I Kagan neocon vogliono la rivincita: in Siria e in Ucraina. Maurizio Blondet - www.altreinfo.org

I Kagan neocon vogliono la rivincita: in Siria e in Ucraina. Maurizio Blondet

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“Nella notte del 17 marzo, caccia israeliani hanno colpito diversi obiettivi in Siria. A missione compiuta, sono stati bersagliati da missili terra-aria dalla Siria. Le forze della difesa anti-aerea hanno intercettato uno di questi missili”. Così il comunicato delle forze armate israeliane. Sembra la prima volta che i siriani rispondono alle continue incursioni israeliane. Forse è solo la prima volta che gli israeliani lo dicono apertamente, per creare un casus belli. La presenza di centinaia di Marines con artigliere in territorio siriano, non invitati, con la scusa di conquistare Rakka e in realtà di ritagliarsi una zona permanente di occupazione propria – oltre la zona-tampone occupata dalle truppe di Erdogan tra Azaz e Jarabulus sull’Eufrate, e la zona del Golan più la enclave dei terroristi del Sud mantenuti e curati  da Israele – indica che i neocon stanno ancora attuando il piano  di smembramento della Siria, indicato da Oded Yinon nel 1983 (piano Kivunim). Trump non Trump, la capacità eversiva dei neocon sembra intatta.

“Armare altri ribelli sunniti” (terza volta)

Nuland in Kagan

Ho scritto neocon, dovrei scrivere “famiglia Kagan”. Una vera e propria dinastia neocon, che vanta capostipiti riparati in Usa dalla Russia come trotzkisti sconfitti da Stalin, che numera fra i suoi esponenti Robert Kagan co-fondatore del PNAC (Project for a New American Century), il think tank che nel 2000 auspicò “una nuova Pearl Harbor”, e Victoria Nuland (Nudelman) la sovvertitrice dell’Ucraina, è di ritorno con grande chutzpah.

Robert Kagan, il 7 marzo, ha scritto un editoriale sul Washington Post in cui rimproverava i repubblicani di non odiare abbastanza la Russia, che notoriamente ha manipolato le elezioni americane. Il 15 marzo, sul Wall Street Journal, due rampolli della dinastia, Frederick Kagan e Kimberley Kagan, hanno proclamato apertamente la necessità di una nuova invasione-sovversione Usa in Siria.

I due Kagan in Irak (2008) godersi le devastazioni che hanno creato.

Frederick sta attualmente nel notorio think tank dei Ledeen, Wolfowitz & Co detto American Enterprise (una  centrale dell’11 Settembre), dove dirige il programma chiamato “Critical Threats Project” (Progetto sulle Minacce Critiche – o come crearle); Kimberley Kagan, la moglie, ha fondato un suo proprio think tank, lo Institute for the Study of War, che ha quindi lo stesso scopo del PNAC e dell’American Enterprise: studiare come far fare le guerre per Israele.

L’articolo dei due nuovi Kagan ha come titolo: A New Strategy Against ISIS and al Qaeda – The U.S. has been relying too heavily on Shiites and Kurds. It needs to cultivate Sunni Arab partners.

Ossia “Nuova strategia contro ISIS e Al Qaeda – Gli Usa si sono appoggiati troppo agli sciiti e ai curdi. Devono coltivare solo i partner arabi Sunniti”-. Nella pratica, il consiglio (o il comando) alla Casa Bianca dei due Kaganini è: abbandonare i curdi; non collaborare con russi e iraniani; formare una nuova milizia sunnita irregolare, che combatta “ISIS e Al Qaeda”, ma beninteso anche il governo siriano di Assad. “Le truppe americane devono combattere a fianco di questi partners per ridurre la  attuale perdita di fiducia dei sunniti, nostri  alleati, verso gli Usa. I partner non dovranno appoggiare i jihadisti-salafiti, i complici dell’Iran né il separatismo israeliano”.

Kimberley Kagan, neocon di 3a generazione, col gen. Petraeus.

Quante volte i Kagan hanno proposto e fatto attuare a Washington la stessa ricetta? Armare i jihadisti sunniti contro Assad? Entità come Al Qaeda, poi ribattezzata Al Nusra, e ISIS (Daesh), sono lì a provare le tante volte che l’hanno fatto. L’ultima o penultima volta, il Pentagono ha speso decine  di milioni di dollari per addestrare una milizia jihadista sì, ma che combattesse i takfiri insieme al governo di Assad; appena lasciati sul campo, questi miliziani si sono riuniti ad Al Nusrah, portando in dote l’armamento Usa, nuovo fiammante.

Ma che importa: i Kagan premono per un altro tentativo. Se non ci sono più guerriglieri sunniti che non siano alle corde, è facile crearne di nuovi: l’Arabia Saudita, la vera grande alleata di Israele, è lì pronta a fornire stipendi, armamenti e captagon. Una nuova tornata di guerra sul popolo siriano, perché no?

“La guerra perpetua è un affare di famiglia per i Kagan”, ha scritto il professor Robert Parry, esimio arabista, mostrando la forza con cui i Kagan, ancora nella Washington di Trump, tramano e si confricano con i democratici, repubblicani, i media, i generali. Potete leggere qui:

https://consortiumnews.com/2017/03/15/the-kagans-are-back-wars-to-follow/

Io corro per relazionarvi sull’Ucraina e su come i neocon hanno escogitato un nuovo bellissimo casus belli per recuperare le leve, in parte perdute, della sovversione messa così bene in atto dalla Nuland – moglie di Robert Kagan – quando era al Dipartimento di Stato di Hillary e Obama.

Il punto morto, in un certo senso, per i Kagan era l’accordo di Minsk: che ha congelato la guerra guerreggiata, e che avrebbe dovuto portare ad una  ri-sistemazione dell’Ucraina di tipo federale. Le due repubbliche russofone di Donetsk e Lugansk sarebbero rimaste in Ucraina, come entità federate, con larga autonomia.

Poroshenko blocca il Donbass. “E’ colpa di Putin”

Questo il progetto che Putin e Lavrov hanno perseguito pazientemente, nonostante tutte le provocazioni armate di Kiev, i colpi di mano, le uccisioni mirate di capi del Donbass; nonostante le accuse demenziali che “Putin  ha mandato truppe in Donbass” perché “se lo vuole annettere”, è vero il contrario: vuole che il Donbass resti all’Ucraina federale futura.

Di fatto, i rapporti economici fra il Donbass secessionista e il resto dell’Ucraina non si sono mai interrotti; essenzialmente, Kiev ha continuato per esempio a comprare il carbone delle miniere del Don, vendendo in cambio alimentari ed altro. Ciò migliorava i bilanci di Kiev e nello stesso tempo permetteva di continuare a lavorare nelle due repubbliche secessioniste. Le banche russe continuano a funzionare in Ucraina (hanno il 30% del mercato bancario), gli oligarchi ucraini, che han sempre bisogno di far denaro, hanno mantenuto contatti e contratti col paese “nemico”. Kiev continuava a pagare le pensioni, i residenti nel Donbass, nelle  tregue, attraversavano le linee per andare a Kiev ad ottenere i documenti.

Poroshenko con Kolomoisky

I tentativi della giunta – e specialmente delle milizie neonazi, poco o tanto controllate dal regime – di riprendere i territori con la guerra sono stati raffreddati dopo la disfatta della sacca di Debalsevo, costosa in vite umane, che ha dimostrato che l’esercito ucraino è troppo debole. Sono seguite continue provocazioni e violazioni del cessate-il-fuoco, da parte essenzialmente di Kiev; assassini mirati compiuti da specialisti (gli addestratori sono della Cia?) hanno ucciso popolari capi della sezione: Aleksey Mozgovoy nel 2015, il capo militare Arsen Pavlov detto Motorola nell’ottobre 2017, e  poche settimane fa, l’8 febbraio, il leader del Donbass Mikhail Tolstykh, detto “Givi”, eliminato da una bomba di tipo, si direbbe, islamista..

Ma nulla otteneva Poroshenko e la giunta, anche per il raffreddarsi degli entusiasmi UE per il regime di Kiev, l’Europa non approverebbe altre azioni militari, e la dipartita della Nuland.

A questo punto, ecco la nuova strategia, il piano B. Le milizie neonazi hanno cominciato a bloccare i binari per non  far passare i vagoni di carbone del Donbass. Da principio quasi di nascosto, perché non se ne accorgessero gli osservatori dell’OSCE (che se ne sono accorti, ma poco poco); e in ogni caso fingendo di presentarle il tutto come iniziative dei fanatici irregolari, da scaricare se la UE avesse protestato per la violazione di Minsk. La Ue non ha protestato, e adesso è Poroshenko, che ufficialmente, rompe i rapporti economici e politici con le province secessioniste.

Ma segni premonitori s’erano visti da settimane prima; un paio di oligarchi miliardari che tenevano i piedi in due scarpe con la Russia sono stati bastonati. Ihor Kolomoisky (valutato 1,1 miliardo di dollari), avversario e concorrente di Poroshenko, s’è visto nazionalizzare la sua banca, Privatbank, il 18 dicembre scorso; Dimitro Firtash (titanio e media) è stato arrestato a Vienna a febbraio 2017, su richiesta Usa, e sarà estradato per mazzette e tangenti.

Poi, il 15 marzo, il governo di Kiev ha annunciato la chiusura di tutte le strade e le ferroviere con il Donbass. La filiale ucraina della Sberbank è stata attaccata da estremisti, e sarà nazionalizzata, come risposta al fatto che con decreto presidenziale, Putin  ha autorizzato la Sberbank a servire clienti che dispongono solo dei documenti d’identità emessi dalle due repubbliche secessioniste del Donbass, che non sono riconosciute internazionalmente. Misura necessaria sul piano umanitario, perché con il blocco ferroviario che dura da mesi, gli abitanti del Donbass non possono fare altro che acquistare in Russia.

McCain e Graham coi soldati ucraini.

Il punto è che le due zone di Donetsk e Lugansk non possono sopravvivere autonomamente. Fra poco Putin dovrà prendere la decisione che voleva evitare: prendere in carico economicamente e politicamente le due province. Potete scommettere che appena lo farà, il “Mondo libero” e la sua libera grancassa mediatica strilleranno che “Putin ha violato Minsk” e “Si è incamerato un altro pezzo di sacro suolo ucraino”. Il progetto della Nuland, interrotto dalla tregua e i negoziati di Minsk 2 (organizzato nel febbraio 2015 in fretta e furia dalla Merkel che si trascinò dietro Hollande, essendosi resa conto che il Dipartimento di Stato stava provocando una vera guerra ai confini germanici), si compierà comunque. Sarà il caso di ricordare che il noto senatore McCain, con il compare di sempre, senatore Lindsey Graham, ha passato le gelide notti di Capodanno con la truppa ucraina sulla linea del fuoco, e  Trump disse allora per tweet che McCain deve smettere di cercare di scatenare la terza guerra mondiale.

 

di Maurizio Blondet

Fonte: maurizioblondet.it

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