Vandea, il primo genocidio della storia moderna. In nome della libertà, l'eguaglianza e la fratellanza - www.altreinfo.org

Vandea, il primo genocidio della storia moderna. In nome della libertà, l’eguaglianza e la fratellanza

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Il genocidio della Vandea è il marchio infamante di una rivoluzione che voleva cambiare il mondo. La Rivoluzione Francese, partita col motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, ha compiuto, strada facendo, un vero e proprio sterminio, pianificato e legalizzato.

In Vandea, su 650mila abitanti, 250mila furono sterminati.

“Westermann galoppa alla testa dei suoi uomini folli di furore e di sangue. Si riuniscono i prigionieri a centinaia, e la fucileria crepita, le baionette lavorano. Alle donne furono riservati i trattamenti più terribili. Si introdussero nei loro corpi cartucce a cui poi si diede fuoco, altre ebbero i ventri squarciati.”

Robespierre disse: cancellate i cattolici vandeani!

E Carrier, al quale viene imputata ‘clemenza’ nei confronti dei vandeani, ammette durante il processo di aver ricevuto l’ordine di “sterminare la popolazione in maniera da ripopolare il paese il più in fretta possibile con cittadini repubblicani”.

In base ai documenti che si trovano negli archivi di Stato in Francia possiamo affermare che, in seguito alla scelta di coscienza dei deputati della Convenzione, il genocidio dei vandeani inizia con il voto del 1° agosto 1793 e viene confermato da una seconda legge il 1 ottobre dello stesso anno. Dunque fu concepito, organizzato, pianificato e messo in atto sul campo dal Comitato di salute pubblica. Ovvero, tra gli altri, da Robespierre in persona.

A seguire un articolo di Francesco Lamendola.

Il genocidio della Vandea. Francesco Lamendola

Il XX secolo è stata definito dallo storico inglese Robert Conquest «il secolo delle idee assassine», con riferimento ai totalitarismi sovietico e hitleriano e alle stragi da essi pianificate e portate avanti con la massima coerenza; ma forse sarebbe giusto chiedersi se le «idee assassine», che diedero vita a simili orrori nel XX secolo, non siano germogliate molto prima.

A noi sembra che le «idee assassine» siano sempre esistite, ma che solo in un momento ben preciso della storia europea esse abbiano acquistato lo statuto di ideologie ufficiali basate, a loro volta, sull’idea di progresso: e che quel momento sia collocabile nella seconda metà del XVIII secolo, in coincidenza con l’affermarsi dell’Illuminismo.

Che cos’è una «idea assassina», infatti, se non l’idea che il Progresso, per affermarsi, debba marciare sopra i cadaveri dei propri nemici; e che quindi, nella lotta fra il Progresso e coloro che vi si oppongono, non si diano più degli avversari, ma solo dei nemici, per giunta dei nemici dalle connotazioni diaboliche, i quali devono essere trattati, appunto, come diavoli e non come  esseri umani, vale a dire combattuti senza quartiere e senza pietà, senza concedere loro alcuna possibilità di scampo o di conversione, mirando puramente e semplicemente a sterminarli, ossia a cancellarli dalla faccia della terra?

«Assassina», certamente, fu l’idea, maturata e tradotta in pratica da parte del governo giacobino nel 1793-94, nonché dei generali e dei rappresentanti della Convenzione inviati sul posto per la repressione, di sradicare ogni resistenza monarchica e cattolica nella regione francese della Vandea, che portò allo sterminio di circa 120.000 uomini, donne  e bambini, su una popolazione complessiva di poco più di 800.000. Più che le cifre assolute, sono impressionanti quelle relative: si trattò della ”epurazione” di quasi il 15% della popolazione. Ciò avvenne nello spazio di pochi mesi (anche se le guerre della Vandea, quattro secondo la cronologia adottata dagli storici, si prolungarono fino alla Restaurazione del 1815): nel marzo 1793 scoppiò l’insurrezione, causata dalla Costituzione civile del clero, dall’esecuzione di Luigi XVI e soprattutto dalla leva in massa decretata dalla Convenzione;  il 23 dicembre, dopo alcuni successi iniziali, i Vandeani subirono la decisiva disfatta nella battaglia di Savenay; nel maggio 1794 vennero arrestati, per ordine della Convenzione (ancora dominata da Robespierre) alcuni dei capi militari più brutali, come Turreau, e richiamati a Parigi alcuni dei commissari straordinari come Carrier, responsabile dei massacri di Nantes; infine, nel novembre, vennero annullati i decreti del Comitato di salute pubblica relativi alla Vandea. Ma la fase più acuta della repressione si era conclusa già nei primi mesi del 1794, allorché era stata interrotta la marcia delle “colonne infernali”: dei distaccamenti militari che avevano attraversato tutta la regione, mettendola spietatamente a ferro e a fuoco e passando per le armi, indiscriminatamente, tutti coloro nei quali s’imbattevano, senza operare alcuna distinzione fra armati e civili e senza risparmiare le donne e i bambini.

Lasciamo ai dotti storici di professione disquisire, cosa che continueranno a fare per un bel pezzo, se la guerra e la repressione della Vandea ebbero carattere genocidiario, oppure no: a noi sembra acclarato che si trattò di una azione di sterminio freddamente pianificata dal governo rivoluzionario, e specialmente dal Comitato di Salute pubblica, e che venne condotta con particolare accanimento perché motivata ideologicamente dalla volontà di distruggere, una volta per tutte, le ultime vestigia dell’Ancien Régime e impedire che il “contagio” contro-rivoluzionario potesse espandersi ad altri dipartimenti della Francia. Una guerra di sterminio ai limiti della “pulizia etnica”, motivata dall’ideologia del Progresso e giustificata, si fa per dire, dall’idea illuminista secondo la quale non bisogna permettere alle forze dell’oscurantismo, della superstizione dell’ignoranza di ostacolare o interrompere la marcia trionfale della Ragione. Fu, insomma, un evento perfettamente in linea con l’atteggiamento mentale di un Voltaire, allorché questi incitava: «Écrasez l’infâme!»; e, più in generale, con tutti quei “philosophes” che avevano teorizzato l’abbandono di qualunque tolleranza nei confronti di ciò che rappresentava il mondo pre-illuminista.

In questa logica di guerra, manichea e intransigente, non v’è spazio per alcuna mediazione: la vittoria del Progresso, per affermarsi, ha bisogno del sangue dei suoi nemici, di tutti i suoi nemici, senza distinzione di sesso, di età o di condizione sociale; per costruire il mondo nuovo e l’uomo nuovo (idea presa a prestito dalla teologia cristiana: ma quanto stravolta e irriconoscibile!), è necessario essere duri, non lasciarsi tentare da alcuna pietà. I commissari in missione, i giudici dei tribunali rivoluzionari si regoleranno, nei confronti dei Vandeani, così come i giudici della Santa Inquisizione si erano regolati nei confronti degli eretici; anzi, se si vuole essere onesti, con molta maggiore durezza, perché nessun inquisitore cattolico arrivò mai ad emettere condanne senza processo, né mai organizzò il massacro di molte centinaia di condannati in una sola volta, come avvenne, ad esempio, con gli annegamenti in massa nelle acque della Loira. Del resto, la pratica degli annegamenti e anche quella di bruciare vivi i prigionieri nei forni, discendeva, più che dalle memorie dell’Inquisizione cattolica, da una politica di razionalizzazione tipicamente “moderna”: si trattava di risparmiare polvere e pallottole dell’esercito, di evitare la perdita di tempo per scavare delle fosse, e sia pure delle grandi fosse comuni, nonché di riutilizzare, quando possibile, parti dei corpi dei giustiziati, in modo da ammortizzare i costi della repressione. Una logica e una serie di pratiche che anticipano, come si vede, le logiche più crudeli e le più raffinate pratiche di sterminio del XX secolo, da quelle dei nazisti a quelle dei Khmer rossi di Pol Pot, in Cambogia.

Ha scritto il romanziere cattolico Eugenio Corti, autore del fortunato «Il cavallo bianco», nel suo breve ma efficace saggio «Le responsabilità della cultura occidentale  nelle grandi stragi del nostro secolo» (Mimep-Docete, 1998, pp. 10-17):

«Ottenuta la vittoria, i giacobini non pensarono affatto di limitarsi a castigare in modo più o meno esemplare i vandeani sconfitti: per costoro – esattamente come più tardi per gli avversari del comunismo in Russia, in Cina e altrove, e per gli antinazisti in Germania – non poteva esserci che l’eliminazione, lo sterminio.

E precisamente lo sterminio venne chiesto alla Convenzione di Parigi da alcuni rappresentanti (possiamo immaginarceli: i soliti elementi zelanti in questo genere di cose). Secondo Hantz, Garrau e Francastel: “La guerra sarà completamente terminata solo quando non ci sarà più un abitante in Vandea… Una volta dissolti completamente i nuclei di resistenza, si faranno in quel paese scorrerie di cavalleria, che ucciderà tutto ciò che vi incontrerà”. Ancora Francastel: bisogna “spopolare la Vandea”. Non solo gli uomini devono essere eliminati:, ma anche le donne “tutte mostri” in quanto “solco riproduttore di futuri briganti”., così pure tutti i bambini (dalla “Gazette Nationale” del 23.2.794, vol. 19, pag. 537). Di nuovo Hantz e Francastel: “La guerra finirà quando non vi sarà più un solo abitante”. Gaudin, che protesta, è interrotto e minacciato di sanzioni dai membri della Convenzione. Si intende dunque effettuare, né più né meno, il genocidio del popolo vandeano: qui, ovviamente, il richiamo al nazismo è il più appropriato.

Venne dato ordine che in contemporanea allo sterminio si asportasse dal territorio tutto l’asportabile (come vedremo, si giunse anche alo sfruttamento dei cadaveri), dopo di che, utilizzando il materiale comburente inviato a tal fine da Parigi – doveva essere bruciato tutto il resto. Leggiamo nelle istruzioni impartite dal capo dei generali esecutori, Turreau, ai suoi luogotenenti: “Tutti i villaggi, tutti i borghi, le macchie, e tutto quanto può essere bruciato, sarà dato alle fiamme”.

Stabilito quanto sopra, si è proceduto all’esecuzione con tutti i mezzi allora disponibili, sostituendo tuttavia, spesso, per risparmiare munizioni, lo sgozzamento all’uso delle armi da fuoco.

Tra i sistemi impiegati spiccano comunque per originalità gli annegamenti in serie nel fiume Loira, e i rastrellamenti metodici da parte di grandi colonne armate, che marciando in parallelo attraverso il territorio da spopolare (diecimila chilometri quadrati, come si è detto) hanno provveduto a uccidere tutti coloro che incontravano. Vediamoli in breve.

ELIMINAZIONE PER ANNEGAMENTO – Poiché “la santa madre ghigliottina” è troppo lenta, e “fucilare è troppo lungo e si consumano polvere e pallottole, si è presa la decisione di metterne un certo numero in grandi battelli, condurli in mezzo al fiume… e là si cola a picco il battello. Questa operazione si fa ogni giorno”. […] Comunque non si operava solo mediante l’affondamento dei vecchi battelli, si procedeva anche, più sommariamente, col “battesimo patriottico”, buttando in acqua le vittime a gruppi: “Quelli che scampano sono immediatamente ammazzati a colpi di sciabola” dalle barche circostanti. […] Le persone annegate di cui venne preso il none furono 4.800, ma le vittime complessive dovettero essere ben più numerose, se il capo del Comitato Rivoluzionario di Nantes, Carrier, si vantava di averne lui solo fatte annegare 2.800 (tra cui, in una sola notte, da quattro a cinquecento bambini sotto i quattordici anni). […]

LE “COLONNE INFERNALI” – In Vandea molto più produttivo di vittime fu però il sistema delle “colonne infernali”, costituite da sei grandi formazioni armate che durante quattro mesi, a cominciare dal 17 gennaio 1794, rastrellarono in parallelo l’una all’altra tutto il territorio, nel quale la popolazione – dopo le sconfitte subite, ma anche in seguito alle solenni promesse di perdono con relative garanzie, fatte dai giacobini vincitori – aveva ormai cessato ogni resistenza. La consegna del generale Grignon, capo della prima colonna, ai suoi soldati fu: “Vi dò l’ordine di dare alle fiamme tutto quanto sarà suscettibile di essere bruciato, e di passare a fil di baionetta qualsiasi abitante incontrerete sul vostro passaggio. So che può esserci anche qualche patriota in questo paese: non importa, dobbiamo sacrificare tutto”.

L’ufficiale di polizia Garnet, che fa parte di un’altra colonna (comandata dal generale Turreau, capo dell’intera armata dell’Ovest), scrive n un rapporto: “Amey fa accendere i forni, e quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Inizialmente si sono condannate a questo genere di morte le donne briganti” (cioè delle popolazioni insorte) “ma oggi le grida di queste miserabili hanno tanto divertito i soldati e Turreau, che hanno voluto continuare questi piaceri. Mancando le femmine dei monarchici, si rivolgono alle spose dei veri patrioti. A nostra conoscenza già ventitre hanno subito questo orribile supplizio”. Un’altra testimonianza: “Una donna, travagliata dai dolori del parto, era nascosta in una casupola di La Nonette: dei soldati la trovarono, le tagliarono la lingua, le squarciarono il ventre, ne tolsero il bambino con la punta delle baionette. Si sentivano da un quarto di lega le urla di quella disgraziata”. Notizie da un’altra colonna: “Dovunque passiamo, portiamo la morte. L’età, il sesso, niente è rispettato. Non abbiamo visto un solo individuo senza fucilarlo”. Il chirurgo Thomas scrive: “Ho visto centocinquanta soldati maltrattare e violentare donne, ragazzine di quattordici e quindici anni, massacrarle subito dopo, e lanciare di baionetta in baionetta teneri bambini rimasti a fianco delle loro madri giacenti a terra”. […]

SFRUTTAMENTO DEI CADAVERI – Siamo però tenuti, per completare il quadro degli accadimenti in Vandea, a ricordare lo sfruttamento dei cadaveri. Per esempio della loro pelle: “I cadaveri erano scorticati a mezzo il corpo, perché si tagliava la pelle al di sotto della cintura, poi lungo ciascuna delle cosce fino alla caviglia, in modo che dopo la sua asportazione i pantaloni si trovavano in parte formati: non restava altro che conciare e cucire”. […] Si ricavava dai cadaveri anche il grasso: a Clisson il 5 aprile 1794 vennero cotte a tal fine centocinquanta donne: “Facevamo dei buchi per terra per sistemarvi delle caldaie allo scopo di raccogliere quello che colava: avevamo messo al di sopra delle sbarre di ferro, e su queste le donne… poi, ancora al di sopra, vi era il fuoco… Ne mandai 10 barili (del grasso così ricavato) a Nantes”. […]

Riassumiamo: l’inizio della ribellione in Vandea ebbe luogo, come s’è detto, nella primavera 1793: le stragi maggiori si ebbero dalla fine del 1793 all’agosto 1794 (Robespierre cadde il 27.7.94), con strascichi anche negli anni successivi: alla vera pacificazione si arrivò solo il 28 dicembre 1799, col riconoscimento della piena libertà di culto religioso da parte di Napoleone console. Secondo i recenti, accurati studi compiuti da Reynold Secher, su una popolazione di 815.029 persone le vittime furono 117.257, pari al 14,38 per cento, con punte particolarmente elevate in alcuni cantoni […]: la percentuale delle donne fatte perire fu di poco inferiore a quella dei maschi. Tenuto conto che il tempo a disposizione per il massacro è stato di un anno e mezzo, siamo alla stessa media delle vittime in Cambogia, dove in tre anni venne fatto morire circa un terzo della popolazione”.»

Tali, dunque, ad appena cinque anni di distanza, furono gli esiti della nuova dottrina politica inaugurata dai rivoluzionari con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadini, emanata il 26 agosto del 1789. E nondimeno ancora oggi, stando al racconto della maggior parte dei libri di testo in uso nelle scuole e a quanto spiegano la maggior parte dei professori ai loro alunni, il passaggio da “sudditi” a “cittadini” ha trionfalmente inaugurato l’avvento della modernità, quella meravigliosa stagione della storia umana (coincidente, guarda caso, con il nostro tempo e con la nostra cultura, dall’alto dei quali pretendiamo di giudicare le cose “spassionatamente”) in cui finalmente le persone diventano soggetti di diritto a pieno titolo e non più “cose” o “proprietà” di un potere assoluto e sostanzialmente arbitrario. Peccato che tali apologeti della democrazia moderna si dimentichino di dire, quasi sempre, che l’aver “promosso” gli individui al rango di “cittadini” ha riconosciuto loro, sì, dei diritti (almeno in linea teorica), ma ha anche preteso da essi una fedeltà assoluta al nuovo potere vigente, quello dello Stato democratico, in mancanza della quale il potere medesimo è in diritto di procedere contro di loro con qualsiasi mezzo, anche rimangiandosi i bei principi di libertà proclamati con tanta enfasi e anche calpestando quelle norme del diritto che considera il suo vanto più grande e la sua principale ragion d’essere.

Il cittadino, infatti, è automaticamente ingabbiato in un rapporto ideologico con il potere, che statuisce la sua fedeltà incondizionata ai principi fondamentali di quest’ultimo: esso gli riconosce, così,  una serie di diritti giuridici, civili e politici, ma gli nega il diritto di porsi in contrasto con la base ideologica del potere stesso, minacciandolo, in caso contrario, delle sanzioni più severe. Scompare in tal modo ogni margine di spazio privato, “neutro” e personale, per l’individuo: ogni sua parola, ogni suo atto e perfino, in certi casi, ogni suo pensiero, potranno essere oggetto di controllo e di eventuale sanzione, perché il cittadino è, nei rapporti con lo Stato, soggetto al diritto pubblico, non privato, e le garanzie di libertà che il potere gli accorda e gli riconosce, finiscono là dove egli pretenda di sottrarsi alla ideologizzazione dei rapporti sociali e di coltivare invece un suo spazio privato autonomo e indipendente, non soggetto al beneplacito delle pubbliche autorità. Per fare solo un esempio, scelto appositamente tra quelli meno gravi, un cittadino che si rifiuta di esercitare il suo diritto-dovere di voto può essere esposto alla gogna morale di vedere il suo nome pubblicato nelle liste dei “cattivi cittadini”; e poco importa se egli non ha esercitato tale diritto-dovere per ragioni indipendenti dalla sua volontà, ad esempio per motivi di salute. Sarà sua premura, in simili casi, munirsi di certificato medico e andare dalle pubbliche autorità a giustificarsi e discolparsi: altrimenti verrà considerato alla stregua di un cittadino poco leale nei confronti dello Stato e poco rispettoso delle norme da esso stabilite per il pubblico bene.

La differenza fondamentale, rispetto all’Ancien Régime, è tutta qui: in quel caso, il potere non pretendeva di curare il “pubblico bene”, ma il bene della dinastia regnante e quello della nazione, cosa ben diversa dal bene pubblico, che sarebbe, più o meno, il bene generalizzato della maggior numero possibile di cittadini (secondo lo schema ideologico illuminista che pone la pubblica felicità come la somma della felicità del maggior numero di individui). Il maggior numero, si badi, che non coincide mai con la totalità, perché la minoranza, per definizione, deve sottomettersi alla maggioranza, nelle cose riguardanti il “pubblico bene”: anche se tale “pubblico bene” significhi, in concreto, il male della minoranza. Una grande opera ferroviaria, che sia giudicata necessaria al pubblico bene, verrà decisa nonostante l’eventuale contrarietà e l’opposizione degli abitanti dei luoghi direttamente interessati: perché il bene generale, in questo schema, deve prevalere sempre e comunque sul bene particolare. Anche una vaccinazione medica preventiva generale sarà imposta, se necessario, con la forza, a dispetto del fatto che una percentuale di persone potrà subirne dei gravi danni e, forse, la morte: pure in questo caso il potere potrà sostenere – e con diritto, dal suo punto di vista – che il bene generale deve comunque avere la meglio su quello particolare. Ed ecco che il singolo individuo, in quanto persona dotata di libero arbitrio, scompare, divorato dal dogma del pubblico bene, dell’interesse generale e della democrazia, che procede a colpi di maggioranza…

 

di Francesco Lamendola

Fonte: http://www.accademianuovaitalia.it

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