Più gravi dei morti di Berlino sono le bugie di Stato che li rendono possibili (e necessari). Mauro Bottarelli - www.altreinfo.org

Più gravi dei morti di Berlino sono le bugie di Stato che li rendono possibili (e necessari). Mauro Bottarelli

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Dunque, facciamo il punto della situazione. In Turchia sono state arrestate sette persone per l’omicidio dell’ambasciatore russo: sei sono parenti dell’attentatore ucciso. Della serie, l’intelligence ha studiato alla Scuola RadioElettra. O, seconda ipotesi , ci prende per il culo, arrestando mamma, papà e sorella del poliziotto che ha avuto tutto il tempo di sparare al diplomatico e fare il suo bel discorsetto su Aleppo prima di essere freddato: normalmente, si spara subito. Qui invece si è voluto attendere la rivendicazione e solo dopo si è fatto fuoco per uccidere, non per ferire e disarmare: per tappare la bocca.
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Non a caso, questa mattina il portavoce del Cremlino ha ricordato come la Turchia sia responsabile della sicurezza dei diplomatici stranieri quando essi si trovano al di fuori dell’ambasciata o delle strutture consolari: “Sulla base della Convezione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, il Paese ospitante è responsabile della sicurezza delle missioni diplomatiche – ha detto Dmitry Peskov – e per questo il presidente ha indicato la necessità di ricevere garanzie della Turchia riguardo alle missioni diplomatiche russe”. Di più, stando al canale televisivo russo Ntv, il poliziotto-killer, Mevlut Mert Altintas, aveva già sorvegliato l’ambasciata di Mosca ad Ankara, mentre prestava servizio di sicurezza durante le manifestazioni anti-russe dei giorni scorsi, quando molti cittadini turchi erano scesi in piazza per protestare per la situazione di Aleppo. Insomma, diciamo che ufficialmente il Cremlino ha parlato di atto inteso a far deragliare il processo di pace in Siria e di relazioni con la Turchia che usciranno rafforzate ma il segnale è chiaro: non pensiate che noi si beva acriticamente la versione che ci fornirete, stiamo indagando e continueremo a farlo, tanto che in mattinata sono giunti ad Ankara alcuni funzionari di Mosca. Fossi Erdogan, non dormirei troppo tranquillo.
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Ancora più straordinario quanto accaduto a Berlino dopo la strage al mercatino di Natale: poco fa, la polizia ha dovuto ammettere che il profugo pachistano arrestato non c’entra una beata fava con l’attacco e che il vero responsabile non solo è in fuga ma anche armato e in grado di fare altri danni. “Abbiamo l’uomo sbagliato”, ha dichiarato Klaus Kandt, capo della polizia della capitale tedesca. Che dire, un’altra straordinaria esibizione di efficienza teutonica. In compenso, Angela Merkel ha parlato al Paese, sottolineando che “dobbiamo presumere che si sia trattato di un attentato terroristico”.
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E fin qui, diciamo che per una volta non ha detto una cazzata appena aperta bocca. Poi, la solita sviolinata suicida: “Se l’attentatore fosse un profugo si tratterebbe di un dettaglio particolarmente orrendo, dinanzi ai numerosi tedeschi che aiutano i migranti e i numerosi migranti che cercano davvero protezione nel nostro Paese. Non ho risposte semplici ma non dobbiamo rinunciare ai mercatini di Natale, alle belle ore con la nostra famiglia. Non vogliamo vivere paralizzati dalla paura. Troveremo la forza per continuare ad essere uniti, aperti, liberi”. Ora, non voglio nemmeno addentrarmi in dietrologie: chi ha compiuto quell’atto magari è davvero un invasato auto-radicalizzatosi e la polizia ha preso un granchio, non ci sono “agenti provocatori” da coprire o altre stranezze da false flag da far notare. Va bene la versione ufficiale, la polizia di Berlino ha arrestato il primo venditore di rose che ha trovato in zona, perché era visibilmente straniero, non c’è alcuna strategia della tensione dietro. Però c’è dell’altro e paradossalmente anche più grave dei morti, delle inefficienze della polizia, della politica suicida della Merkel sui migranti.
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C’è che in Germania, il ministro della Giustizia, Heiko Maas, ha come priorità la lotta contro le fake news on-line e minaccia una legge che preveda fino a 5 anni di carcere, nei casi pù gravi, per la loro diffusione. Ecco cosa ha dichiarato il 18 dicembre alla Reuters: “La diffamazione e il gossip malizioso non sono coperti dalla libertà di espressione. Il governo sta tenendo controlli molto stretti sul grado di efficienza con cui Facebook rimuovo i contenuti illegali. Se il tasso di rimozioni non salirà, potrebbero seguire urgenti conseguenze legali. Le autorità devono perseguire l’hate speech anche su Internet e le pene possono arrivare fino ai 5 anni di prigione. Chiunque tenti di manipolare la discussione politica con bugie deve essere conscio delle conseguenze”. E qui è il punto davvero grave, non tanto Berlino e le falle della sicurezza, a mio avviso una priorità maggiore delle fake news.
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Già, perché lo scorso 16 novembre, in previsione della prossima campagna elettorale per l’elezione del Bundestag tedesco, il prossimo settembre, l’ufficio Federale per la protezione della costituzione ha espresso preoccupazione per il possibile intervento della Russia nel processo politico tedesco. In un’intervista con la Reuters, il capo del dipartimento, Hans-Georg Massène, ha espresso i suoi timori: “L’anno scorso abbiamo visto che da parte russa è stata esercitata l’influenza sulla formazione dell’opinione pubblica in Germania. Lo stesso può accadere nel prossimo anno e siamo preoccupati per questo”. Di più, l’intelligence tedesca – e in particolare il BfV (l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, equivalente al nostro Aisi, il servizio segreto delegato alla sicurezza interna) – ha addirittura diffuso un comunicato stampa al riguardo.
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L’agenzia dice di aver assistito a un “impressionante aumento” di attacchi di phishing mirati (attacchi in cui si usa la mail per infettare i dispositivi di una vittima e, nel caso in questione, spiarne poi le comunicazioni) contro parlamentari ed esponenti di partiti tedeschi. Attacchi che in alcuni casi sembrano compiuti da gruppi di hacktivisti (da attivisti e hacker, etichetta usata in genere per indicare Anonymous o comunque forme di dissenso online spontaneistiche). Invece, dice esplicitamente il comunicato del BfV, “dietro a questa campagna di cyber-spionaggio ci sarebbe APT28, un gruppo di cyber-mercenari considerati da più parti vicini al Cremlino”. Insomma, esattamente come negli Stati Uniti, si cerca di utilizzare la balla degli hackeraggi russi per giustificare sconfitte e, magari, ribaltarne gli esiti: in Germania, siamo addirittura all’accusa preventiva, si mettono le mani avanti.
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Peccato che proprio ieri i Grandi Elettori abbiano dimostrato che la Russia non c’entra nulla con la vittoria di Trump, il quale ha visto confermata la sua elezione e, addirittura, Hillary Clinton si è vista assegnare quattro voti in meno, andati a Colin Powell (certi Grandi Elettori sono proprio dei burloni). Ma, ironia della sorte e dei tempi che stiamo vivendo, il richiamo a Colin Powell e alle sue fialette piene di Buscopan ma spacciate per antrace per garantirsi il via libera all’invasione dell’Iraq ha un senso, perché come ci mostra questo video,

#FakeNews is the new “Weapons of Mass Destruction”

le fake news sono le nuove armi di distruzione di massa, ovvero la caccia alle streghe che i vari governi e social network hanno posto in essere altro non è che un mezzo subdolo per limitare, fino a distruggerli, i punti di vista contrari all’establishment, censurandoli in nome del politicamente corretto. Ma qualcosa, forse, sta cambiando, perché questo grafico
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ci mostra come negli Stati Uniti solo il 22% degli interpellati creda che si debba aver fiducia nelle notizie che ci vengono date dai media, un’ulteriore conferma del fatto che l’elezione di Donald Trump non c’entra con i magheggi del Cremlino ma con l’esasperazione dell’americano medio per un sistema di potere corrotto e falso fino al midollo. C’è poi da porsi una domanda, anzi dovrebbero porsela gli alfieri della censura e della lotta alle fake news: questo grafico
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mette in relazione il calo di utenti patito dal primo social network, MySpace, con quello che sta patendo Facebook. La domanda è semplice: nel momento in cui si sostanzierà la censura preannunciata, di fatto avendo la Open Society Foundation di George Soros e il National Endowment for Democracy come principali finanziatori del fact-checker terzo scelto da Zuckerberg per smascherare le bufale, in quanti avranno ancora voglia di stare su un social network che si comporta come una mamma che decide cosa puoi e cosa non puoi leggere o scrivere? Forse il buon Mark Zuckerberg, per quanto zelante verso il politicamente corretto, farà anche due conti a livello di inserzionisti e numero di utenti, cosa ne dite? Anche perché ormai il vaso di Pandora dell’inganno universale, come lo chiamava George Orwell, si è rotto.
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La gente, almeno sempre di più, non si beve più acriticamente le versioni ufficiali ma cerca di informarsi anche su canali indipendenti, avendo più punti di vista e informazioni per formarsi un giudizio. E penso che saranno in tanti a chiedersi, guardando il Tg3, perché la sempre efficiente Giovanna Botteri, pur trovandosi a New York, ieri non abbia sentito il dovere di rendere conto della conferenza stampa dell’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Al-Ja’afari, nel corso della quale ha comunicato un’informativa in possesso al governo di Damasco che riguarderebbe la presenza di agenti stranieri nella sacca residua di Aleppo est, insieme ai terroristi jihadisti. In tutto 12 “foreign officers”, ufficiali dei servizi d’intelligence e militari: qui potete vedere il video e sentirne la crudezza della denuncia.

E l’ambasciatore siriano ha utilizzato con precisione il termine “foreign officers” e non “foreign fighters”, cioè volontari combattenti di nazionalità straniera. Abbiamo infatti a che fare con veri e propri ufficiali regolari (consulenti militari o agenti d’intelligence), inviati dai loro rispettivi Paesi a coadiuvare le operazioni dei jihadisti e rimasti imprigionati nella sacca dopo l’avanzata dell’esercito arabo-siriano. I 12 “foreign officers”, di cui l’ambasciatore comunica anche i nomi, appartengono a sei nazionalità diverse: sei sauditi, un americano, un israeliano, un turco, un marocchino e un giordano. Risalto sulla stampa autorevole? Zero. Smentite dai rispettivi governi di quei Paesi? Zero.
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Cosa ci facevano agenti dei servizi o delle forze speciali di sei Paesi stranieri tra le fila dei ribelli di Aleppo Est? Non era una guerra civile, nata dalle spontanee proteste del popolo siriano contro Assad, come ci ha detto nel suo struggente appello per Aleppo, Rula Jebreal? Sprezzante la frase di chiusura dell’ambasciatore: “Questa è la ragione per cui avete assistito a quelle mosse isteriche nel Consiglio di sicurezza negli ultimi tre giorni, perché la vera finalità è come recuperare terroristi stranieri e questi funzionari di intelligence e portarli fuori dalla stessa nazione per la quale hanno spinto per ottenere una risoluzione”. Nulla da aggiungere. Se non che più gravi dei morti innocenti di Berlino sono le bugie di Stato che li rendono possibili. E, ahimè, necessari per non essere cacciati dal potere a furor di popolo. Ma qualcosa, forse, è cambiato.
di Mauro Bottarelli
Fonte: rischiocalcolato.it
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