Hjalmar Schacht e il miracolo economico tedesco. Le vere motivazioni che spinsero gli alleati a entrare in guerra contro la Germania di Hitler - www.altreinfo.org

Hjalmar Schacht e il miracolo economico tedesco. Le vere motivazioni che spinsero gli alleati a entrare in guerra contro la Germania di Hitler

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Seconda parte dell’articolo di Maurizio Blondet riguardante Hjalmar Schacht, l’artefice del mircacolo economico tedesco degli anni trenta. In questa parte dell’articolo vengono analizzate alcune delle vere motivazioni che spinsero gli Stati Uniti a muovere guerra contro la Germania.

L’ultimo crimine di Schacht. Olio di palma in Indonesia

Negli anni ’30, il miracolo economico hitleriano non fu dovuto soltanto agli effetti MeFo. Schacht istituì un severo regime di controllo dei cambi per tenere sotto controllo il deficit commerciale.  Gli importatori tedeschi avevano bisogno dell’autorizzazione della Banca Centrale per poter ricevere la valuta (dollari, sterline) necessari; tutto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori che di quelle valute disponevano. Con ciò, fu tagliato fuori il “mercato” monetario internazionale, ossia il lucro che  banchieri globali estraevano vendendo i dollari secondo il valore che i “mercati” davano al marco.  Il gran gelo dell’import-export  creato dalla Grande Depressione, paradossalmente, aiutò: i creditori della Germania venivano pagati in marchi moneta di Stato, spendibili solo all’interno della Germania. Di fatto, ciò creò spontaneamente  un mercato di scambio per  baratto: per il suo grano, l’Argentina – paese amico –  poteva scegliere nell’immenso catalogo  dei beni industriali che la Germania  offriva, dai giocattoli agli strumenti musicali, dalle macchie utensili alle auto, ai motori navali.

La Germania non aveva più bisogno  di procurarsi dollari e sterline, non era più soggetta alla speculazione monetaria del potere anglosassone.

“…La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti a interesse a nazioni in difficoltà economica;  l’economia di  Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato concesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto il momento in cui Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata […] ma prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega”.

A scrivere questa frase è stato un nemico, che ha combattuto la Germania hitleriana in guerra, il  generale britannico J.F.C.  Fuller. Un nemico leale che  riconobbe in quel successo una delle cause, forse la preminente, della  decisione del mondo angli-americano di debellare il Reich.

“Quella pistola fumante finanziaria –   aggiungeva infatti Fuller (A Military History of theWestern World, Londra 1956,  pagine 368 e seguenti) – era puntata alla tempia  in modo particolare  degli Stati Uniti, che avevano il grosso delle riserve d’oro mondiali, e il cui sistema di produzione di massa richiedeva l’esportazione del 10 per cento dei loro prodotti  per scongiurare la disoccupazione. Inoltre,  poiché i metodi brutali usati da Hitler contro gli ebrei  avevano irritato i finanzieri ebrei americani, sei mesi dopo che Hitler divenne cancelliere, Samuel Untermeyer, ricco procuratoredi New York,  […] proclamò una guerra santa contro il nazionalsocialismo e dichiarò il boicottaggio economico sui beni, trasporti e servizi tedeschi”.

Le sanzioni americane non bastarono  a  frenare  il sistema di scambi internazionali diretti di merci, non mediati da trasferimenti valutari in dollari e  sterline, messi in opera dal sistema germanico. Sicché nel settembre 1939, quando era stata già decisa l’entrata in guerra degli Stati Uniti,  il celebre finanziere Bernard Baruch, consigliere e finanziatore di tre presidenti – da Woodrow Wilson ad Eisenhower –  raccomandava al presidente Roosevelt di “tenere bassi i nostri prezzi per conservarci i clienti delle nazioni belligeranti. In questo modo, il sistema di baratto tedesco sarà distrutto”.

Ancora una volta vediamo come i dogmatici del “libero mercato” siano rapidi a calpestare i principi della loro dogmatica, quando gli conviene. In realtà,  erano gravi le offese che il  sistema  instaurato da Schacht  stava infliggendo  al liberismo occidentale.  Il generale Fuller le elenca:

“Hitler [Schacht] decise di

  1. Rifiutare prestiti esteri gravati da interessi, e di basare la moneta tedesca  sulla produzione [il lavoro] invece che sulle riserve auree.
  2. Di procurarsi le merci da importare per scambio diretto o baratto.
  3. Di porre termine alla cosiddetta “libertà dei cambi”, ossia alla licenza di speculare sulle fluttuazioni delle monete e di trasferire i capitali privati da un Paese all’altro secondo la situazione politica.
  4. Di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito.

Soprattutto il primo  punto –  la scoperta che è il lavoro produttivo a  riempire di valore una moneta, non “i mercati monetari internazionali” – e  il quarto: che si può creare moneta dal nulla quando ci sono braccia e risorse inutilizzate invece di chiederla  in  prestito –  furono praticamente imperdonabili, e da lavare col sangue.

E’ così che si spiega come, dal ’36 in poi,  Hjalmar Schacht consiglia ad Hitler di dedicare somme maggiori alle importazioni  – ossia a spendere in valute estere senza baratto  – “per migliorare  i nostri rapporti con l’estero”.  Meglio al corrente  del Fueher  degli umori rabbiosi che si  stavano accumulando a Londra e Wall Street, proponeva insomma: indebitiamoci un po’, per acquietare gli usurai.  Col senno  di poi  – e avendo provato  in Europa  ciò di cui è capace il sistema pur di  stroncare i “sovranisti” –  dobbiamo riconoscere che aveva ragione ancora una volta lui.

Naturalmente Hitler non seguì il consiglio. Anzi cominciò  a diffidare del  suo banchiere.  Schacht fu allontanato dal potere,  e se ne allontanò lui stesso ritirandosi a  vita privata : ma senza mai partecipare a complotti contro Hitler. Solo che il 20 luglio del ’44, dopo l’attentato degli ufficiali, Himmler  con il placet di Hitler, e la scusa  di eliminare ogni opposizione ed ogni fronda, farà arrestare anche  Schacht.   Anzi lo si internerà  a Dachau, ricordandosi  improvvisamente della sua origine ebraica. Di lì lo tireranno fuori gli Alleati, per portarlo a Norimberga…

Sull’ebraismo di Schacht non si facevano illusioni, prima di tutti,  gli ebrei. Bastava guardarlo per vedere in lui, anche fisicamente, il nazionalista tedesco.  Era l’uomo che non corresse mai ciò che disse  in un discorso a Koenigsberg il 18 agosto 1935:

Gli ebrei devono rendersi conto che la loro influenza in Germania è scomparsa per sempre. Vogliamo mantenere il nostro popolo e la nostra cultura puri e distinti,  proprio come gli ebrei hanno sempre richiesto  per se stessi”.

Nel  1954, quando nel pieno della sua nuova attività di consulente internazionale dei paesi non allineati, nel volo di ritorno da Calcutta  a Roma,  il volo di linea fa scalo a Tel Aviv invece che al Cairo, Schacht   si sente perduto: sa che gli ebrei sono alla sua caccia, come agli altri criminali nazisti.  Gli israeliani apprenderanno troppo tardi chi era il personaggio sul volo Calcutta-Roma.

Torniamo al  suo viaggio in Indonesia. Il primo di una serie,   perché  “i grandi leader dei Paesi non allineati lo chiamano per consulenze, come Nasser, in Egitto, Sukarno in Indonesia e Nehru in India. Lavorerà indefessamente anche in Siria, in Iran, nelle Filippine, in Algeria, senza deviare dalla sua linea: sviluppo economico per tutti, pegno, a suo dire, di stabilità e di pace”  (Massimo Jacopi).

Quando atterra a Jakarta il 3 agosto  1951 con la moglie, il potente partito comunista indonesiano organizza un protesta. Di questa  resta memoria in Stella rossa , organo del Partito Comunista Indonesiano (PKI) Vol. 7 del 1951,  dove si legge una dichiarazione del Politburo del PKI CC secondo cui il consiglio di Schacht avrebbe giovato solo agli imperialisti e avrebbe trascinato l’economia indonesiana in preparazione alla nuova guerra mondiale”.  A  conferma che, in ogni parte del mondo, i comunisti non capiscono mai nulla.

A Norimberga

A Norimberga

Schacht restò a Jakarta tre mesi, lavorando  molto bene con  gli esperti locali, e a ottobre  consegnò il suo rapporto al governo.  Vedo che tale rapporto è disponibile su Amazon:

General economic conditions in Indonesia: Report presented to the Indonesian Government  – 1951

by Hjalmar Horace Greeley Schacht (Author)

E che è stato digitalizzato dalla Indiana University nel 2011.

https://books.google.it/books/about/General_Economic_Conditions_in_Indonesia.html?id=HtYlAQAAMAAJ&redir_esc=y

Se qualcuno vuole leggerlo.  Io non lo farò, sono troppo vecchio per orientarmi in questo genere di studi  storici asiatici.

https://www.nytimes.com/1964/01/21/archives/hjalmar-schacht-planning-indonesia-palmoil-plant.html

Dirò solo che il 21 gennaio 1964, il New York Times riferiva in un trafiletto che  “Il dottor Hjalmar Schacht  e un banchiere di Amburgo stanno per costruire una ditta  per  la produzione di olio di palma in Indonesia, del valore di 4,24 milioni di dollari   –  il capitale  è fornito dal socio d’affari Rudolf Muenemann”.   Olio di palma! Negli anni di Greta e dei gretini,  sarebbe abbastanza per una condanna postuma e definitiva  del criminale.

Il trafiletto non dice se Schacht era tornato di persona in Indonesia.  Possibile? Aveva allora 87 anni;  e poteva sfidare lo spaventoso clima   tropicale indonesiano?  Chissà.  Ma in fondo non mi stupirebbe. Dopotutto lui, a 71 anni, era rinato.

 

di Maurizio Blondet

Fonte: https://www.maurizioblondet.it

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