Il “Silence” di Scorsese, povero cattolico. Maurizio Blondet - www.altreinfo.org

Il “Silence” di Scorsese, povero cattolico. Maurizio Blondet

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Due o tre note sul film di  Martin Scorsese, “Silence”, che sfiora la storia di alcuni gesuiti che, andati in Giappone come missionari, finirono per  abiurare.

Fin dall’inizio, un tipico “anacronismo” americano: i due giovani ed ardenti gesuiti che “discutono” gli ordini del superiore, ribattono e controbattono. Come fossero studenti di un college americano del ventunesimo secolo, e non  giovani reclute della Compagnia del XVII, formati ed educati alla disciplina militare e all’obbedienza perinde ac cadaver al superiore, che nel caso si chiama “il generale” dell’Ordine.

Giovane americano del XXI secolo

Ma passi. Il punto è che le due giovani reclute, essendo riuscite (compito inverosimile) a strappare al superiore il permesso di andare in Giappone da missionari (e per ricercare un loro maestro che ha abiurato), appena sbarcati, non fanno che tremare di paura, nascondersi, fuggire terrorizzati dal pericolo di  morte, assistere agghiacciati ai supplizi cui vengono sottoposti i convertiti giapponesi. Questo è un errore storico e antropologico assoluto. Nessun cattolico è obbligato a farsi missionario; chi  lo fa, non solo è consapevole di aver risposto ad una chiamata che ha il martirio come esito possibile; è così ancor oggi; i  gesuiti del ‘600 venivano formati, addestrati, preparati ad affrontare la morte. Di più, molti partivano per desiderio della morte, per sete di versare il sangue ad imitazione di Cristo e degli antichi martiri tanto studiati ed ammirati. Se, sbarcati, si nascondevano, ma piuttosto erano nascosti dalla popolazione che sapeva di poter ricevere i Sacramenti solo dalle loro mani sacerdotali, era per “salvare più anime” possibile, celebrare più liturgie, distribuire più Comunioni prima dell’inevitabile cattura.

I  poveri cristi siamo noi

Se, nonostante ciò, quelle due figure di gesuiti “americani” mantengono una loro lancinante “verità”, è perché sono figure di Scorsese stesso. E’ lui che “ha tremato”, che si è ritratto di fronte alla chiamata. Antico seminarista, Scorsese è notoriamente tormentato dall’idea – o dal  rimorso – di aver tradito la sua vocazione. E’ un’ossessione ritornante nei suoi film di tema cristiano; film irrisolti e pieni di difetti proprio perché pescano in un materia per lui troppo dolorosamente personale. E tuttavia con sprazzi di illuminazione e intuizione fulminea. Tipicamente, l’ “Ultima Tentazione di Cristo”, del 1988, che subì travolgenti accuse clericali e di “buoni cattolici”, per quel Cristo dubbioso e poco convinto di dover salire sulla croce, di essere proprio lui il Messia come gli ripetono “le voci” di dentro. SI disse che quello non era il Cristo, e come no? Ma era – anzi è – il povero  cristo che è Scorsese; anzi, meglio, che sono io, che siamo ciascuno di noi poveri cristiani medi, non eroici, che diciamo un Sì condizionato e poco convinto alla Chiamata che coincide col supremo sacrificio dell’Io.

Il Cristo di Scorsese (era Willem Dafoe) obbedisce, sale perfino sulla croce, ma sempre col suo dubbio: è proprio a me che chiedi questo? Sembra che gli sia risposto: un fanciullo-fanciulla, un agelo, gli si fa sotto la croce e gli dice: “Hai fatto e sofferto abbastanza, Dio non ti chiede tanto”. Lo libera dai chiodi. Dopo, Gesù vive tutta una vita di uomo medio, si sposa, ha figli; incontra San Paolo che predica il Risorto e cerca di convincerlo che è lui, e non è risorto affatto. Arriva alla decrepita vecchiaia. Gerusalemme, assediata dai Romani, è in fiamme; l’agonizzante è visitato dai vecchi discepoli; Giuda lo rimprovera di aver mancato la sua vocazione; che la fanciulla-angelo che l’aveva librato dalla croce era in realtà Satana. In breve, il povero cristo accetta, profondamente e radicalmente, la sua chiamata; si trascina tra le fiamme fino al Calvario; adesso vuole salire sulla Croce; lo vuole totalmente; il suo “Sì”, adesso, è senza condizioni…Di colpo, si ritrova crocifisso sotto il sole di Palestina. Quella vita lunghissima di uomo medio e normale, non è stata che un sogno, durato un istante. La sua realtà, è adesso la Croce. La Croce non solo accettata, ma voluta. Non come necessità inevitabile, ma liberamente.

Quando pronuncia le sue ultime parole, “Tutto è compiuto”, egli sorride al Cielo; non è più un povero cristo, è diventato il Cristo. Insomma, in un film sgangherato e imperfetto, esplode la visione più intraducibile in un film americano del XX secolo: il racconto di una vittoria spirituale, di una vocazione adempiuta.

Indubitabilmente, Scorsese sa qual è il fondo radicale della fede cristiana, che ritiene di aver tradito; e nei momenti migliori la sa esprimere figurativamente. Così, in Silence, mentre i due giovani gesuiti “americani” si fanno immediatamente cogliere da dubbi di fede, non cessano di accusare “il silenzio” di Dio – e si capisce che quelli, contrariamente ai veri gesuiti di allora, non credono tanto all’aldilà e comunque preferiscono l’aldiquà – riesce in qualche modo a rendere la fermezza impressionante con cui i cattolici giapponesi, miseri contadini, si lasciarono suppliziare, crocifiggere, bruciare vivi, affondare a testa in giù in una fossa di liquami. Il fatto è storico, i cattolici erano 300 mila all’inizio delle persecuzioni, che cominciarono nel 1603 fino al 1639; e tra di loro non solo contadini, ma anche nobili e samurai.

Come spiega una fanciulla al gesuita “americano” già scosso nella fede, il motivo era per loro chiaro: la speranza del Paradiso. Nel Giappone di allora si viveva così male, con tante privazioni e durezza (il sushi non era una moda, è che la legna per cuocere i cibi era scarsa e costosa), fra tante miserabili guerre feudali che rovinavano i pochi raccolti, che l’annuncio dei missionari fu accolto con gioia incredibile: morite per Cristo e andate in paradiso, dove non ci sono più fame, più fatiche disumane, più tasse e  bastonatori! Il gesuita “americano” fa una faccia incredula. E’ l’incredulità di Scorsese, che è anche nostra. Possiamo ritenere ingenua la speranza fortissima di arrivare al più presto in Paradiso, una ingenuità da neoconvertiti di una cultura estranea, che non avevano capito  veramente le “profondità spirituali” del Cristianesimo. Mi limito a ricordare che la Speranza della vita eterna è una delle tre virtù teologali.

Scorsese racconta con incredulità lo stoicismo dei suppliziati; cerca di renderli “più umani”, facendoli piangere e strillare rumorosamente. Errore storico e antropologico di prima  grandezza: l’impassibilità del giapponese di fronte al dolore e alla morte essendo – allora a fino alla seconda guerra mondiale – un  dato radicale dell’educazione nazionale; non affatto confinato ai cristiani (ricordiamoci dei samurai, dei kamikaze e della pratica del seppuku). Qualunque giapponese si sarebbe vergognato, semplicemente, di strillare per il dolore.

Il punto è che i  nipponici cattolici morivano volentieri come martiri. Paolo Miki, convertito e  sacerdote, crocifisso a Nagasaki insieme a 17 compagni terziari francescani nel febbraio 1597, predicò anche dalla croce, esortando i presenti a convertirsi a Cristo;  pronunciò le parole “in manus tuas, Domine, commendo spiritum meum”, in latino (apparentemente il latino non era un ostacolo alla conversione, come ritiene il Vaticano II). Giuliano Nakaura, nel 1633 subì il supplizio che Scorsese mostra nel film, fu calato a testa in giù sopra una fossa di liquami, con una incisione al collo perché il sangue non andasse alla testa, morisse più tardi possibile. Giuliano durò tre giorni. Risulta che nei momenti più duri, per resistere, ripeteva a se stesso: “Sono padre Giuliano, e ho visto Roma” (ci era stato portato nel 1585, aveva baciato la pantofola del Papa, aveva chiesto di diventare gesuita).

I cristiani giapponesi, aspiranti al Paradiso dove la vita sarebbe stata eternamente bella e facile, si affrettavano alla morte come ad un premio. Anche per questo si dovettero escogitare persecuzioni particolarmente dure, tormentose e umilianti – perché almeno soffrissero un po’, prima del premio.

Ma – è una buona intuizione di Scorsese – i persecutori non sono dei sadici. La figura dell’Inquisitore, il nobile con le due spade e il kimono elegante, è un nemico raziocinante, civile, che si serve di interpreti per spiegare al giovane prete la posizione del governo, non è quella di un selvaggio; un altro funzionario, un samurai che vuol convincere i fedeli a calpestare un’immagine della Vergine, ripete frasi  che avranno detto chissà quanti inquisitori romani ai primi martiri: “E’ solo una formalità, non vi costa nulla”, stancamente, sapendo in anticipo che non otterrà nulla, ma con l’evidente intenzione di risparmiare a loro e a sé un esito così sgradevole.

Eppure, vedo che altri recensori hanno giudicato inverosimili, e caricaturali queste figure, storicamente ben definite. Dunque non è  tutta colpa di Scorsese, deve tener conto dell’ignoranza generale del pubblico dell’anticiviltà occidentale.

E’ dunque ovvio che gli spettatori (ed anche i 400 gesuiti di oggi a cui Martin ha mostrato il film in visione privata, prima che al grande pubblico) non colgano l’infondatezza antropologica principale: ossia il fatto che i due gesuiti hanno apostatato un po’ per paura delle torture, un po’ per compassione, per sottrarre alle persecuzioni i fedeli, e per il “Silenzio”di Dio che loro hanno invocato invano. Da increduli uomini post-moderni, per i quali la vita di là non vale un millesimo della vita di quaggiù coi suoi consumi e godimenti e “libertà”.

Questa infondatezza risale al romanzo storico di Sushaku Endo, scrittore cattolico giapponese, che ha voluto rendere la storia reale, ma romanzata, di due gesuiti che effettivamente apostatarono: Cristovao Ferreira e l’italiano Giuseppe Chiara.

Il responsabile qui non è Scorsese. E’ Endo che fa’ risuonare la voce di Cristo alla fine al giovane gesuita a cui viene ingiunto di calpestare l’immagine di Gesù: “Calpesta! Calpesta! Io più di ogni altro so quale dolore prova il tuo piede. Calpesta! Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini! Ho portato la croce per condividere il dolore degli uomini”

Cosa volete, oggi non si può essere che cristiani che così, sentendo il dovere, e magari la missione, di calpestare Cristo per il benessere degli uomini. Perché soffrire per Cristo e come Cristo non ha più giustificazione, agli occhi degli uomini.

Peccato. Anche per l’arte. Perché sarebbe stato bene indagare le ragioni profonde dell’apostasia dei due gesuiti secenteschi. Il loro incontro con una spiritualità che non potevano chiamare “pagana”, con una cultura e civiltà tutt’altro che selvaggia. Forse furono sedotti dalla dottrina di salvazione che non richiede fede ma l’adesione ragionata alle”quattro nobili verità”, che sono evidenze: che la vita è dolore, che il dolore consiste nella “sete” di godimento, che esiste una via per uscire dal dolore…Forse,  lontani tanti anni da Roma, in un’isola dove non si conosce il pane di grano e il vino d’uva, dove le storie bibliche sembrano una leggenda locale e non universale, furono conquistati dalle misteriose affinità, pericolose e seducenti, tra il Signore della Compassione e il Redentore, tra il Siddartha storico e il Gesù storico. Forse non cessarono di recitare il Rosario, ma lo confusero a poco a poco con la ripetizione del nome di Amida, dell’Amithava Buddha, la “via facile” per giungere alla Terra Pura.

E’ una storia rimasta incompiuta, artisticamente. Come quella di Scorsese: cattolico vacillante, infedele, traditore e tuttavia ostinatamente cattolico, bisognoso di tornare alla confessione dopo ogni ricaduta. Come il giapponese che tradisce ripetutamente i due gesuiti e chiede loro di confessarlo, sempre ed ancora. Come ciascuno di noi.

 

di Maurizio Blondet

Fonte: maurizioblondet.it

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