La dittatura orwelliana del politicamente corretto. Barbara Tampieri - www.altreinfo.org

La dittatura orwelliana del politicamente corretto. Barbara Tampieri

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“Per eliminare riferimenti ritenuti sessisti, alcuni esponenti del movimento del Politically Correct proposero di sostituire la parola “waitron” a waiter e waitress (cameriere) e il consiglio comunale della città di Sacramento propose di sostituire al termine manhole (tombino) la parola “personhole”, optando alla fine per “maintainance hole”.

Il tombino dal nome che richiama la mascolinità, che, scoperchiato, conduce ai confini estremi del ridicolo del Politicamente Corretto, non proviene da qualche sito di fake news ma si riferisce ad una notizia pubblicata sul New York Times nel lontano 1990. Esso può farci sorridere ma vengono i brividi pensando a come, nel frattempo, il movimento nato nelle università americane per contrastare la discriminazione di alcune categorie sia diventato, nelle mani dei gestori della globalizzazione e del sovranazionalismo, il principale strumento di controllo della comunicazione attraverso la propaganda, al fine di imporre la censura e la limitazione del diritto di espressione ed imporre una precisa agenda all’insegna del pensiero unico.

Oramai ogni giorno possiamo osservare esempi di come il politicamente corretto si insinui in ogni piega della nostra esistenza: dalle interazioni quotidiane tra individui alla comunicazione mediatica fino a livello legislativo, come dimostrano i tentativi di far passare leggi in suo nome con ben altro potenziale liberticida rispetto a quella che rinominò i tombini a Sacramento.

Come tutte le manifestazioni del totalitarismo – perché di ciò ormai si tratta – questa limitazione sempre più grottesca della libertà di pensiero e di espressione, che oltretutto è funzionale ad un progetto tutt’altro che rispettoso della vita umana e, come vedremo, in realtà pericolosamente discriminatorio verso una categoria in particolare di persone, condiziona sempre di più la nostra vita.

Non possiamo letteralmente più chiamare cose e soprattutto persone con il loro nome perché, così facendo, da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che potrà di certo sentirsene offeso.

Anche una semplice e frettolosa analisi logica dimostra che questa motivazione è totalmente arbitraria e fondata su una fallacia, ma bisogna capire che il totalitarismo è più affine alla fede cieca che alla logica ed al buonsenso. Anzi, di solito di questi ultimi rappresenta la completa negazione.

E’ di qualche giorno fa la notizia di una sentenza che ha condannato come discriminante e umiliante l’appellativo di “clandestino” per quegli immigrati che non possiedono i requisiti per ottenere lo status di rifugiati, ovvero oltre il 90% dei migranti provenienti dall’Africa, secondo le statistiche, e definiti tali dalla legge 94 del 2009, tutt’ora in vigore, che prevede il reato di immigrazione clandestina.

La parola clandestino non è un insulto ad personam, definisce “chi è entrato illegalmente in un territorio”, quindi chi, commettendo un reato, si qualifica come tale. Tuttavia, per negare la legge dichiarando in pratica di volerla disconoscere in nome del politicamente corretto, per sostituirla con il principio arbitrario e ideologico del “non esistono frontiere” che è uno dei suoi capisaldi, occorre interpretarla in senso morale. Anzi, moralistico.

Questa strada è molto pericolosa perché, in nome della difesa dell’onorabilità di qualcuno, tra l’altro non di tutti ma solo di alcuni individui categorizzati, paradossalmente, su base etnica, si rischia di creare una casta di individui intoccabili. Parafrasando Orwell, la legge è uguale per tutti ma non per alcuni. La qual cosa sta già accadendo in vari paesi europei, riguardo ai reati commessi dagli immigrati. Il politicamente corretto è il piede di porco che sta scardinando la rule of law e permette la normalizzazione assolutista dell’ingiustizia fondata sul pregiudizio di innocenza su base razziale, la quale permette che lo stupratore di una ragazzina venga condannato a soli due mesi di carcere solo perché è straniero, con il suo difensore che – oltretutto – definisce questa pena “eccessiva”.

Nei giorni scorsi il presidente americano Donald Trump nel suo famoso discorso che tanto è stato strumentalizzato e ridicolizzato dai media mainstream, ha avuto il merito di toccare il nervo scoperto della Svezia, ovvero ha portato in piena luce la situazione kafkiana in cui è precipitato il paese scandinavo da quando è sottoposto ad una immigrazione senza controllo e dalle conseguenze destabilizzanti per i propri cittadini ma imposta dall’alto a colpi di politicamente corretto, la versione moderna del martello di Thor.

Un poliziotto, Peter Springare, in servizio da oltre quarant’anni a Orebro, aveva denunciato qualche giorno prima su Facebook l’imposizione ricevuta dalle autorità di non citare la nazionalità dei perpetratori di crimini gravi come aggressioni, stupri e rapine, commessi, in maggioranza, come lui era in grado di testimoniare, da stranieri. La sua rivelazione ha provocato la reazione sdegnata dei suoi superiori e dei politicamente correttori di tutto il mondo ma anche quella, contraria e fatta di grande solidarietà e gratitudine per il coraggio dimostrato nel denunciare la censura, di tanti suoi concittadini.

Secondo la giornalista svedese-americana Celia Farber, a causa della problematica dell’immigrazione dal terzo mondo e da culture diverse come quella islamica, che ormai troppo spesso entrano in collisione con lo spirito di tolleranza ed apertura del paese nordico, per non parlare dell’incapacità di integrarsi con l’evoluzione dei suoi costumi sessuali, la Svezia è rinchiusa in una gigantesca bolla di silenzio, dove viene applicata la forma più estrema al mondo di ideologia del politicamente corretto. La situazione attuale è il risultato, continua Farber, di un progetto di ingegneria sociale iniziato negli anni ’50 all’interno del modello di socialdemocrazia del welfare che segue il cittadino “dalla culla alla bara” ma che si è tradotto in una forma subdola di controllo mentale, al quale gli svedesi risultano assai sensibili, a causa di una particolare tendenza al senso di colpa. Tra l’altro, attualmente, la quasi totalità delle risorse del welfare viene destinata ai “migranti” piuttosto che agli “autoctoni”.

In Svezia – come del resto anche in Germania, per ovvi motivi – l’accusa più grave ed infamante, che provoca il sentimento più cocente di vergogna è quella di razzismo. Per paura di essere chiamati razzisti gli svedesi hanno tollerato che, per anni, le loro autorità condonassero moralmente e non solo ogni tipo di reato commesso dagli stranieri, con il supporto assolutamente consapevole dei media mainstream che hanno applicato il silenziatore della propaganda all’informazione. Ora però che la narrazione non riesce più a nascondere l’evidenza dei fatti e ogni popolo europeo scopre di condividere gli stessi problemi legati all’emergenza immigrazione utilizzata come arma di pressione politica sugli stati, anche i più tolleranti svedesi si stanno ribellando ed è per questo che il coming out del poliziotto e le parole di Trump hanno avuto un effetto così dirompente, tanto che i cittadini cominciano a disdire gli abbonamenti ai giornali mainstream accusati di mentire sistematicamente sui problemi dell’immigrazione e riempiono di fiori il commissariato di Peter Springare. Così tanti che la polizia ha disposto il divieto di fotografarli. Censura ed ancora censura.

Sempre Celia Farber rivela, in una conversazione con Alex Jones di Infowars, che la risposta piccata del governo alla pubblica denuncia del disastro svedese fatta da Trump, a lui ispirata da un documentario mostrato la sera prima su Foxnews (ecco spiegato il famoso “cosa è successo ieri sera in Svezia”), rivela la volontà di non voler sentire criticare il proprio modello sociale, ovvero di negarne il palese fallimento. Del resto i problemi denunciati nel documentario di Ami Horowitz intitolato “La sindrome di Stoccolma”, come le “no go zones”, ovvero le zone delle città dove gli autoctoni e la polizia non osano avventurarsi, gli stupri e le aggressioni aumentati a dismisura e gli episodi di vera guerriglia urbana a colpi di granata in un contesto dove una volta erano praticamente inesistenti, sono una realtà non più negabile.

Nel tentativo di tamponare almeno parzialmente i danni dell’immigrazione senza controllo, ma agendo in maniera maldestra e frettolosa, il governo sta causando vere e proprie ingiustizie, ovviamente passate sotto silenzio grazie ancora una volta alla bolla del politicamente corretto. Farber denuncia che ad essere furtivamente rimpatriati possono non essere i soggetti più violenti ma proprio i più deboli, come nel caso della bambina marocchina separata dalla famiglia e rispedita in Marocco da sola.

Per non parlare di strani scambi di denaro che, secondo lagiornalista, potrebbero essere intercorsi tra la UE e l’Afghanistan, per oliare il rimpatrio dall’Europa di migranti di quel paese.

Il politicamente corretto non riguarda ovviamente solo la questione immigrazione ma si insinua anche nella sfera più privata della sessualità. Se oggi, anche se ahimè solo nel mondo occidentale, la discriminazione e in alcuni casi la vera e propria persecuzione delle persone omosessuali è qualcosa di finalmente non più accettato, tuttavia alcuni movimenti e prese di posizione ideologiche cercano di imporre visioni del mondo che rischiano di alterare, anche in questo caso, il principio della logica e del buonsenso, oltre che del senso della misura.

Prendiamo ad esempio l’inesistente problema dei bagni riservati ai transgender, cavalcato dal mondo dem americano e dall’ex presidente Obama come fosse questione di vita o di morte. Inesistente e strumentale perché nessuna persona in un bagno pubblico viene costretta a lasciare la porta aperta per mostrare il suo vero sesso.

Oppure la vendita di inutili bambole transgender, quando è noto che nemmeno Barbie e Ken possiedono caratteri sessuali primari ma non per questo impediscono ai bambini – se lo vogliono e per loro libera scelta – di farsi domande sul loro sesso.

Cosa assai più grave, il politicamente corretto giustifica e permette che, in nome del diritto alla scelta del genere e a diagnosi sempre più frequenti e assai dubbie della cosiddetta “disforia di genere”, bambini ancora impuberi vengano sottoposti a cure ormonali per il cambiamento di sesso, secondo una moda che finisce con l’ipersessualizzare i piccoli in maniera totalmente arbitraria. Le conseguenze di questa manipolazione invasiva dello sviluppo psicosessuale ha potenziali effetti devastanti anche sul piano fisico che però vengono negati in nome, indovinate di che cosa. In questo caso i media mainstream sono pronti ad invocare, ancora una volta, per conto dei loro padroni, il superamento di ogni restrizione. Commentando la legge australiana che impone il parere di un tribunale per autorizzare il trattamento ormonale, il Guardian afferma: “E’ora di superare questa legge inutile e stressante”

Mentre canali televisivi generalisti dedicano intere trasmissioni a questi “bambini straordinari”, viene da chiedersi poi chi possa mai avere un reale interesse a sessualizzare i bambini e la risposta è oltremodo inquietante.

Con il pretesto della difesa del transessualismo – fenomeno tutto sommato marginale in quanto a numeri – rischiano di saltare anche le leggi dello sport. Capita infatti che ragazze che assumono steroidi per diventare uomini vengano ammesse alle gare femminili, vincendole, senza che alcuno, a parte le avversarie, osi tirare in ballo la nota crociata contro il doping che in altre occasioni permette ipocritamente di escludere intere delegazioni nazionali di atleti dalle Olimpiadi per motivi esclusivamente politici.

Nel campo della religione, accade che, a causa di un disturbato che ha bruciato una copia del Corano, la Danimarca commini la prima condanna per blasfemia in 46 anni e che il Canada aggiunga al suo codice, oltre alla legge ancora in vigore contro la blasfemia, una sua versione particolarmente restrittiva e dedicata espressamente alla religione islamica sotto l’ombrello politicamente corretto dell’islamofobia: la mozione M-103.

E succede inoltre che, in Francia, la fondazione Terra Nova proponga di sopprimere il lunedì dell’Angelo e la festa dell’Ascensione, cristiane, per rimpiazzarle con una festa musulmana e una festa ebraica.

Chi legge queste notizie e si sofferma ad analizzarle, scopre infine che tutte queste protezioni sociali, culturali e ideologiche del pensiero unico politicamente corretto riguardano tutte le categorie eccetto una. Quella che è stata ritenuta, in un determinato momento zero, più o meno quando è entrata nel vivo, nel 2000, questa terza guerra mondiale sottotraccia, la responsabile di tutti i mali che hanno patito e patiscono tutte le altre. Un tutti contro uno dalle conseguenze facilmente prevedibili ma che rifiutiamo di considerare.

Il politicamente corretto, da strumento contro la discriminazione, la sta di fatto promuovendo attivamente nei confronti dell’individuo bianco, eterosessuale, occidentale, cristiano e, tra maschi e femmine, soprattutto nei confronti del maschio, etichettato come portatore di un arbitrario “privilegio bianco”.

Non solo non protegge la sua eventuale debolezza, come ad esempio la sua ricaduta nella povertà a causa della crisi, tanto che in USA si discute se non sia lecito riservare i buoni pasto dell’assistenza sociale solo ai neri, insinuando che chi è bianco non ne abbia diritto e ne abusi, ma invita apertamente le altre categorie umane ad ignorarne le istanze, a marchiarlo e ad espellerlo dalla comunità, a pseudospeciarlo, secondo il concetto coniato da Erickson, con il quale si identifica il meccanismo di espulsione di qualcuno, che vi appartiene, dalla nostra stessa specie. Un fenomeno che è stato alla base dei genocidi che hanno caratterizzato il Novecento.

In nome del privilegio bianco con il quale qualcuno ha deciso di marchiarci, siamo costretti a definirci con una denominazione che nessun giudice si azzarda a definire umiliante: autoctono.

“Dati dicono che immigrati si stanno integrando e sostituendo ad autoctoni nella filiera produttiva”, twittava tempo fa un amministratore locale appartenente ad un noto partito di governo.

In Germania altrettanti esponenti politici dichiarano senza problemi che è un bene che i tedeschi si estinguano a causa della denatalità. Agli svedesi depressi che si rivolgono ai centri di igiene mentale vengono negate le cure con la giustificazione che “voi non ne avete bisogno”.

Nelle stesse università americane che videro nascere il movimento contro la discriminazione razziale, si tengono lezioni dove studenti di colore e femministe inneggiano apertamente all’eliminazione della razza bianca e del maschio bianco, immeritevoli, secondo loro, addirittura “di procreare”, e vengono organizzati corsi sul “problema dell’essere bianchi”

Il proclama Black Lives Matter (le vite nere contano) dell’omonimo gruppo di attivisti dietro il quale si nasconde il solito George Soros, implica il suo pericoloso contrario (le vite bianche non contano).

Se all’interno della comunità afroamericana che in massa e contro le aspettative dei democratici ha votato per Trump, queste prese di posizione estremiste non rappresentano l’opinione della maggioranza e vengono riconosciute sempre più spesso quali una forma al contrario del razzismo che essa ha subìto, “la nuova piantagione nella quale vogliono rinchiuderci”, la realtà raccontata dai media, come al solito, è alterata. I media spingono apertamente i gruppi etnici allo scontro frontale, alle guerre razziali.

La stessa furia in forma iconoclasta si rivolge contro la cultura bianca e occidentale, presa in blocco e senza fare distinzioni tra Hegel e il Mein Kampf, tra Mozart e il colonialismo brutale. Tutto ciò che è bianco è da condannare e cancellare, riscrivendo, come fanno le dittature, i libri di storia ad immagine e somiglianza del proprio particulare.

In un paese altrettanto paradigmatico della degenerazione del globalismo, il Sud Africa, la legge BEE che doveva tutelare “le minoranze”, attraverso l’assunzione obbligatoria di una maggioranza di lavoratori neri per le aziende che vogliono lavorare per il governo, ha provocato di fatto la reintroduzione di un apartheid al contrario, visto che i neri sono numericamente in maggioranza e quindi non rimangono posti di lavoro disponibili per le minoranze, questa volta quelle vere, con di conseguenza l’esplosione della povertà nei ceti medi bianchi e degli altri gruppi etnici del paese. La protesta della comunità cinese, altrettanto svantaggiata in quanto considerata “bianca”, ha provocato perfino la richiesta diriclassificare i cittadini asiatici nella categoria dei neri al fine di superare la discriminazione di fatto.

La stessa cappa di silenzio mediatico che censura i reati commessi dagli immigrati e le proteste dei cittadini europei oramai copre e, tacendola, vi acconsente, ogni espressione di odio nei confronti di uno specifico gruppo razziale ed etnico, il nostro, chiamato “razza bianca” apertamente e senza vergogna. L’hate crime è concesso unidirezionalmente e senza limiti e la discriminazione, cacciata dalla porta dal politicamente corretto, sta rientrando, a causa sua, dalla finestra.

Per parafrasare ancora una volta George Orwell: Tutte le categorie sono protette ma una potrà essere discriminata a piacimento. Rendersi conto che siamo immersi in questa follia, la cui posta in gioco è la distruzione della nostra civiltà occidentale, può forse permettere a qualcuno di porvi rimedio. Prima che ci venga impedito del tutto di denunciarla e prima che sia troppo tardi.

 

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