Gerusalemme, il genocidio di Mamilla: quando gli ebrei fecero stragi di cristiani. Paolo Germani - www.altreinfo.org

Gerusalemme, il genocidio di Mamilla: quando gli ebrei fecero stragi di cristiani. Paolo Germani

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Secondo la narrativa dominante gli ebrei sono sempre stati vittime dei cristiani, in quanto perseguitati ed osteggiati, ma non è mai accaduto il contrario. Il popolo ebraico viene quindi dipinto dal mainstream e dalla storiografia ufficiale come un popolo pacifico e tollerante.

Invece non è affatto così.

Nell’antichità gli ebrei detestavano le comunità cristiane che si erano venute a formare, poco a poco, tra il I° e il III° secolo, e avevano tentato di dirigere contro di esse la diffidenza e l’ostilità delle masse pagane, e delle autorità locali e centrali di Roma antica, da Nerone a Diocleziano.

Gli ebrei erano ben inseriti nei luoghi del potere imperiale, dove occupavano ruoli di primo piano. Erano ricchi mercanti e banchieri, cambiamonete e prestatori di denaro a usura, finanziavano il commercio ed anche operazioni militari, riscuotevano le tasse per conto dell’autorità centrale. I cristiani rappresentavano un potenziale pericolo per la comunità ebraica, da tenere quindi a bada, in quanto mettevano a rischio il loro potere.

Dietro la maggior parte delle persecuzioni imperiali romane contro i cristiani, c’erano le trame e le accuse degli Ebrei.

Ma la conseguenza più nefasta di questa ostilità verso i cristiani si ebbe quando l’Impero Romano, divenuto ormai cristiano (dopo l’editto di Costantino e Licinio del 313), si trovò esposto, sulle frontiere orientali, alle invasioni dei Persiani Sassanidi prima e degli Arabi discendenti di Maometto poi: zoroastriani i primi, islamici i secondi.

In entrambe le occasioni, le comunità giudaiche non solo accolsero a braccia aperte gli invasori e ne favorirono l’avanzata, spalancando loro le porte delle maggiori città d’Oriente (come Antiochia, Alessandria e la stessa Gerusalemme), ma talvolta spinsero la loro esultanza e la loro sete di rivincita fino a perpetrare stragi di cristiani, sotto gli occhi talvolta benevoli, talaltra perfino inorriditi, dei nuovi padroni.

A Gerusalemme, nell’anno 614, quando la città cadde in mano al re persiano Cosroe II, vi fu un tremendo eccidio di cristiani (passato alla storia come la strage di Mamilla), in cui si calcola che i Giudei trucidarono tra 60.000 e 90.000 cristiani. Per l’epoca è stato un vero e proprio genocidio, secondo solo a quello dei greci, avvenuto nel 135 d.C. durante le rivolte ebraiche, perpetrato sempre dagli ebrei e, secondo lo storico romano Cassio Dione, costato la vita a 250.000 greci.

La strage di Mamilla

All’inizio del VII° secolo, la Palestina faceva  parte dell’Impero Bizantino. Era una terra cristiana prospera e sviluppata, con sistemi idrici funzionanti e terrazze ben sfruttate. I pellegrini giungevano numerosi nei Luoghi Santi, e gli edifici del Santo Sepolcro e dell’Ascensione al Monte degli Olivi, costruiti da Costantino, erano tra le meraviglie del mondo. C’erano ottanta monasteri, in cui erano raccolti preziosi manoscritti ed in cui venivano offerte preghiere ed ospitati i pellegrini.

Vi era anche una piccola e ricca comunità ebraica che viveva principalmente a Tiberiade o sulle rive del Mare di Galilea. Vigeva ancora il divieto di stabilirsi a Gerusalemme che li aveva colpiti dopo la rivolta del falso messia Bar Kochva nel 133 d.C., anche se applicato con sempre minor rigore. I loro letterati avevano appena completato la stesura del Talmud, che codificava la loro fede, il Giudaismo Rabbinico, ma per le istruzioni essi si rivolgevano alla prevalente comunità ebraica della Babilonia Persiana.

A settecento metri dalla porta di Jaffa, c’era un vasto serbatoio, la cisterna di Mamilla, a forma di vasca rettangolare, lunga 300 metri, costruita dai romani, ampliata da Ponzio Pilato, per dare acqua alla città di Gerusalemme. Era perfettamente funzionante e serviva la città per i suoi bisogni idrici.

Nel 614, gli ebrei palestinesi si allearono con i loro correligionari babilonesi e aiutarono i persiani nella conquista della Terra Santa. Nell’esercito del generale sassanide Shahrbaraz, colui che assediò e conquistò Gerusalemme, militavano ben 26 mila soldati ebrei provenienti dai territori persiani. Tali notizie ci giungono dalla più accreditata e diretta fonte storica in merito all’assedio di Gerusalemme del 614 d.C.: Antiochus Strategos.

Impero Sassanide

Subito dopo la vittoria persiana, gli ebrei distrussero ogni cosa. Devastarono chiese e monasteri, uccisero monaci e preti, bruciarono libri sacri. La meravigliosa Basilica dei Pesci e dei Pani di Tabgha, l’Ascensione sul Monte degli Olivi, Santo Stefano, sita di fronte alla Porta di Damasco e Hagia Sion, sul Monte Sion, sono solo alcuni dei tesori che vennero distrutti. Pochissime chiese sopravvissero alla devastazione.

La Grande Laura di San Sabas, costruita sul fondo di Wadi en-Nar, si salvò a causa della sua collocazione remota. La Chiesa della Natività sopravvisse miracolosamente: i persiani si rifiutarono di distruggerla a causa dei mosaici raffiguranti i Magi, che essi riconobbero come  ritratti di re persiani.

Ma non fu la devastazione il peggior crimine commesso dagli ebrei.

L’orrore ebbe luogo quando i persiani vincitori concentrarono i cristiani superstiti, come prigionieri di guerra, nella cisterna di Mamilla per venderli come schiavi. Allora gli ebrei fecero a gara per comprarli all’asta ad uno ad uno, ed immediatamente sgozzarli con le proprie mani.

«La sete di vendetta del popolo ebraico fu più forte della loro avarizia», ha scritto lo storico britannico di Oxford Henry Hart Milman nella sua History of the jewish people:

«Non solo non esitarono a sacrificare i loro tesori nella compra di questi prigionieri, ma misero a morte tutti coloro che avevano comprato a caro prezzo».

Il professore di Oxford ritiene che 90 mila cristiani siano stati massacrati, la valutazione più alta dei cronisti dell’epoca. Il testimone oculare, Antiochus Strategos (un monaco dell’omonimo monastero, distrutto in quella tragedia) valuta gli sterminati in 66 mila. Un vero genocidio.

«I giudei riscattavano i cristiani dalle mani dei soldati persiani a caro prezzo e poi li sgozzavano con gran diletto a Mamilla, che traboccava di sangue… Come in antico avevano comprato il Signore con argento, così comprarono i cristiani concentrati nella cisterna. Quanti cristiani furono trucidati nella cisterna di Mamilla! Quanti son morti di fame e sete! Quanti monaci e sacerdoti passati a fil di spada… Quante fanciulle, rifiutandosi al loro oltraggio, ricevettero la morte per mano del nemico. E quanti genitori perirono sui corpi dei loro bambini, quante persone furono macellate dai giudei e divennero confessori di Cristo… Chi può contare la moltitudine di cadaveri che furono ammazzati a Gerusalemme?».

Così scriveva Antiochus Strategos.

Ecco cosa scrisse Steven Runciman, storico medievalista e bizantinista nonché autore della celeberrima “Storia delle Crociate”, in merito al ruolo degli ebrei durante la prima conquista di Gerusalemme da parte dei sasanidi di Persia nel 614 d.C.

“Il 5 maggio, con l’aiuto degli ebrei che si trovavano all’interno della città, i persiani vi penetrarono a forza: ne seguirono scene di indescrivibile orrore. Mentre intorno le loro chiese e case erano in fiamme, i cristiani vennero massacrati indiscriminatamente, alcuni dai soldati persiani, molti dagli ebrei”

Fonte: Runciman, Storia delle crociate, Volume I°, Einaudi, 1993, p.13

La strage di Mamilla, sepolta nel silenzio

La Chiesa Copta è la sola a celebrare quei morti in un giorno di lutto che chiama «il digiuno di Eraclio», in memoria dell’imperatore di Bisanzio (610-641) che, fatta la pace coi persiani (il figlio dell’imperatore Sharbaraz, Nikos, s’era convertito al cristianesimo) era rientrato a Gerusalemme nel 638 riportandovi la Vera Croce: la preziosissima reliquia era stata portata al sicuro dai fedeli a Ctesifonte.

Alla fine degli anni ’80, il professor Ronny Reich, archeologo israeliano, ha condotto una campagna di scavi nelle antiche aree cimiteriali attorno a Gerusalemme, luoghi usati nei secoli anche dai musulmani. Il monaco Strategio parlava di 35 fosse comuni dove sarebbero stati seppelliti in fretta i corpi cristiani. Reich ne ha identificato sette di queste inumazioni di massa, tutte immediatamente appena al di fuori delle mura della città antica. Si tratta di sepolture risalenti al periodo del massacro, datate con certezza grazie alla presenza, fra gli ossami, di piccole monete bizantine emesse dall’imperatore Fokas (602-610 d.C).

La più significativa di queste scoperte è una caverna tagliata nella roccia viva contigua alla cisterna di Mamilla, e a 120 metri dalla porta di Giaffa.

La caverna artificiale, lunga dodici metri e larga tre, era piena zeppa di ossa umane, molte delle quali fratturate: centinaia di individui vi dovevano essere stati ammucchiati a forza. Tutti molto più giovani rispetto alla media dei seppelliti nei cimiteri consueti, e senza traccia di malattie. Particolare tremendo, le donne superavano di gran lunga i maschi.

Davanti alla grotta era stata costruita una minuscola cappella, la cui abside volgeva ad oriente, e di cui non resta che parte della pavimentazione a mosaico. Il mosaico, ripulito, ha messo in luce un’iscrizione contenuta in una tabula ansata, proprio al limitare dell’apertura della grotta.

L’iscrizione, in greco, su quattro linee, invita a pregare «per la redenzione e la salvezza di coloro, il cui nome Dio conosce», commovente testimonianza che le centinaia di inumati nella caverna non avevano potuto essere identificati, forse per lo scempio subito dai cadaveri oppure per l’avanzata putrefazione, non avendo potuto essere tumulati se non dopo molti giorni. Strategius attesta infatti, nella sua cronaca, che un certo Tomaso e i suoi aiutanti «raccolsero in gran fretta e con molto zelo i corpi che trovarono, e li tumularono nella grotta di Mamel».

Gli archeologi israeliani non hanno invece trovato resti e segni di distruzione delle chiese e santuari descritte da Strategius. La cosa non deve stupire, visto che i bizantini tornarono nella Città nel 628, sgombrarono le macerie e cominciarono la restaurazione dei santuari e delle basiliche. La restaurazione durò poco; nel 638 la debole guarnigione di Bisanzio cedette davanti alla formidabile armata di Omar ben Kattab, compagno del Profeta.

Il patriarca Sofronio capitolò ponendo una condizione, che resta agli atti nel documento di resa Sulha A-Quds, e che si capisce solo con la viva memoria del massacro sofferto dalla generazione precedente:

il patriarca domandava al vincitore di proteggere gli abitanti «dalla ferocia dei giudei».

La risposta di Omar è anch’essa rimasta agli atti, nel trattato di resa:

«Nel nome di Allah, il clemente misericordioso. Questa è la salvaguardia accordata agli abitanti di Aelia [Aelia Capitolina: usava ancora il nome romano dato a Gerusalemme, ndr] dal servo di Dio Omar, comandante dei credenti. Egli concede la salvaguardia per le loro persone, i loro beni, le loro chiese, le loro croci – siano queste in buono o cattivo stato – e il loro culto. Le loro chiese non saranno destinate ad abitazione, né distrutte; esse e le loro pertinenze non subiranno danno alcuno e sarà lo stesso per le loro croci e i loro beni. Nessuna costrizione sarà attuata contro di essi in materia di religione,. Nessun giudeo sarà autorizzato ad abitare ad Aelia con loro. Gli abitanti di Aelia dovranno versare la jizya (il tributo) come quelli delle altre città…».

I martiri di Mamilla di nuovo uccisi

La scoperta della fossa comune di cristiani ha affrettato i progetti israeliani per dissacrare il luogo, onde sottrarlo al culto e alla memoria.

Già nel 1964 l’area cimiteriale di Mamilla – ricca di antiche tombe di sufi, mammelucchi e crociati – era stata in parte trasformata in parking fornito di WC pubblici. Un ventennio dopo, un’altra vasta parte della zona archeologica era stata seppellita sotto un «villaggio residenziale» per ebrei americani molto ricchi, e dall’hotel Hilton.

Adesso è divenuto urgente seppellire la fossa comune dell’antico genocidio compiuto dai giudei, e quel che resta dell’antica cappella votiva, sotto la piattaforma di cemento di un enorme museo progettato dal Centro Simon Wiesenthal, il defunto “cacciatore” di nazisti.

Quello che si sta costruendo sopra le ossa dei cristiani massacrati sarà chiamato Museo della Tolleranza.

 

di Paolo Germani

Fonte: www.altreinfo.org

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Sitografia e bibliografia

  1. «Pensare la storia» (Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1992). Vittorio Messori.
  2. Francesco Lamendola – http://www.accademianuovaitalia.it
  3. http://www.effedieffe.com
  4. Israel Shamir – http://www.salpan.org
  5. Runciman, “Storia delle crociate”, Volume I°, Einaudi, 1993, p.13
  6. https://www.radiospada.org

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