Ebrei e antisemitismo: la tratta delle schiave del sesso e il processo di Leopoli. Paolo Germani - www.altreinfo.org

Ebrei e antisemitismo: la tratta delle schiave del sesso e il processo di Leopoli. Paolo Germani

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Prima della seconda guerra mondiale nella città di Leopoli, che al tempo faceva parte della Polonia, vivevano circa 100.000 ebrei, divenuti poi 200.000 durante il conflitto armato. Era la terza città della Polonia per numero di ebrei, i quali rappresentavano circa un terzo della sua popolazione complessiva.

Leopoli venne occupata dai sovietici nel 1939, invasa dai tedeschi nel 1941, per essere infine annessa all’Unione Sovietica nel 1945. Oggi fa parte dell’Ucraina.

Alla fine della guerra in città erano rimasti soltanto 300 ebrei, in quanto la maggior parte era stata o deportata e uccisa o era fuggita abbandonando ogni cosa. Per gli ebrei, Leopoli è stata una trappola mortale.

Ciò che sorprende di più è che si trattava di una città crocevia di popoli, divisa tra ebrei, ucraini, tedeschi e polacchi, che convivevano tra quelle mura, erette nel 1250 come fortezza contro i Tatari. Nonostante questa vocazione multietnica della città e la storia comune dei popoli che la abitavano, i rapporti tra i vari gruppi etnici e religiosi erano talmente tesi e conflittuali che gli ebrei non dovettero difendersi soltanto dalle deportazioni organizzate dai tedeschi, ma soprattutto dai violenti pogrom organizzati dai polacchi e dagli ucraini, loro concittadini, ostili agli ebrei anche più dei tedeschi stessi.

Evidentemente c’erano delle profonde ragioni che dividevano gli ebrei dalle altre popolazioni, le quali non si coalizzarono contro il nemico comune, prima i sovietici e poi i tedeschi, ma si rivoltarono contro gli ebrei, approfittando dell’occasione per regolare vecchi conti in sospeso.

Non vogliamo certo giustificare le vendette incrociate contro gli ebrei da parte degli altri gruppi etnici, ma vogliamo semplicemente soffermarci su un fatto che coinvolse tutta la regione e contribuì a determinare quell’ostilità diffusa.

Si tratta di un enorme caso giudiziario che coinvolse gli ebrei della Galizia, la cui capitale era proprio Leopoli, e del processo che si tenne nei tribunali di quella città alla fine dell’ottocento.

Processo che interessò ogni angolo dell’Impero Austro Ungarico e che di certo non aiutò a stabilire un clima di armonia ma contribuì, invece, a determinare quel clima ostile e vendicativo che durante la seconda guerra mondiale si tramutò in tragedia. Non fu l’unico contrasto, ce ne furono molti altri, collegati a problemi di debito e usura, ma il processo di Leopoli giocò un ruolo primario perché toccò la coscienza e l’orgoglio di un intero popolo.

Il processo di leopoli, il commercio di donne da parte degli ebrei polacchi

Le schiave di Leopoli

“Per quanto tempo questi sciacalli continueranno a nutrirsi dei nostri corpi vivi?”

Così iniziava un quotidiano polacco (Słowo, 31 July 1891) per descrivere le attività di ventisette trafficanti internazionali di prostitute, sotto processo per aver avviato alla prostituzione e trasferito all’estero decine di migliaia di ragazze polacche, molte delle quali minori di 14 anni, in bordelli e harem situati in Medio Oriente, Africa e America.

Dopo anni di velate discussioni sulla stampa di lingua polacca riguardanti la misteriosa scomparsa di lavoratrici povere e giovani contadine, il caso scoppiò con veemenza nell’autunno del 1892, con implicazioni che si protrassero per decenni sulla tratta e il commercio del sesso nei territori polacchi, tratta che non coinvolse soltanto ragazze polacche, ma anche ucraine e tedesche.

Diciassette uomini e dieci donne – tutti ebrei – furono processati a Leopoli per aver setacciato la Polonia e la parte orientale della Lituania, alla ricerca di “beni umani” da vendere nei bordelli d’oltreoceano e negli harem ottomani.

Era una strada senza ritorno in cui venivano coinvolte ragazzine, spesso senza alcun consenso, attratte dalle promesse di una vita migliore, che poi si rivelavano sempre false, e finivano per trasformare la loro vita in un incubo ed in una schiavitù senza via d’uscita. In molti casi erano gli stessi genitori che vendevano ai trafficanti una delle proprie figlie, pensando ad un futuro migliore, come ci racconta nei suoi libri un emigrato ucraino in Canada, Myroslav Irchandivenuto poi scrittore.

Gli ebrei sfruttavano i postriboli di una rete globalizzata, gestita da altri ebrei ed estesa ad ogni angolo del pianeta, che alimentavano con circa 10 mila prostitute ogni anno. Il fenomeno delle ragazze polacche nelle case chiuse era talmente diffuso che in molti paesi latino americani il termine “polaca” divenne addirittura sinonimo di “prostituta”, nel senso più spregiativo del termine.

Il processo di Leopoli non fermò il commercio di donne che proseguì con altri attori ebrei fino agli anni trenta, generando screzi e dissapori con tutta la popolazione della Galizia e di Leopoli, coinvolgendo anche le istituzioni centrali dell’impero austro-ungarico.

L’antisemitismo diffuso

Il fatto che gli ebrei fossero coinvolti in questo oscuro traffico di esseri umani non giocò certo a loro favore. Anzi, questo coinvolgimento finì per generare un diffuso antisemitismo in tutto il continente europeo.

La stampa dell’epoca, in particolare quella britannica, pubblicava storie terribili di donne ingannate con false promesse di matrimonio o di lavoro. Nel 1889, quindi tre anni prima che iniziasse il processo di Leopoli, il giornale “Bulletin Continental” di Buenos Aires affermava che duecento donne tedesche e austriache erano tenute con la forza nei postriboli di Buenos Aires da ruffiani ebrei polacchi, che venivano chiamati “Kaftan” a causa dei lunghi mantelli che indossavano.

Gli ebrei polacchi non gestivano quindi soltanto la prima fase, quella del reclutamento delle donne polacche, ma l’intera filiera, fino ad arrivare alla gestione stessa dei bordelli o al “piazzamento” delle ragazze nel luogo di destinazione.

Si trattava di una vera e propria tratta di donne, che nell’Impero Ottomano somigliava molto alla tratta di schiave, visto che quando una donna entrava in un harem, molto difficilmente ne usciva, costretta per sempre al sesso ed alla servitù.

Nella città di Buenos Aires, nel cui porto arrivavano ragazze destinate agli altri paesi latino-americani, i bordelli passarono da due a cinquanta in pochi anni, creando una enorme domanda di prostitute che si sommava a quella che proveniva da ogni angolo dell’Argentina, dall’Uruguay, dal Cile e degli altri paesi confinanti.

Non si trattava quindi di un caso se in quei luoghi il termine “polaca” era sinonimo di “prostituta”.

Questa situazione che si ripeteva puntualmente in molti altri luoghi, generò un risentimento diffuso verso gli ebrei, soprattutto tra la popolazione polacca, che vide identificare le proprie donne come prostitute ovunque nel mondo. Tutto ciò finì per consolidare l’antisemitismo, in quanto gli ebrei erano considerati la causa primaria del degrado dell’immagine del popolo polacco . Ed il risentimento non riguardava soltanto i polacchi, ma anche gli ucraini e i tedeschi che abitavano in quelle zone.

Inoltre, anche gli altri popoli europei temevano che una situazione simile potesse verificarsi nel loro territorio.

L’odioso traffico di donne polacche fu certamente uno dei fattori che contribuirono a creare un solco invalicabile tra ebrei e gentili, rendendo difficile la convivenza in quelle zone dell’Europa Centrale. Alla prima occasione si scatenarono tutti i fantasmi del passato, il risentimento si trasformò in violenza incontrollata, e per gli ebrei di Leopoli fu una strage, anche per quelli che con quel commercio non avevano nulla a che fare.

 

di Paolo Germani

Fonte: www.altreinfo.org

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Sitografia e bibliografia

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