#Bastabufale. L'ultima Fake (anti Putin) del mainstream: "il blogger Navalny che non si può candidare". Eugenio Cipolla - www.altreinfo.org

#Bastabufale. L’ultima Fake (anti Putin) del mainstream: “il blogger Navalny che non si può candidare”. Eugenio Cipolla

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“Zar Putin ha bannato il blogger che lo insidia. Navalny, condannato per appropriazione indebita non si potrà candidare”, ha scritto stamattina Il Fatto Quotidiano. “Condannato Navalny, Putin si libera dell’ultimo oppositore. Era accusato di truffa. Rischia di non potersi candidare alle presidenziali”, gli ha fatto eco La Stampa di Torino. Rimanendo in tema di fake-news, visto che va molto di moda parlarne nell’ultimo periodo, tanto che persino la Boldrini ieri ha lanciato un appello per evitare la loro diffusione, stamattina i quotidiani italiani hanno dato grande prova di saperne fabbricare. Ovviamente, come per altre decine di volte, l’oggetto del loro scopo si chiama Vladimir Putin.

#Bastabufale. L'ultima Fake (anti Putin) del mainstream: il blogger Navalny che non si può candidare

#Bastabufale. L’ultima Fake (anti Putin) del mainstream: il blogger Navalny che non si può candidare

Ieri mattina, quando le agenzie russe hanno battuto la notizia di una nuova condanna ai danni di Alexey Navalny, noto blogger oppositore di Putin, i media italiani, al pari di quelli internazionali, si sono lanciati quasi tutti nel più classico dei luoghi comuni: è stato il presidente russo a manovrare la giustizia, è stato il leader del Cremlino a influenzare i giudici per togliersi dai piedi un avversario “scomodo” (che poi così scomodo non è, come abbiamo raccontato qui) in vista delle elezioni del 2018. Pensandoci bene, in fin dei conti, la storia fila ed è anche molto vendibile: il “dittatore” non vuole ostacoli sulla propria strada e siccome uccidere è troppo scomodo, allora trova metodi alternativi.

Approfondendo la questione, però, si scopre che non è proprio così. Vediamo perché. La storia è pressappoco questa: ieri la corte Leninsky di Kirov, una città che si trova negli Urali, ha giudicato colpevole di appropriazione indebite Navalny, condannando a cinque anni di reclusione con pena sospesa. Secondo i giudici russi, «Navalny ha commesso il delitto quando ricopriva l’incarico di consigliere del governatore della regione di Kirov, Nikita Belij», impossessandosi di 10 mila metri cubi di legna dell’impresa statale Kirovles, per un valore di 16 milioni di rubli (circa 260mila dollari). Per le stesse accusa Navalny era già stato condannato nel 2013, ma la sentenza era stata annulla dalla Corte suprema, dopo che la CEDU aveva denunciato violazioni durante il processo. Il direttore interessato ha subito parlato di una sentenza «politicamente motivata. C’è gente interessta a impedirmi di svolgere attività politica, a causa delle rivelazioni diffuse dal mio Fondo Anticorruzione». «Si tratta di un legittimo procedimento giudiziario», hanno commentato dal Cremlino, senza aggiungere ulteriori commenti sulla vicenda.

Vicenda sulla quale vanno fatte un paio di osservazioni, quantomeno per smentire l’ennesima mala fede della stampa italiana. La prima è che la corruzione tra i funzionari statali in Russia è purtroppo prassi diffusa. Non è un luogo comune affermarlo, anche se apparentemente sembra così. Nel Corruption Perception index 2016 di Transparency la Russia è al 131 posto (a pari “merito” con altri 4 Stati) su 176 paesi, superato persino da Sierra Leone, Gibuti e Togo. Dunque, non è detto che Navalny sia per forza il blogger perseguitato dal “dittatore” cattivo. Ma non è detto nemmeno il contrario, ossia che sia per forza colpevole. Di norma per giudicare una persona tale si leggono nel dettaglio le sentenze di condanna e le relative carte processuali per capire se ci siano state delle anomalie nel giudizio dei magistrati. Cosa che ovviamente i media occidentali non hanno fatto.

La seconda e sicuramente più importante osservazione è che l’impossibilità a candidarsi alle presidenziali del 2018 per Navalny non è una cosa scontata, anzi. Effettivamente la legge russa, attraverso l’art.67 del 2002, art.4, afferma che non possono essere elette persone «condannate», ma al tempo stesso la Costituzione, che per definizione ha la supremazia sulle leggi ordinarie, dice che non si possono candidare persone «riconosciute inabili (dal punto di vista psico-sanitario, ndt), nonché rinchiusi nei luoghi di detenzione». E siccome la pena di Navalny è stata sospesa e lui non è in carcere (peraltro gran parte della pena l’ha già scontata con la custodia cautelare e potrà beneficiare di una riduzione, per cui gli rimangono solo 18 mesi), potrà certamente aspirare a diventare il prossimo presidente russo. Che non ci riuscirà, poi, è un altro discorso, perché si troverà davanti un candidato, quasi sicuramente Putin, con l’85% di apprezzamento da parte del popolo russo. E qui sorge l’ultimo dubbio: perché far fuori un avversario, se si ha l’apprezzamento di oltre tre quarti della popolazione?

 

di Eugenio Cipolla

Fonte: lantidiplomatico.it

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