Pronta offensiva Usa contro Assad, allarme di Mosca. Piero Orteca - www.altreinfo.org

Pronta offensiva Usa contro Assad, allarme di Mosca. Piero Orteca

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Sale la tensione. Secondo il generale Gerasimov pronta un’offensiva americana con i missili “cruise” per punire Assad. Intanto i curdi di Afrin sono stati abbandonati da tutti e al-Ghouta viene riconquistata dai governativi.

Quasi 500 mila morti e 12 milioni di “displaced”, cioè di persone che hanno abbandonato le loro case, più o meno per sempre. Di cui almeno 5 milioni costrette a varcare il confine. Questo il bilancio terrificante (e provvisorio) della guerra in Siria. Un conflitto che dovremmo mettere sul conto di molte coscienze sporche, a cominciare da quelle di diverse diplomazie occidentali. Ora, però, pare che nuovi nuvoloni neri come la pece si vadano addensando su quelle martoriate regioni. I russi mettono le mani avanti e hanno fatto sapere che gli americani “su ordine di Trump” si preparano ad attaccare Damasco, per punire Assad che avrebbe usato armi chimiche ad al-Ghouta. Naturalmente Mosca definisce “completamente false” queste accuse. E avverte: reagiremo.

È stato lo stesso capo di stato maggiore russo, generale Valery Gerasimov, a mettere in stato di allerta le sue truppe. I servizi di intelligence di Mosca, infatti, avrebbero avvisato il Cremlino che il dispositivo aeronavale statunitense, dal Golfo Persico al Mediterraneo, è stato pesantemente rafforzato, con navi che imbarcano centinaia di missili da crociera pronti a essere lanciati. In tutto sarebbero oltre 400 i “cruise” destinati a colpire le forze di Assad e dei suoi alleati iraniani. Non è un caso che il Ministero della Difesa di Putin abbia subito predisposto contromisure elettroniche sofisticate, spedendo in Siria elicotteri specializzati nello “jamming”, cioè in un’operazione tesa a ad accecare i radar nemici.

Sicuramente la tensione sta crescendo nell’area, come confermano anche fonti riservate israeliane e i prossimi giorni saranno cruciali. Intanto, l’ultimo macabro capitolo del conflitto riguarda due regioni distantissime tra di loro, una nord e una a sud del Paese. Afrin, città curda di un milione di abitanti, a pochi chilometri dal confine turco, è caduta dopo feroci combattimenti e nell’indifferenza generale, nelle mani dell’esercito di Ankara. L’area di al-Ghouta, invece, vicino Damasco, in queste ore viene completamente occupata dalle forze governative siriane e dai loro alleati, iraniani ed Hezbollah, dopo essere stata rasa al suolo dai continui “strike” dei caccia-bombardieri russi. La situazione è talmente disperata che molti ribelli anti-Assad hanno deciso di ritirarsi, cercando almeno di salvare la pelle.

Circa 1500 miliziani di Ahrar-ash-Sham, sostenuti dalla Turchia, si sono arresi ad Harasta e hanno cominciato a lasciare la città muniti di un salvacondotto. Nella zona restano alcuni nuclei delle milizie ribelli di Jaysh-al-Islam (equipaggiati dall’Arabia Saudita) e di Faylaq-ar-Rahman, di “osservanza” qatariana. Per gli analisti non c’è alcun dubbio: ancora una volta nella loro storia i curdi sono stati abbandonati al loro destino, dopo essere stati utilizzati come carne da cannone da americani e russi, per la guerra contro l’Isis. Lo scambio di “favori” tra Damasco, Ankara, Teheran, Mosca, e Washington e infatti sotto gli occhi di tutti. Per molti motivi. Trump non vuole scontentare Erdogan e ad Afrin si è venduto i combattenti curdi senza battere ciglio.

Anche Putin ha tirato la coperta dal suo lato. A lui interessava fare piazza pulita delle ultime sacche di resistenza dei ribelli nella zona di Damasco. E così è stato. La Turchia si è accordata velocemente con i russi e gli iraniani, chiedendo loro che le sue milizie si ritirassero liberamente, indebolendo così in maniera significativa tutta la resistenza anti-Assad nella regione. In cambio ha preteso di avere le mani libere su Afrin, conquistata una settimana fa, col risultato di fare scappare almeno 200.000 curdi, che ora vagano senza meta cercando di salvare la pelle. Nessuna notizia dei combattenti “peshmerga” del YPG, che potrebbero essere fuggiti verso le aree controllate dai governativi siriani o starebbero per raggrupparsi, cercando di replicare con una disperata controffensiva.

Più facile, invece, che i resti delle milizie curde cerchino di raggiungere Manbij, che potrebbe essere il prossimo obiettivo dell’esercito turco. Lo sanno anche gli americani, che per calcolo o per decenza stanno cercando di arginare la straripante offensiva di Erdogan, molto ironicamente denominata “Ramoscello d’ulivo”. In effetti, non si capisce bene quale sia lo scenario delineato dagli esperti del Pentagono, rintronati dagli input sempre più confusi che arrivano dalla Casa Bianca. La cosa più evidente, che balza subito agli occhi, è che nello Studio Ovale stanno mischiando maldestramente tattica e strategia. Che si contraddicono palesemente. Certo, in cotanto polverone c’entrerà anche la disinvoltura con cui Trump cambia e scambia advisors, generali e superesperti.

L’ultimo in ordine di tempo è il “falco” John Bolton, chiamato a prendere il posto, come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, di McMaster. Un altro salto della quaglia che confonde ancora di più le acque, perché adesso la visione americana della crisi cambierà per l’ennesima volta. Anche se non si come, perché probabilmente non lo sa nemmeno il Presidente. Mentre infatti Trump era tutto impegnato a riscrivere la lista dei suoi collaboratori, Erdogan, con grande astuzia, si è comprato almeno 30 milizie sunnite, assoldando una forza collaterale capace di risolvergli il problema curdo in Siria. In cambio ha dovuto cedere nella Ghouta e ora vorrebbe alzare il prezzo del suo mezzo ricatto, che comprende anche il ruolo non proprio trasparentissimo che la Turchia riveste oggi nella Nato.

E per darvi conto della confusione mentale in cui versa la politica estera Usa, diciamo solamente che se da un lato la Casa Bianca non ha mosso un dito per salvare Afrin o Ghouta, dall’altro il generale Kenneth McKenzie, direttore del Joint Operation Staff dell’Us Army in tutta l’area, ha ordinato un ridispiegamento delle sue forze intorno a Manbij e nelle altre aree curde. Forse un tentativo di dissuadere i turchi dal continuare un’operazione che sa tanto di piazza pulita, fatta con la connivenza di tutti. O forse è una mossa patetica per salvare la faccia di Trump. Che già Erdogan si è messa abbondantemente sotto i piedi.

 

di Piero Orteca

Fonte: www.remocontro.it

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