Una storia poco nota: il Fascismo clandestino nel Sud Italia dopo la resa del 1943 - www.altreinfo.org

Una storia poco nota: il Fascismo clandestino nel Sud Italia dopo la resa del 1943

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In questo articolo viene trattato un fatto storico poco conosciuto, ovvero l’azione, portata avanti dal Partito Fascista Repubblicano e dalla Repubblica Sociale Italiana, volta a mantenere i contatti con la parte del paese occupata dalle forze alleate che si concretizzò in quello che è passato alla Storia come il Fascismo Clandestino dell’Italia Meridionale.

Uomini e donne continuarono a credere in Mussolini anche dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943 pur trovandosi sotto l’occupazione degli anglo-americani e dovendo convivere con un governo, quello di Pietro Badoglio, che considerarono illegittimo anche e soprattutto per il comportamento del Capo dello Stato Vittorio Emanuele III dopo la resa.

Il fascismo nel Sud Italia dopo la resa incondizionata

Il fascismo nel Sud Italia dopo la resa incondizionata di Badoglio

Per questi motivi, nelle ore successive alla dichiarazione di resa del Maresciallo Badoglio, l’Italia fu divisa in due non solo geograficamente tra Nord e Sud quanto piuttosto tra chi rimase fedele alle regie disposizioni e chi ritenne più importante onorare fino all’ultimo l’alleanza con la Germania (tra questi ultimi non tutti erano fascisti come si evince dall’ultimo volume di Renzo De Felice su Mussolini).

Nell’Italia Meridionale poco prima del 25 luglio era già stata organizzata una rete clandestina che inizialmente doveva eseguire attività di sabotaggio dietro le linee nemiche su disposizione dell’ultimo Segretario del Partito Nazionale Fascista Carlo Scorza. Successivamente, per decisione di Mussolini, fu stabilito che la rete svolgesse solo attività politiche e di spionaggio per evitare rappresaglie anglo-americane sui civili inermi.

Da questa primo nucleo, affidato dal Duce al principe Valerio Pignatelli (1886-1972), nacquero tra il 1943 e il 1944 diverse altre reti clandestine. Il principe ebbe alcuni collaboratori in diverse regioni meridionali, per esempio in Campania il suo luogotenente fu Nando Di Nardo mentre in Calabria svolse questo ruolo Luigi Filosa, un fascista eterodosso proprio come lo stesso Pignatelli. Questi gruppi furono formati prevalentemente da giovani imbevuti di propaganda fascista sin dalla nascita e da fascisti della prima ora. Tra questi ultimi possiamo annoverare lo stesso Pignatelli che era stato più volte espulso dal partito per indisciplina.

Il principe pose il suo centro operativo a Napoli dove, tramite le sue conoscenze, era riuscito da subito a intrattenere rapporti con le forze occupanti e con i vertici politici e militari del Regno del Sud. Agli inizi del 1944 fu richiesto a Pignatelli di raggiungere il Nord per fare rapporto sulla situazione e ricevere ordini sulle successive mosse da compiere. Il principe tentò di ottenere un lasciapassare ma non vi riuscì, così decise di inviare la moglie, Maria Elia, al Nord con il pretesto di avere notizie del suo figlio di primo letto prigioniero dei tedeschi.

L’11 aprile 1944 la principessa attraversò le linee con un lasciapassare alleato e si presentò al generale Kesselring, sul monte Soratte, per informarlo sulle posizioni anglo-americane. In seguito dopo aver alloggiato a Roma per alcuni giorni si diresse a Gargnano dove, il 16 aprile, incontrò Mussolini e Barracu dando loro informazioni sulla situazione politica e militare del Sud e ricevendo un cifrario per comunicare con il Nord. Il 25 aprile la principessa tornò indietro con Maria Odinzova, l’ex moglie di uno dei suoi figli, ma il 27 dello stesso mese  furono tutti arrestati a Napoli e interrogati dagli alleati e dal nostro SIM, Servizio Informazione Militare.

Questo arresto portò le forze dell’ordine sulle tracce degli altri membri della rete sia a Napoli sia in altre parti del Sud, danneggiando così il movimento clandestino ma non irrimediabilmente. In Sicilia e in Sardegna la situazione fu diversa perché i gruppi fascisti non furono organizzati dal principe Pignatelli ma sorsero spontaneamente anche a causa del malgoverno alleato e del carovita mentre solo dagli inizi del 1944 furono supportati dal governo repubblicano e dall’esercito tedesco.

In Sicilia, dopo aver visto la nascita tra la fine del 1943 e gli inizi del 1944 di numerosi gruppi e gruppuscoli che si rifacevano al fascismo, di breve durata a causa dell’azione dei carabinieri, l’apice della protesta e del successo della propaganda della RSI avvenne con il moto dei Non si parte, causato dal rifiuto da parte della popolazione isolana di aderire alla chiamata alle armi per le classi dal 1914 al 1924, avvenuto tra l’ottobre 1944 e il gennaio 1945. I maggiori scontri avvennero a Comiso, dove sorse una sedicente Repubblica dalla durata effimera di pochi giorni nel gennaio 1945.

Agenti dal Nord Italia, tra cui Renzo Renzi e uomini della X MAS, furono paracadutati tra il dicembre 1944 e il gennaio 1945 per appoggiare le diverse rivolte scoppiate nell’isola che però furono soffocate duramente nel sangue dalle forze armate italiane producendo diverse vittime da entrambe le parti e sancendo la fine del tentativo di utilizzare la situazione siciliana per mettere in difficoltà gli alleati e il Regno del Sud.

Mentre in Sicilia il fascismo clandestino fu costituito in prevalenza da giovani, il caso sardo è interessante perché in esso la maggioranza di chi ne fece parte fu costituita da membri del regio esercito poiché, dopo il 25 luglio, per ordine del Presidente del Consiglio Badoglio la Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale era stata sciolta e i suoi appartenenti fatti confluire nelle forze armate regolari. Costoro erano particolarmente politicizzati e dopo l’8 settembre ci furono tentativi da parte dei fascisti locali di saldare i loro gruppi sparsi per tutta l’isola con la RSI, ma non vi riuscirono perché quasi sempre scoperti dagli Alleati. Proprio a causa di ciò nel marzo 1944 furono arrestati diversi militari rappresentanti del Comitato Regionale Fascista Sardo, nato alcuni mesi prima per coordinare il fascismo locale e le azioni da svolgere contro gli Alleati, sancendo così la fine di ogni attività fascista di rilievo nell’isola.

Punto di svolta per un cambio generale di strategia e un maggior coinvolgimento da parte della RSI fu la conquista di Roma, nel giugno 1944, da parte del generale americano Clark perché, dopo questo evento così pregno di significati politici e culturali, ci fu un inasprimento della politica repubblicana sia interna sia esterna da parte di Alessandro Pavolini, Segretario del PRF, che si occupò di creare per l’Italia del Nord le Brigate Nere in funzione anti partigiana, mentre per il Sud Italia furono costituite le Brigate Nere Italia Invasa per colpire gli Alleati alle spalle e creare il massimo disordine possibile per favorire il contrattacco italo-tedesco con personale scelto da lui stesso e da Junio Valerio Borghese, Comandante della X MAS.

Furono istituiti gruppi clandestini in tutta l’Italia Centrale con elementi fidati del partito mentre a Roma e nel Regno del Sud vennero inviate missioni congiunte italo-tedesche, come quella di cui fece parte il futuro esponente del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò che per due volte si recò in Campania per operazioni di spionaggio. Queste missioni segrete dell’Asse furono organizzate e dirette dall’ufficiale tedesco Otto Ragen a capo dell’organizzazione Cypresse con base operativa in una villa nei pressi di Verona.

Il 3 aprile 1945 fu convocata a Maderno una importante riunione del direttorio fascista per discutere gli scenari futuri. Per questo motivo nacque l’Organizzazione PDM dal nome dei due dirigenti che la guidarono, Puccio Pucci e Aniceto Del Massa, presente in diverse città del Nord e del Sud per aiutare i fascisti più compromessi a nascondersi e conservare denaro per la ripresa futura dell’ideologia fascista in chiave anticomunista.

I fondi inizialmente furono prelevati da depositi segreti e, solo dopo la guerra, dal Sud America dove numerosi esponenti fascisti trovarono rifugio come per esempio il figlio di Mussolini Vittorio a Buenos Aires. Nel primo dopoguerra il frammentato mondo neofascista post mussoliniano era diviso tra un Nord fortemente rivoluzionario, separato dal resto della popolazione a causa della guerra civile, e un Sud borghese e anticomunista, in cui fu più forte il desiderio di mantenere lo status quo per impedire l’ascesa del partito di Palmiro Togliatti.

L’MSI nacque il 26 dicembre del 1946 con lo scopo sia di impedire la dispersione dei neofascisti nei diversi partiti dell’arco costituzionale sia per poter avere più possibilità per i propri militanti di reinserirsi nel contesto politico italiano. Un apporto molto importante alla nascita di questo nuovo partito fu dato dai membri del fascismo clandestino, che si concretizzò con l’avvenuta egemonia sui veterani della Repubblica Sociale in pratica già all’atto di nascita del MSI, grazie alla costituzione di una corrente che prese presto il ruolo di guida all’interno del nuovo Partito.

Infine, a parte, vorrei ricordare con voi il Processo “degli Ottantotto” che si svolse a Catanzaro nell’aprile del 1945. Importante per comprendere l’idealismo che portò molte persone, anche giovani, a rischiare tutto per una Causa in cui credevano fermamente.

Questo processo ebbe inizio in seguito alle indagini dei Regi Carabinieri volte a smantellare il fascismo clandestino in Calabria. La rete guidata da Luigi Filosa era basata su quattro centri principali: Catanzaro, Crotone, Cosenza e Lamezia Terme, quest’ultima divisa all’epoca nei due comuni di Nicastro e Sambiase. Le persone catturate cercarono in tutti i modi di sminuire i fatti e non far scoprire gli altri gruppi clandestini che si stavano riorganizzando, per esempio, nei comuni di Sersale e Petronà.

Il tenente del Genio Pietro Capocasale ricevette il compito di mantenere i contatti tra Valerio Pignatelli e i gruppi calabresi. Il tenente chiese a tutti i gruppi di adottare diverse misure precauzionali e un basso profilo sia per non insospettire le autorità competenti sia per attendere il momento opportuno per colpire. Il gruppo di Nicastro disattese i suoi ordini, sia a causa dell’irruenza di molti elementi della squadra sia per la linea dura adottata dal notaio Ugo Notaro che aveva assunto la guida del gruppo, continuando ad attirare le forze dell’ordine con l’uso di esplosivi.

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1943 ci furono nel paese lanci di bombe a mano, scoppi di esplosivi e lancio di manifestini inneggianti il fascismo. Il 28 novembre furono fatti detonare ordigni davanti a due tipografie che stampavano giornali antifascisti. Queste azioni e altre ancora attirarono l’attenzione delle forze dell’ordine che arrestarono all’inizio solo alcuni ragazzi guidati dallo studente liceale Napoleone Fiore Melacrines: furono fermati prima di riuscire a rifugiarsi nelle montagne della Sila, che sovrastano Nicastro, con lo scopo di darsi ad azioni di guerriglia. I falliti tentativi di sabotaggio di alcuni ponti a Sambiase e Soverato, portarono a ulteriori arresti. In entrambe queste azioni di polizia furono rinvenute anche grandi quantità di armi ed esplosivi nelle case di Francesco Fatica e di Aldo Sestito.

Dagli interrogatori emerse l’inquietante scoperta che i fascisti di Nicastro rappresentavano solo la punta dell’iceberg del movimento clandestino, inoltre fu scoperto che gli inquisiti avevano cercato di mettersi in contatto sia con i tedeschi sia con le autorità della RSI che mantenevano i contatti con il Sud. Nuovi arresti non si fecero attendere e nella rete tesa dai carabinieri ci furono anche Pietro Capocasale e Luigi Filosa. Furono rinvenuti anche altri depositi di armi, munizioni ed esplosivi, il più importante dei quali in un casolare di proprietà del marchese Gaetano Morelli.

Il dibattimento processuale iniziò il 15 febbraio 1945 e a istruirlo fu il Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Calabria, con sede a Catanzaro, i cui avvocati militari cercarono sin da subito di limitare i danni agli accusati derubricando i capi di accusa perché non c’erano prove sufficienti per i reati più gravi. L’accusa non mise in alcun modo in collegamento il processo “degli Ottantotto” con quello riguardante il principe Pignatelli e i suoi collaboratori calabresi e napoletani.

Dopo circa un anno d’istruttoria il 7 aprile 1945 i giudici militari emisero le loro sentenze e le condanne più pesanti le subirono Pietro Capocasale dieci anni di reclusione, nove anni per Gaetano Morelli e otto anni per Luigi Filosa e altri personaggi minori. In carcere per comunicare liberamente con i familiari si incominciò a usare dei foglietti: li si inseriva dentro un tappo di sughero, mentre i parenti mettevano i bigliettini dentro i maccheroni che portavano ai detenuti visto il magro sostentamento che dava la prigione. Nelle carceri in cui si trovavano detenuti essi stavano sempre insieme, costituendo così una sorta di comunità di ideali condivisi che li tenne uniti anche quando finirono di scontare la loro pena.

 

di Alessandro Maria Raffone

Fonte: katehon.com

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