ben chiaro a l’establishment.

A suo tempo, Obama aveva inteso utilizzare il Jcpoa per reinserire l’Iran nel gioco delle potenze regionali, utilizzandolo come contrappeso per evitare che qualche potenza potesse acquisire il controllo dell’area; il fatto è che da allora gli Usa sono spariti dal Medio Oriente, o quanto meno hanno cessato di svolgere una strategia coerente, e che dai rivolgimenti in corso sono emersi due attori: Mosca, che si è inserita abilmente nell’enorme spazio lasciato da Washington, e appunto Teheran, che dopo anni di guerra sta saldando l’arco sciita proteso fino al Mediterraneo, ovvero l’Asse della Resistenza.

Gli errori di Washington e dei suoi partner (Israele e il Golfo) nell’aspra lotta per la ridefinizione degli equilibri mediorientali, ha ormai fatto emergere vincitori e vinti. Con buona pace di Trump e dei suoi danti causa a Tel Aviv e Riyadh, pensare di riportare indietro l’orologio della Storia imbrigliando l’Iran con la riedizione di un sedicente “asse del male” è patetico prima ancora che irrealistico.

 

di Salvo Ardizzone

Fonte: ilfarosulmondo.it

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