La vittoria di Trump: un voto contro la globalizzazione e l’immigrazione - www.altreinfo.org

La vittoria di Trump: un voto contro la globalizzazione e l’immigrazione

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Perché l’America ha votato Trump? Un semplice “vaffa”, come fingono di credere Grillo e i conservatori travestiti da progressisti? No, assolutamente no. Il voto americano ha avuto una connotazione ben precisa: per il nazionalismo economico, contro la globalizzazione; per l’identità nazionale, contro l’utopia multietnica e l’immigrazionismo. E si potrebbe anche aggiungere, almeno per i settori più attenti della società americana: per la distensione con la Russia, contro la voglia clintoniana-obamiana di guerra mondiale.

Il voto americano è stato innanzitutto – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – un moto spontaneo di difesa della società americana, dei lavoratori americani contro gli effetti perversi della globalizzazione economica. Globalizzazione che non è – come vorrebbero farci credere – un fenomeno inarrestabile con cui i popoli devono rassegnarsi a convivere, ma un fattore che si può e si deve contrastare. Non è vero – peraltro – che la globalizzazione sia un elemento contrario soltanto agli interessi dei popoli europei, bensì a quelli di tutti i popoli della terra: dal più ricco al più povero, e in misura non necessariamente proporzionale. A tutto ed esclusivo vantaggio della finanza usuraia, delle grandi banche “d’affari”, delle multinazionali-piovra, dei poteri fortissimi, di chi fabbrica il denaro e lo presta a strozzo agli Stati per indebitarli, per affamarli, per ricattarli, per sottometterli al proprio volere e al proprio potere.

dollaro_civettaPure gli Stati Uniti, come ho scritto più volte (vedi, per esempio «USA e getta: anche l’America è vittima dell’alta finanza» su “Social” del 1° novembre 2013) sono preda di questa infame genìa. Ed anche in America i grandi gruppi industriali hanno licenziato tutti e sono andati a fabbricare in Cina o in India i loro manufatti, da importare poi negli USA (senza pagare dazio) e da vendere con guadagni stratosferici. Ecco – in estrema sintesi – questa è la globalizzazione. Il mondo viene trasformato in un unico, immenso “mercato globale”, ed ognuno fa quello che cacio vuole, senza regole, senza barriere (o che goduria per i nemici dei “muri”!), senza tutele per nessuno. Una volta si chiamava “legge della giungla”. Oggi si chiama “progresso” e “riforme strutturali”. Con tanti saluti alle “conquiste del lavoro”, allo stato sociale, alla occupazione e al viver civile.

I nostri lavoratori devono rassegnarsi a salari, a stipendi, a guadagni “cinesi”. Altrimenti i datori di lavoro, per non soccombere sul mercato globale, saranno costretti a “delocalizzare” in Cina o in Tunisia o in Papuasia. Ovvero, qualora non fossero in grado di affrontare i costi della delocalizzazione, potranno sempre attingere alla gran massa della manodopera a basso costo, fornita da una immigrazione selvaggia che – guarda caso – trova nei grandi gruppi industriali e finanziari i suoi principali sostenitori. È – quello dell’immigrazione – il completamento logico della globalizzazione economica. È il grimaldello necessario per scardinare l’assetto sociale dei popoli progrediti; complemento indispensabile di tutte le politiche reazionarie in materia di lavoro, di tutti i cambiamenti peggiorativi che vengono spacciati per “riforme”, di tutti i Jobs Act e di tutti i licenziamenti a gogò.

trump2Ecco, il voto americano per Trump ha questo preciso significato politico. Non è un “vaffa”, e neppure una manifestazione di qualunquismo. È una lucida, razionale scelta di campo di una gran parte dell’elettorato americano, dei lavoratori americani innanzitutto, dei “colletti blu”, di quella gran massa di “americani bianchi e senza laurea” che suscita l’ira spocchiosa delle sinistre da salotto di tutto il mondo; di quelle sinistre che hanno studiato ad Harward, che si alzano a mezzogiorno, che parlano con la erre moscia, di quelle sinistre miliardarie che l’elettorato americano ha giustiziato senza pietà.

Altro che qualunquismo. Quello americano è stato un voto schiettamente, squisitamente, sapientemente politico. Certo, bisognerà vedere se il beneficiato da questo voto – Donald Trump – saprà interpretarlo, saprà farsene alfiere e paladino. Io lo spero. Anche se – come ho detto più volte – il suo programma mi sembra troppo conservatore, troppo estremista per alcuni aspetti, troppo moderato per altri, troppo attento a rassicurare una Goldman Sachs in lutto per la sconfitta di Hillary.

donald-trumpNaturalmente, è ancora presto per capire cosa Trump voglia realmente fare. Tutto, in questo momento (gli ammiccamenti, le indiscrezioni fatte trapelare ad arte, i primi nomi della “squadra” e tutto il resto) è diretto soltanto a calmare le acque, ad arrivare indenne alla scadenza del 19 dicembre (credo), quando il collegio dei grandi elettori formalizzerà l’esito delle elezioni presidenziali. Infatti, pur in via di assoluta ipotesi, potrebbe succedere che qualcuno dei grandi elettori abbia un ripensamento, magari sollecitato da qualche milione di dollari vagante per i palazzi di Washington. Quindi, il vero Trump si vedrà soltanto dopo il 19 dicembre; o – meglio ancora – dopo il 20 gennaio 2017, data del suo insediamento.

A parte questa considerazione, comunque, prima o poi “the Donald” dovrà confrontarsi con il problema dei problemi: dove trovare i soldi per finanziare i due capisaldi della sua politica interna, e cioè la riduzione delle tasse e le grandi opere pubbliche necessarie al rilancio dell’occupazione.

ordine_esecutivo_11110Come farvi fronte? Se seguirà la prassi dell’ultimo secolo, indebitandosi ulteriormente con la FED (la Federal Reserve) e con la speculazione finanziaria (sauditi compresi). Ma sarebbe una scelta suicida. L’alternativa c’è: togliere alla FED il potere di emettere moneta e restituire tale potere al governo degli Stati Uniti. Era stata – mezzo secolo fa – l’intuizione di John Fitzgerald Kennedy, formalizzata con il famoso Ordine Esecutivo n° 11.110. Una intuizione pericolosa, tuttavia; perché, prima che a quel provvedimento potessero seguire ulteriori passi, il 35° Presidente degli Stati Uniti d’America venne abbattuto da un cecchino in quel di Dallas. Dei mandanti, ovviamente, non si è mai saputo nulla.

di Michele Rallo

Fonte: ildiscrimine.com

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