Rivoluzione colorata in Romania? Fabrizio Poggi - www.altreinfo.org

Rivoluzione colorata in Romania? Fabrizio Poggi

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Proteste di massa in Romania nei giorni scorsi, che sembrano solo temporaneamente essersi placate: domenica scorsa la France Presse aveva contato fino a mezzo milione di persone che, a Bucarest, di fronte alla sede del governo, protestavano contro alcune modifiche al Codice penale e a quello di procedura penale (adottato il 1 febbraio il relativo decreto e ritirato proprio domenica 5 febbraio) volte a depenalizzare alcune tipologie di reati legate alla corruzione. Andando al sodo, i manifestanti chiedevano direttamente le dimissioni del governo e elezioni anticipate. Proteste sacrosante, quindi; come apparivano nell’autunno e inverno 2013, in un vicino orientale della Romania, quelle tuttora note col semplice nome di “piazza”: majdan. Non è certo detto che le manifestazioni rumene si trasformino in una nuova “piazza”, ma sembra che le premesse non siano del tutto assenti.

Rivoluzione colorata in Romania?

Comunque, di fronte alla richiesta di dimissioni proveniente dalla “piazza”, il primo ministro socialdemocratico Sorin Grindeanu, entrato in carica da appena un mese, ha subito dichiarato di non aver intenzione di dimettersi. Da parte sua, il leader del Partito Socialdemocratico, Liviu Dragnea, ha detto chiaramente che “Il decreto governativo è stato solo un pretesto per coloro che, con la disinformazione, hanno convinto un numero enorme di persone, animate dalle migliori intenzioni, a riversarsi per le strade”.

Dragnea ha dichiarato che ampiezza, organizzazione e finanziamento delle manifestazioni testimoniano di un coordinamento da professionisti e ha criticato il presidente Klaus Johannis, esponente del Partito Nazional-liberale di centrodestra, che dimostra di non accettare i risultati delle elezioni di dicembre, che hanno portato alla formazione di un governo socialdemocratico, fuori del suo controllo.

E’ così che Pëtr Iskenderov poteva scrivere nei giorni scorsi su news-front.info che in Romania “è stato appiccato il fuoco dell’ennesima rivoluzione colorata”. Incredibile, scriveva Iskenderov, come già il 1 febbraio, il giorno stesso del decreto governativo, si potessero essere radunate così tante persone, a chiedere le dimissioni del governo. Il 5 febbraio, dichiarando di non voler “dividere la società rumena”, il governo ritirava il decreto; ma le manifestazioni continuavano: secondo i media, le più numerose dall’epoca della caduta di Ceaușescu.

In se stesso, il decreto riguardava l’eliminazione dal codice penale dei reati per corruzione inferiori a 200mila lei (48mila dollari) e un’amnistia per circa 2.500 persone – anziani e donne in stato interessante – imprigionate per reati minori. Oltretutto, nota Iskenderov, secondo Transparency International, che stila la classifica annuale di “percezione della corruzione” in 176 paesi, nel 2016 la Romania non ha occupato le posizioni peggiori. Ora, è vero che in tale graduatoria, casualmente, il podio è riservato a Germania, Gran Bretagna, Usa, Corea del Sud o Arabia Saudita, mentre al 174° (su 176) posto è gettata la Corea del Nord, al 173° la Siria, al 131° la Russia e via di questo passo, ma la Romania è pur sempre al 57° posto, davanti all’Italia al 60°.

Dunque ci dev’essere qualcos’altro. A dicembre ci sono state le elezioni, vinte dai socialdemocratici col 45% dei voti e il governo (coalizione di Partito Socialdemocratico e Alleanza Liberali e Democratici) è entrato in carica il 4 gennaio: con velocità sorprendente, si è manifestata l’insoddisfazione per l’azione governativa. Insoddisfazione per cosa? Le ipotesi si appuntano sui timori dei circoli nazionalisti e di alcune capitali estere per un possibile accordo con la vicina Moldavia e col suo neo presidente Igor Dodon, che vada contro le attese di una “Grande Romania” e di un inglobamento della Moldavia.

Del resto, intervistato da un sito non certo accusabile di “sinistre simpatie” come East Journal, il ricercatore Stefano Bottoni riconosce che “chi sta manifestando in piazza, non aveva votato per i socialdemocratici, ma piuttosto per il partito USR o per i liberali” e che la “protesta è sostenuta da organi di informazione rivolti ai ceti istruiti, più o meno benestanti, e occidentalizzati”. Bottoni afferma che il presidente Johannis “era emerso come il principale sconfitto delle elezioni di dicembre” e “sostiene apertamente le proteste e tiene stretti legami con le ambasciate occidentali e gli organismi europei. Non bisogna poi dimenticare che il presidente controlla anche i servizi segreti (il potente SRI), servizi che ricoprono in Romania un crescente ruolo politico e il cui budget è stato fortemente decurtato per il 2017 dal governo Grindeanu”. Una forte spinta alle recenti manifestazioni, continua Bottoni, è data dalla “giovane (under 40) classe media urbana, ovvero la generazione nata e/o cresciuta dopo la caduta del comunismo. Studenti, professionisti, quadri dirigenti, imprenditori e addetti delle molte imprese multinazionali condividono un sentimento di profonda e crescente sfiducia nei confronti dello “stato”, percepito come un’entità estranea quando non ostile. L’UE e l’Occidente restano un punto di riferimento di civiltà e valori, inclusi quegli Stati Uniti per i quali la Romania rappresenta in questo momento l’unico alleato nello scacchiere del Mar Nero e quindi un partner irrinunciabile”.

Il sistema Aegis, schierato in Polonia e Romania e il piano di una flottiglia multinazionale nel mar Nero non sono che le due punte di lancia di tale “punto di riferimento di civiltà e valori”.

Ad ogni modo, nei giorni scorsi, il presidente Klaus Johannis, aveva dichiarato che il Partito Socialdemocratico “è entrato in conflitto con una gran parte della società rumena; i rumeni sono offesi e indignati”, aggiungendo che il ritiro del decreto “è troppo poco, ma le elezioni anticipate sono troppo; la Romania ha bisogno di un governo forte e non di uno che esegua gli ordini del partito” e ha anche minacciato di indire un referendum sulla lotta alla corruzione. Il leader socialdemocratico e speaker della Camera, Liviu Dragnea ha dichiarato che si sarebbe “aspettato un invito all’unità, alla calma e alla stabilità. Purtroppo, il presidente ha deciso di parlare ancora una volta di scissione della società e di rumeni buoni e rumeni cattivi”.

Le premesse per un’azione “di massa”, “colorata” insomma, arancione o dei tulipani che sia, non mancano.

 

di Fabrizio Poggi

Fonte: www.contropiano.org

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